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Ricordo di Dino Gaio

Aprile 1999

Un artista molto amato dai pesaresi

Dino Gaio, nato a Pesaro nell'aprile 1914 e morto a Montelabbate nell'aprile del 1989, è stato un musicista e un pittore molto amato dai suoi allievi. Allevato in un orfanotrofio dopo la scomparsa prematura dei genitori, cominciò a lavorare a 10 anni come ceramista, diplomandosi successivamente alla Scuola d'arte. A 18 anni riprese gli studi di musica frequentando il Conservatorio di Pesaro e diplomandosi in clarinetto. Dopo la guerra e la prigionia si dedicò all'insegnamento presso la Scuola musicale "Lettimi" di Rimini, poi al Conservatorio di Pesaro per 37 anni.

Parallelamente all'attività di docente e di concertista, continuò a dipingere con crescente successo, esponendo le sue opere in molte città in Italia e all'estero: quadri di paesaggi, marine, nature morte, chierichetti, clown. Temperamento schivo e noncurante di riconoscimenti e di onori, secondo la testimonianza della moglie, rifiutò molte proposte di galleristi e personalità che intendevano valorizzarlo anche sul piano commerciale. Fu apprezzato da De Chirico (visitando una sua mostra gli disse: "Continui giovanotto, che lei ci sa fare") e da Montanelli che rimase ammirato dai suoi quadri esposti a Cortina d'Ampezzo e lo cercò invano nei giorni successivi per farne oggetto di una recensione sul "Corriere della Sera".

Nel 1942 ha sposato Maria Rocchi (insegnante elementare apprezzata da varie generazioni di pesaresi) da cui ha avuto due figli: Paolo, ingegnere della Società americana Westinghouse a Bruxelles; e Piero, farmacista in provincia di Brescia. Nel decimo anniversario della morte, lo ricordiamo con alcune testimonianze.

Un uomo felice, tranquillo, che sapeva sorridere in maniera simpatica ed accattivante: così appariva Dino Gaio, appassionato di pallacanestro ed assiduo frequentatore del campo all'aperto di Viale della Vittoria, ai ragazzi pesaresi degli anni Cinquanta che con lui prendevano posto nella piccola gradinata ai bordi del rettangolo di gioco per sostenere la squadra del cuore.

Indubbiamente possedeva una grande virtù: sapeva nascondere, celare in maniera meravigliosa le insoddisfazioni che "tenzonavano" nella sua mente e che si portava dietro fin dalla tenerissima età. Orfano, costretto in collegio, ha subito cercato di colmare una solitudine amara e profonda attraverso un'attività frenetica, una ricerca di amicizia, di comprensione.

La natura, per molti aspetti, era stata con lui sicuramente generosa, prodiga di "talentose" offerte. Ma egli sembrava non rendersene conto per modestia, per un eccesso di perfezionismo e per quel confronto esasperato fra il "dato" e il "tolto", fra il ricevuto e il sottratto. Egli, inoltre, è stato assalito da una autentica valanga di tentazioni artistiche. Giovanissimo, nella bottega di Cartoceti, ha conosciuto la ceramica e, contemporaneamente, si è avvicinato alla musica per diventare, con il suo clarinetto, una "tessera" importante del complesso bandistico del Collegio, diretto dal maestro Vivenzio. Poi la guerra a complicare ulteriormente le cose. Ma il successo è… in agguato. Ecco la famiglia, sede principale degli affetti, che contribuisce a dargli fiducia e a raddoppiare l'impegno artistico-lavorativo. E così, ripensando al suo passato, può "togliersi" dall'orfanotrofio ospitando, specie in occasione delle feste più sentite, alcuni bambini, in cui si vede riflesso, per donare loro un sorriso. E il gesto ha il sapore di una bella rivincita sull'infanzia negata.

Dino Gaio è in rapida ascesa. Con una buona dose di autostima in più avrebbe potuto trovarsi… solo al comando. Docente, compositore, direttore di banda, concertista di dimensioni internazionali con I Solisti di Pesaro trova, infine, la sua migliore espressione in campo pittorico. Dopo una nutrita serie di mostre nei centri turistici di Cortina e Canazei, le sue quotazioni salgano vertiginosamente. Paesaggista di talento, i fiori sbocciano luminosi dalle sue mani e i clown, sempre più arguti e ridenti, conquistano un pubblico vastissimo e sempre più spazio nei quotidiani e nei periodici specializzati. Il 7 ottobre del 1972 l'Accademia Tiberina lo nomina accademico d'arte per meriti artistici, riconoscimento-stimolo ad una produzione di qualità.

