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Aprile 1999 / TuttoFano
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Una statua per Fabio Tombari


Ricordo di un giovane ottuagenario

Un maestro che amava Manzoni

Continuano a pervenire le testimonianze dei cittadini, dopo l'appello lanciato dallo "Specchio": celebrare il centenario della nascita di Fabio Tombari con la realizzazione di una statua in formato naturale del grande scrittore fanese, da collocare in una delle piazze da lui abitualmente frequentate. Pubblichiamo in questo numero il ricordo che ci ha inviato Eugenio Valente (84 anni), un suo allievo alle scuole elementari negli anni Venti.

A Tombari è stata dedicata recentemente una manifestazione organizzata a Pesaro dalle "Benemerite" dell'Associazione Nazionale Carabinieri. Alberto Berardi ha illustrato con grande competenza la figura e le opere dello scrittore, ricordando anche alcuni episodi poco noti ma molto significativi. Non molti sanno, infatti, che Galeazzo Ciano, dopo la condanna a morte del tribunale di Verona, aveva chiesto solo due libri da leggere in carcere: il "Fedone" di Platone e "Il libro degli animali" di Tombari. E anche l'ex Re Umberto II, in esilio a Cascais, nutriva la sua nostalgia per l'Italia rileggendo spesso le "Cronache di Frusaglia".

Ho appreso la notizia riguardante la commemorazione del centenario della nascita di Fabio Tombari e della proposta di erigere un monumento in questa Fano che gli dette i natali. Mi ha fatto oltremodo piacere ma mi ha anche emozionato perché, nell'età scolare, sono stato un suo alunno in quarta elementare. Ricordo bene la sua slanciata statura di giovane poco più che ventenne. Assai garbato e sempre disponibile, anche fuori lezione, a dare esaurienti risposte alle nostre domande. In classe, mentre noi scolari eravamo alle prese con qualche componimento, egli, seduto alla cattedra, sembrava a tratti molto intento ad inseguire chissà quali pensieri e, prendendo la testa fra le mani, abbozzava un sorriso. Stava forse creando già, con la sua immaginazione, la trama per un nuovo libro? A volte si alzava di scatto dalla cattedra e andava alla lavagna dove, munitosi di gessetto, eseguiva un disegno che gli era congeniale e che ripeteva sovente anche in altre occasioni. Tracciata la sagoma di un ampio ferro di cavallo, all'interno della stessa disegnava la testa di un purosangue dotata di una superba criniera e, infine, su tutto, di traverso, disegnava una lunga frusta. Terminato il disegno si voltava verso di noi e accennando un lieve sorriso quasi fanciullesco, ritornava a sedersi. In certi momenti si aveva la sensazione di non essere con un insegnante adulto, ma insieme ad un compagno della nostra età.

Dopo alcuni anni, lo ebbi ancora come docente alle superiori e ricordo che più di una volta mi chiamò durante le lezioni: "Valente, tu sai leggere bene, vieni qui!". Allora mi recavo accanto a lui che era seduto in cattedra e mentre attendevo in piedi, sulla pedana, lui apriva "I Promessi Sposi" e puntando il dito sulla pagina, mi indicava il brano che avrei dovuto leggere. Prima che iniziasse la lettura però, egli si rivolgeva alla classe dicendo: "Ragazzi, ascoltate attentamente ciò che leggerà il vostro compagno e se desiderate imparare a scrivere bene, leggete spesso I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: saprete usare così nel modo giusto, non solo i vocaboli ma, soprattutto, la punteggiatura". Come insegnante era davvero un piacere ascoltarlo e le ore di lezione, con lui, non pesavano mai! … "E il compito per casa… Maestro?!" "Leggete una pagina del vocabolario d'italiano e cercate di imprimere nella mente la definizione di ciascun vocabolo!".

Quando frequentavo la scuola elementare, negli anni Venti, si andava nell'edificio adiacente alla chiesa di San Paterniano, nelle stanze che sono ubicate in alto, intorno al chiostro. Ricordo che col proprio maestro si scendeva a fare ginnastica (che consisteva nel correre più volte, avanti e indietro), proprio sotto il porticato del chiostro medesimo. Negli anni Trenta venne da fuori Fano uno scultore di nome Bernacchia, che insegnò poi modellazione all'Istituto d'Arte, il quale fece posare alcune volte il maestro-scrittore e lo ritrasse a mezzo busto, modellandolo in un blocco di terra creta.

Passati vari anni io, che avevo risieduto per lungo tempo nel ferrarese, rientrato a Fano, ormai ben adulto e sposato, decisi di andargli a far visita a Rio Salso poiché lo scrittore nel frattempo si era accasato là insieme alla sua compagna. Di primavere se ne erano già accumulate diverse sulle spalle di entrambi, ed è noto che il trascorrer del tempo sbiadisce i ricordi e muta un po' anche le sembianze. Così, quando ci trovammo l'uno di fronte all'altro gli domandai: "Maestro, si ricorda di me? Sono Valente, il suo ex allievo… il lettore dei "Promessi Sposi"!". Egli mi fissò un istante, fece affiorare il suo solito sorriso e poi esclamò: "Beh!… Mi sembra di riconoscerti ma sai, Valente, voi allievi siete stati tanti che mi rimane un po' difficile ricordarvi tutti. E' invece più facile per voi ricordare me, che sono soltanto uno!". E fatta una breve pausa soggiunse: "Sì, uno soltanto!… Uno qualunque!". Qualunque?!… Altro che qualunque!… Era da lunga data un famoso e affermato scrittore che, molto modesto, non si vantava del suo talento.

Io lo rivedo ancora, il caro maestro della mia verde età che, uscito di scuola, attraversa Piazza Costanzi con passo deciso, a testa alta, capelli al vento. Tiene sotto braccio alcuni libri: il suo profilo marcato si staglia nello spazio… e va, mantenendo la sollecita andatura, in direzione di Corso Matteotti…

Eugenio Valente

 

 


 
 
 
 
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