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Personaggi allo Specchio:
Franco Bertini


QUANDO IL RAGNO TESSEVA LA TELA

Quando un giornalista dedica un articolo a un altro giornalista c'è sempre in agguato il rischio del "soffietto" o della "marchetta", come si dice elegantemente in gergo: una consuetudine peraltro praticata senza ritegno anche dalla stampa nazionale più autorevole. Ma Franco Bertini (Gianfranco per l'anagrafe) non è solo un giornalista: è uno dei profeti del basket pesarese e il testimone di quasi cinquant'anni di storia di questo sport. Comunque oggi è molto più noto per le sue collaborazioni al Carlino: le fulminanti battute di "Blob", i profili surreali delle "Interviste impossibili" (che pennellavano i personaggi locali assai meglio delle interviste vere), i corsivi ironici di "Passaparola" a commento dei fatti del giorno. Poiché questi ultimi appaiono rigorosamente anonimi, non si capisce mai se sono scritti da Bertini il quale modera la sua naturale verve per non farli attribuire automaticamente a lui; o se sono scritti dagli altri redattori che cercano di imitare il suo stile. Il gusto del paradosso gli ha creato però qualche problema proprio fra i suoi amici e colleghi della pallacanestro: gli ultimi al mondo con cui vorrebbe litigare. Qualche anno fa, quando era ancora vivo il ricordo della "monetina" lanciata da uno scriteriato sulla testa di Dino Meneghin facendo eliminare la Scavolini nella semifinale dei "play-off" contro il Simmenthal, scrisse un articolo satirico la prima volta che lo stesso Meneghin tornò a giocare a Pesaro (con la maglia della Stefanel), accusandolo sostanzialmente di "simulato infortunio". Il suo amico Bosha Tanjevic, allenatore della squadra triestina (e ora allenatore della nazionale) non gradì lo sfottò dedicato a un suo giocatore proprio alla vigilia della partita e gli tolse il saluto; c'è voluta una lettera di chiarimento e di "quasi scuse" per ricucire il rapporto fra i due. Trattato come un senatore dai colleghi più giovani, Bertini porta i suoi sessant'anni suonati con il vigore di un quarantenne precocemente incanutito, senza prendersi troppo sul serio. Come presidente del locale Circolo della Stampa, ha fatto quasi piangere Angelo Riminucci, poche settimane fa, rievocando le sue imprese sportive al momento di consegnargli uno dei premi ai pesaresi dell'anno. Nelle sue vene scorre ancora sangue e basket, insieme all'inchiostro delle tipografie.

I pulcini di Fava. Il professorino filiforme si aggiusta l'elastico degli occhiali, entra nell'area piccola, fa saltare a vuoto l'avversario con un paio di finte di corpo, e va a canestro da sotto. Questa è l'immagine del giovane Bertini impressa nella mia memoria, e in quella di migliaia di tifosi pesaresi, quando era già per tutti il Ragno: così lo aveva soprannominato Agide Fava (Aido), il più grande scopritore di talenti nell'inesauribile vivaio dei ragazzi pesaresi del dopoguerra, osservandolo mentre infilzava canestri nel chiostro della parrocchia di San Giovanni, a due passi dalla sua casa di Via del Vallato. Forse quel soprannome voleva sottolineare l'esile costituzione fisica del ragazzino che diventava sempre più alto di mese in mese; forse si riferiva al modo tentacolare con cui calamitava i palloni vaganti o tesseva pazientemente la tela del gioco per irretire gli avversari. Fatto sta che questo play-maker naturale, negli anni in cui non esisteva nemmeno questo ruolo e tanto meno questo termine, entrò a far parte della squadra "juniores" della Victoria Benelli e nel 1956 vinse addirittura il campionato italiano: il secondo (e ultimo) titolo conquistato dai giovani pesaresi dopo quello del '52 con Riminucci nel quintetto. Il successo gli aprì le porte della prima squadra nel campionato 1956-'57, il primo in cui si passò dallo storico campo all'aperto di Viale della Vittoria al Palazzo dello Sport di Via dei Partigiani. Come premio di ingaggio, e come unica retribuzione per tutta la stagione, la Società gli offrì un conto aperto presso il macellaio Duilio di Piazza Antaldi: carne a volontà per tre figli maschi, una madre casalinga e un padre falegname: una storia che sarebbe piaciuta a Bertolt Brecht. Solo l'anno dopo, quando presumibilmente il tasso di uricemia di tutta la famiglia aveva raggiunto livelli insopportabili, il contratto fu convertito in moneta sonante, consentendo a tutti una dieta più equilibrata.

