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Aprile 1998 / Lettere e Arti
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I sentieri della memoria

Campagna orcianese

L'arrivo della buona stagione invita a fare una passeggiata per le imbrecciate vie interpoderali, e vien subito voglia d'imboccare qualche sentiero sterrato che conduce al fosso, affluente senza nome del Cesano. Io e Toni ci troviamo spesso a passeggiare per la ridente campagna di Orciano, teatro delle prime avventurose scoperte, proprie della preadolescenza, alla ricerca delle comuni radici. Vigila dall'alto, eretta a lato della chiesa di Santa Maria Novella, al centro del Castello, l'austera Torre Malatestiana, e pare che rassicuri, ancor oggi, le progressive esplorazioni dell'amicizia per la vita.

Lo sguardo spazia ora verso la valle del modesto Cesano, ora verso lo storico Metauro, e l'anima contempla gli ameni colli ondulati, in successiva elevazione verso l'Appennino o degradanti sull'Adriatico. S'apre alla vista un paesaggio semplice e complesso, modellato ancora per gran parte da rispettosi interventi dell'uomo in campi produttivi di essenziali colture, non promettenti materiali ricchezze, bensì garanti di risposte ai primari bisogni esistenziali. Le coltivazioni sono delimitate da fitte siepi di biancospino e di rovo, a cui s'aggrappa l'invadente vitalba, da cheti ruscelli, da file di pioppi svettanti alla ricerca del cielo. Secolari querce e gravi cipressi, che fronteggiano spavaldamente i freddi venti del Nord, danno un tono di serietà alla campagna; stanno tenacemente abbarbicate le ginestre nelle sterpaie, in attesa di esplodere la fioritura del giugno, ogni volta incerto tra due stagioni. All'apice di qualche collina, vigilano slanciati cipressi e si stagliano contro il cielo pini marittimi, dal profilo tormentato per la tenace lotta contro Bora e Maestrale. Nelle macchie e su per scoscese ripe di fragile e compatta arenaria le foglie del sottobosco attendono l'autunno per sfumare a varie tinte e prendersi la rivincita sui fiori.

Il paesaggio saggiamente antropizzato ha forgiato il carattere marchigiano, ha proposto le prime conoscenze, ha plasmato al loro insorgere le amicizie, nate nella magica adolescenza, nel pieno funzionale tumulto delle "passioni nascenti". L'arcana corrispondenza tra animo e natura ispira incisioni ed acquerelli all'amico, che ripropone nella trasfigurazione dell'arte i sensi delle comuni radici affettive e culturali. Continuano, come nell'adolescenza, i confidenti discorsi, si ripetono le ostinate proiezioni nel futuro; l'amara sorpresa per una secolare quercia abbattuta, paziente strumento, un tempo, d'avventurosi giochi inventati da Gianfranco Geminiani (per gli amici Gem), cugino, perciò amico e fratello, cui s'addice il verso "strappato al male a venire", divelle dall'anima un brano di vita e minaccia di scalzare i ricordi. Gli ameni angoli, un tempo abitati da ninfe, c'insegnano che una parte del cuore s'apre ed appartiene solamente ad un amico.

La casa d'Biagett

Una vecchia casa di campagna, a pochi passi dal paese, è il preferenziale soggetto di rappresentazione del fraterno amico, pittore, insegnante, educatore. La casa di Biagett, circondata, ormai aggredita dallo spontaneo verde selvatico, mostra vecchi mattoni, per lo più corrosi dalle intemperie, di colore marrone e rosso vivo; cova nel profondo antichi e comuni segreti: umile custode di tutti gli spessori dell'amore, vissuti da sempre con dignitosa riservatezza in ogni ambito domestico; perciò depositaria d'antiche e nuove speranze e delusioni, di attese e di rinunce, di promesse e disillusioni, è sacrale teca di sofferenze e di gioie, di vita e di morte.

Gelosa custode di usuali storie e di comuni affetti, l'abitazione, segnata da allarmanti crepe, suggerisce lontani ricordi, ripropone vecchi racconti, sollecita l'animo a immaginifiche ricostruzioni di trascorse vicende, misteriosamente scritte nel cuore, nella mente, nell'anima.

Rodolfo Tonelli


 
 
 
 
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