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Aprile 1998 / Lettere e Arti
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  *

Tornerai ogni inverno

Sono pochi i turisti che nella stagione invernale, umida di nebbie e sottili cristalline piogge, passeggiano sulla banchina. Solo pescatori stanchi, con gli stessi volti tagliuzzati dallo scandire del tempo, il berretto di lana pesante fin sugli occhi assorti, le mani forti deformi e piagate dal freddo, scaricano le loro cassette di plastica giallo canarino. Qualche marinaio che presta servizio in capitaneria, con l'elegante cappotto scuro ben abbottonato, le giovani mani affondate nelle tasche, girovaga senza meta, come quei gatti randagi, pasciuti e sedentari d'estate, ora scheletrici, sporchi, dal pelo ruvido ed irto, con quegli occhietti vivaci vagano senza pace, silenziosi scivolando fra assi di legno, tubi arrugginiti e vecchi cilindri di latta. Alcune luci si accendono con il primo e precoce velo di oscurità, i pescatori si accendono sigarette schiacciate, rimangono dondolanti, in piccoli gruppetti, come le loro reti raccolte come vele, nei loro giubbotti colorati, sudici di nafta e sale, e se la ridono con amarezza della vita di terra ferma. I gabbiani ci sono ancora, loro non se ne vanno, quasi non sentissero l'ombra gelida che incombe, anzi si appassionano sfiorando l'onda, quando la bonaccia lascia il mare nella perversa e tribale danza della tempesta.

Dell'estate rimane il ricordo di turisti, per di più vecchi, piccole famigliole, in cerca di solleone e tranquillità che forse Rimini e Riccione non regalano, con i loro assurdi calzini bianchi, gli abiti di tinta pastello e dal taglio comodo ma fuori moda. E si assomigliano tutti: vecchini dal volto gentile, sorridente, dalla pelle quasi trasparente, gli occhi sbiaditi, acquosi, ed il capo canuto che pare splendere al sole come fazzoletti; madri dalle gambe lunghe, alte e chiare, con pantaloncini corti e sandali bassi, e soprattutto bambini dalla faccia d'uno splendido bronzo, con quella chioma che pare bianca fluorescente, tanto è bionda. Sono loro che, dal continuo viavai del lungomare, si avventurano sulla banchina, dove qualche ragazzetto pesca paganelli nella melma vischiosa del porto, fra le reti stese sul selciato, aspirando a pieni polmoni il forte odore di pesce al sole e di nafta, che galleggia su quell'acqua torbida e stagnante.

Rimane solo il ricordo, che ogni anno si ripeterà, e sono veramente pochi gli stranieri che passano di qua, da ottobre fino a Pasqua. Si sente parlare a volte, nella caffetteria più elegante del centro, di un vecchio: un tedesco d'Amburgo, o giù di lì, che vive poco lontano dal centro, in una villetta bianca vicino alle scuole, ed è uno dei pochi che non sono più andati via. Poi c'è Marlene, ci conosciamo da tanto ormai, che viene ogni inverno, non ho mai capito il perché, ma puntualmente arriva in città, per passare l'inverno studiando l'italiano, e gironzolando qua e là. Dice che non sopporta il freddo, e per questo la zia la manda quaggiù. Di lei so pochissimo, anche se l'appartamento in cui vive in affitto è mio, so che i suoi genitori lavorano in Svizzera, e che lei vive da una vecchia zia zitella che l'ha molto a cuore, in una villetta a pochi chilometri da Vienna. Marlene è chiusa, riservata, ma affatto fredda, come qui la definiscono, d'una gentilezza squisita, affettuosa, educata, ma non condivide con gli altri la sua vita privata. Non so se ha un fidanzato, se ha fratelli o sorelle, so solo che ha sempre un sorriso da regalare. Manca pochissimo al suo arrivo. Ho tirato l'appartamentino a lucido, è piccolo, ma molto accogliente. Una camera da letto, con comò ed armadio a muro, un soggiorno con angolo cottura ed un piccolo bagno. Marlene lo rende suo, con i suoi libri che conservo per lei in soffitta, l'albero di Natale, la scatola con le decorazioni di legno colorato, le sue lenzuola ricamate, gli asciugamani, i cuscini di piuma d'oca. L'anno scorso ha dimenticato una lettera, chissà forse di proposito, nel primo cassetto del comodino. Non avrei voluto leggerla ma era aperta e non ho resistito. Ho quasi quarant'anni, ed ho due figli. Non mi sono mai permessa di far qualcosa del genere, anche se, le occasioni sono state tante. Ma con Marlene è stato diverso.

Ecco cosa diceva la lettera.