Si era appena diplomato al Liceo Scientifico della città, andando a scuola alle due e mezzo del pomeriggio perché allora nei locali del "Bramante" si facevano i turni con altre scuole superiori. Fra i compagni di banco c'erano anche due futuri sindaci di Pesaro, Marcello Stefanini e Giorgio Tornati: però il primo della classe era sempre Bertini, al quale l'incipiente miopìa (forse favorita dalla crescita troppo rapida) conferiva quell'aria un po' da "secchione" che piaceva tanto ai suoi professori di matematica e di filosofia. Ma oltre a Kant e agli "integrali", la sua testa macinava canestri. Il ragazzo giocava già in prima squadra accanto a campioni del calibro dell'americano Tony Vlastelica (ancora ricordato per il suo famoso "gancio" da otto metri) e contro gli squadroni della "Prima serie" (cioè la A1 dell'epoca): la mitica Simmenthal di Milano, l'odiatissima (a Pesaro) Virtus di Bologna, le blasonate Ignis di Varese e Oransoda Levissima di Cantù. La formazione locale veleggiava stabilmente a metà classifica, prendendosi ogni tanto qualche bella soddisfazione: i protagonisti del tempo erano Giovanni Paolini (Paparà), spina nel fianco di tutte le difese con i suoi fulminei contropiede e ben diciotto stagioni e 250 partite con la stessa maglia; il "politico" Marcello Stefanini; e poi Ferruccio Fronzoni, Marco Marchionetti, Arnaldo Ninchi, Carlo Bontempi, Romano Di Giacomo, Pierluigi Barbadoro (Tromba), Carlo Paglialunga, Marcello Rivalta, Sandro Olivieri (Formica), Francesco Sorlini, Valentino Carloni, Giampiero Corbucci, Alfredo Di Tommaso. Tutta gente che aveva raccolto il "testimone" di Riminucci, ormai in volo nei cieli alti del basket, e dei leggendari "pionieri" del dopoguerra: lo stesso Agide Fava, Ildaco Minelli (primo pesarese chiamato in "nazionale"), Fulvio Ragnini, Michele Scrima (poi dirigente di lungo corso), Giorgio Lanfernini , Carlo Pensalfine.

La strada del Nord. Al termine del secondo anno da titolare in prima squadra (1957-58) si trova al grande bivio della sua vita: gli studi universitari a tempo pieno o il basket. Gli amici di famiglia e i suoi insegnanti lo spingono verso la carriera intellettuale; dall'altra parte c'è la grande passione per lo sport e c'è anche Bogoncelli, il patron del Simmenthal di Milano, che gli offre uno stipendio di 100 mila lire al mese e un premio d'ingaggio di un milione. Lo stipendio corrisponde più o meno a due milioni di oggi, ma con quella cifra si viveva allora piuttosto bene perché... c'erano meno cose da comprare. Sembrano spiccioli, in confronto ai guadagni attuali delle star del basket, ma bisogna saper nascere al momento giusto: pensate a quanti chili di carne potrebbe comprare oggi Carlton Myers, con un ingaggio di quattro miliardi a stagione.

Nel suo primo campionato a Milano (1958-59), arriva anche lo scudetto, conquistato accanto a Riminucci, Pieri, Romanutti, Sardagna, ma propiziato proprio... da Pesaro! Infatti la squadra di Fava (nel frattempo ribattezzata Lanco, grazie a uno sponsorizzazione concordata al momento del passaggio di Bertini a Milano) batte nell'ultima giornata di campionato la Virtus di Bologna, che sta già pensando al tradizionale spareggio col Simmenthal. Per tutti i pesaresi che hanno più di cinquant'anni, quella data (12 aprile '59) ha un'importanza storica paragonabile alla battaglia del Piave. In segno di gratitudine il solito Bogoncelli "zio Paperone" regalò un orologio d'oro (così si racconta) a tutti i protagonisti di quella memorabile impresa.