Un ricordo doveroso, quello di Gaio, che continua a vivere attraverso i figli e nel pensiero affettuoso della moglie Maria Rocchi, custode dei suoi segreti e delle sue opere.

Vittorio Cassiani

Le affettuose testimonianze dei suoi allievi del Conservatorio

Il sassofono

Ero un ragazzo quando dentro di me esplose la grande passione per la musica. Studiavo ascoltando la radio: il suono morbido del sassofono mi affascinava. Me ne feci regalare uno da mio padre e cominciai a provare quel suggestivo e incredibile rapporto che si instaura fra il proprio corpo, la propria anima e il sassofono.

Purtroppo un pessimo insegnante del Conservatorio mi tolse ogni entusiasmo. Ruvido, rigido, un vero disastro! Dopo qualche tempo un amico mi portò dal professor Gaio e fu il risorgere dell'entusiasmo per la musica e per il sassofono. Ricordo ancora il suo sorriso, la sua pazienza e la sua umanità. Ricordo ancora la voce del mio sassofono che si diffondeva per il salotto della sua casa, il tranquillo e rassicurante salotto simbolo di un tempo che non c'è più.

Poi l'università ed il lavoro mi portarono lontano ma con Gaio rimanemmo sempre in rapporto, parlando di musica e di pittura, la passione che ormai aveva pervaso la sua vita. Il sorriso di Dino Gaio sarà sempre nei miei ricordi, come tante altre voci, volti, profumi e cose di una Pesaro ormai scomparsa nel lento fluire del tempo.

Catervo Cangiotti

Il clown col violino

Nel 1975, appena diplomato, vinsi il concorso come primo clarinetto presso l'Orchestra Sinfonica di Sanremo ed in uno dei miei primi giorni di vacanza andai a trovarlo a Pesaro. Dopo i saluti ed i complimenti per aver superato l'esame mi chiese se avevo un clarinetto in LA, dato che in orchestra capitano spesso programmi dove è richiesto tale strumento ed in certi casi non se ne può fare a meno. Risposi di non possederlo e così mi regalò non solo il suo clarinetto in LA, che mi sarebbe servito in tante occasioni quali la Sinfonia "La Semiramide" di Rossini (a lui tanto ostile), ma anche il suo frac, abito elegante che avrei usato, e che ancora conservo, per i concerti più importanti.

Qualche anno più tardi riuscii ad organizzargli una mostra dei suoi quadri presso la Hall del Casinò di Sanremo e così venne per un periodo ad abitare con me. Non so quanti anni avesse, ma era pieno di vita, quanto basta per rivoluzionare quella di un ragazzo com'ero io che doveva pensare al lavoro ed allo studio. Mi seguiva dalla mattina alla sera sia alle prove che ai concerti con l'orchestra, attento ad ogni minimo particolare, senza occuparsi minimamente l'andamento della sua galleria. Dopo tanti anni di silenzio musicale volle rimettersi a studiare il clarinetto, e così fece. Tornavo a casa da una giornata di intenso lavoro e lui era lì ad aspettarmi per ricominciare a studiare scale e note lunghe come un piccolo allievo; ero contento perché sentivo che per Dino ricominciare a suonare era la cosa più importante in quel momento, più della sua mostra di quadri. Lì cominciammo a darci del tu.

Come tutte le cose, anche quelle belle finiscono; e così arrivò l'ultimo giorno della sua mostra. Prese un foglio, disegnò velocemente uno dei suoi clown con un violino in mano e me lo regalò, poi partì per tornarsene a Pesaro. Quel clown, oggi appeso a casa mia, lo vedo e lo saluto tutti i giorni. Ciao Dino. Grazie di tutto.

Gino Partisani

Il volo del clarinetto

Un giorno, esasperato dal mio scarso impegno, mi strappò il clarinetto e lo buttò insieme ai miei libri dalla finestra dell'aula del Conservatorio, spedendomi poi dal Direttore per una ulteriore lavata di capo. Questo episodio segnò una svolta nel mio rapporto con il Conservatorio e lo studio della musica e mi fece maturare la scelta di uno strumento diverso: il sassofono.

Dopo circa 15 anni, diplomato in sassofono con soddisfacenti risultati e diventato insegnante presso il Conservatorio di Pesaro, rincontrai il maestro Gaio ormai in pensione; tutta la carica violenta con cui mi aveva investito tanti anni prima per scuotermi e responsabilizzarmi si trasformò in quel momento in un commosso e forte abbraccio. Mi manifestò tutta la gioia di sapere che avevo felicemente concluso gli studi ed ero divenuto un suo collega, emozionandosi fino alle lacrime. Non ti ringrazierò mai abbastanza Dino.

Enzo Vedovi

 

 


 
 
 
 
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