Dolcissima fata,

quanti occhi ho visto passare, smarriti, gai, scuri o chiari, e quanti volti ho visto, volti gentili, rubicondi, stanchi, sottili, ansiosi e gravi, ma erano sempre gli stessi, che conoscevo e confondevo, tanto che un limpido sguardo aveva la stessa poca importanza d'un ghigno truce e deforme. Si chiama abitudine.

Finché non ti ho visto passare, non avevo la minima idea di quanta luce fosse creato il volto umano. O forse l'avevo dimenticato. E probabilmente se t'avessi visto ogni giorno fin dalla mia infanzia, fra la mia gente, saresti stata una ragazza carina sì, ma più o meno come tutte le altre. Ma sei un'estranea, la tua luce qui è nuova, diversa, e ti distingue, ti separa dal resto di noi. E' semplicemente perché sei diversa, e per questo sei speciale. Come un papavero fiorito in un campo di grano, o uno stelo di grano fra i papaveri. Non fa differenza. (...)

Anche tu la senti questa stagione, come tutti noi, senti il freddo che si insinua velenoso, anche se nel tuo paese è assai più violento e marcato. Ti vedo ogni giorno, e proprio il vederti, l'osservarti mi riempie di te. Il tuo marciapiede è sempre lo stesso, ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera, la sciarpa di lana bianca, screziata da elettrici fili argentati, attorno al collo, il lungo cappotto scuro stretto in vita, ed il riflesso d'ambra dei tuoi capelli in una fluida ed appassionata coda. Non ti guardi attorno, sorridi appena, cammini con le mani sprofondate nelle tasche, e sai che, chiunque ti sfiora, passandoti accanto, t'osserva curioso, a volte lascivo, altre ammirato. Ed io ti vedo, ti seguo, come se i miei occhi fossero su ogni particella dell'asfalto su cui cammini. Sì, rubo un po' della tua vita. I tuoi movimenti, che provocano senza che tu lo faccia apposta, dal gesto più semplice, come il raccogliere qualcosa che ti è scivolato a terra, al tuo scostar le bionde ciocche di capelli che a volte ti scendono sul tuo sguardo azzurro, sul bel viso, la leggera e suppongo profumata condensa che sbuffa fra le tue labbra schiuse, a volte perfettamente dipinte.

Perdonami, ma il mio non è lo sguardo indiscreto di Samuele, il giornalaio, che poi s'inventa qualsiasi cosa, se sorridi ad un complimento e lo saluti gentilmente. Non sono Lucia, la commessa del piccolo forno sulla strada, con il volto rotondo ed infiammato come una mela, le lunghe unghie curate da pubblicità, che riferisce alle sue fisse curiose ed invadenti clienti dov'eri e con chi eri, con chi ti sei fermata a parlare l'altro ieri. No, te lo giuro, io ti osservo soltanto, e immagino il tuo sorriso e lo squillo della tua voce. Sono sempre lì, dietro la finestra del mio studio, nascosto dalle tende ricamate da nonna Enrichetta. Ti vedo passare con la tua camminata frettolosa, il tuo sguardo che casca sulle ultime foglie morte che calpesti nel tuo passaggio.

Sì, sei bella, con la tua aria assorta, il viso pulito dalla leggera foschia che sale dal mare e si intrica nei tuoi capelli, sei bella quando cammini sul lungo molo, dopo aver superato la banchina, a passi lenti, e qualche vecchio si volta per osservarti, ed i pescatori, che tornano esausti, con battane cariche o scafi d'acciaio, alzano una mano sporca ed un fischio acuto. Sei bella, semplicemente e stupendamente bella. Ho sentito parlare di te, ma fra le tante storie che raccontano, mi rendo conto che nessuno, in fondo ne sa niente. E non mi rimane che osservarti, ed immaginarti nel piccolo appartamentino da cui si vede il mare, il porto, ed il cielo della mia città, che ogni inverno prendi in affitto. Chissà se lì cerchi di ricrearti la magica atmosfera del Natale, che tu conosci bene, se accendi una candela, spegni la televisione, e con un buon libro, vicino al tuo grazioso albero di Natale fiocamente illuminato, passi la tua serata. Può forse essere sbagliata, stupida, questa mia città, perché la vita di ognuno appartiene a tutti, forse per la noia che può esserci finita l'estate, eppure so che tornerai il prossimo inverno, che tornerai ogni inverno.

Siamo solo esseri umani, e la nostra vita è così vuota da doverla riempire con la vita altrui, forse nel tuo paese non sarà così, e per questo sarai una fra tanti. E qui so che ti piace, perché ogni inverno sei qualcuno, sei la protagonista.

Un amico

Fiorenza Carbonari


 
 
 
 
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