Si ferma un po' per un infortunio alla schiena e torna a Pesaro accanto al fantasista Cescutti per giocare con la Lanco che si classifica al quarto posto nel campionato ‘58-'59. Poi passa per due stagioni all'Ignis Varese, dove manca di poco il secondo scudetto allo spareggio contro l'eterno Simmenthal; cambia casacca, ed elettrodomestici, andando alla Fides di Bologna per riavvicinarsi a casa e sposare Luciana; e infine approda definitivamente a Pesaro, dove gioca fino al 1974: quando inizia l'epopea Scavolini (la sponsorizzazione più lunga in Italia e forse nel mondo) che, ripartendo dalla A2, porta la squadra ai vertici del basket nazionale e alla conquista di due scudetti.

Prima di chiudere la carriera sportiva per dedicarsi solo al lavoro di funzionario della Provincia, trova anche il modo di raccogliere qualche successo come allenatore di pronto intervento: verso la fine della stagione ‘78-79 prende in mano la squadra che sembra avviata alla retrocessione e vince lo spareggio decisivo contro la Canon di Venezia (4000 pesaresi al seguito, sugli spalti del campo neutro di Bologna); due anni dopo passa in panchina un'intera stagione, coronata dal raggiungimento dei play-off.

Gazzelle e dinosauri. Nel suo appartamento di Via Cecchi, comprato col mutuo, aleggia la memoria di un bel pezzo di storia del basket che si intreccia col suo personale itinerario di vita. Ha fatto tanti canestri (una media di 20 punti a partita, quando non esisteva ancora il "tiro da tre"); ha giocato ottanta partite in "nazionale", comprese quelle dell'Olimpiade di Tokyo e del campionato del mondo di Rio de Janeiro, dove una giuria di tecnici lo ha indicato fra i componenti del "quintetto ideale" del torneo; per tre anni di seguito la rivista "Superbasket" lo ha laureato come il miglior playmaker del campionato. Ha visto cambiare la tecnica, le regole, la velocità, il clima psicologico di questo sport: una volta si faceva più affidamento sulla capacità individuale dei giocatori, non c'erano i "trenta secondi" per andare al tiro, i pochi "lunghi" erano impiegati solo come pivot e si aggiravano sul campo, lenti come dinosauri, alla caccia di palloni alti; oggi il basket è più atletico, più muscoloso, più corale, più vicino ai ritmi americani, con giocatori di due metri che si allenano almeno otto volte alla settimana e corrono come gazzelle. Ha conosciuto gli allenatori-papà come Fava e Formigli che entusiasmavano i ragazzi negli anni tristi del dopoguerra; gli allenatori-condottieri come Rubini, capaci di sbattere contro il muro dello spogliatoio i giocatori che non si impegnavano abbastanza ricordandogli il colore della maglia che indossavano; e i grandi tecnici degli anni '70 e '80 che hanno sprovincializzato il basket italiano, come Asa Nicolic, Peterson, Bianchini.

E tuttavia si coglie nelle sue parole un po' di noia per il grande "circo" miliardario e una qualche nostalgia per la "pesaresità" di una volta, quando i giocatori erano meno pagati, più ruspanti e soprattutto erano tutti figli nostri, cresciuti qui. Forse pensa che bisognerebbe ripartire da quegli umori, dai ragazzi come Maggioli e Malaventura, per costruire un nuovo ciclo. Non si vive solo di soldi e di stranieri.

In un libro da lui curato per i quarant'anni della "Victoria Libertas" ha scritto come dedica: "Ad Agide Fava e a tutti i pesaresi che anche per un solo momento della loro vita hanno amato la palla al cesto, la pallacanestro, il basket".

Alberto Angelucci

 


 
 
 
 
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