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Aprile 1999 / TuttoFano
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Il Foro boario

Fano tra poesia e storia, vista da Rino Magnini

Da ragazzino amavo andare nei luoghi caratteristici di Fano, spesso frequentati da molta gente, perché mi piaceva ritrarre su carta, usando il carboncino, le persone e gli animali in atteggiamenti tipici. Quasi ogni sabato mi recavo al Foro boario, affollatissimo di contadini con gli animali da vendere, provenienti dalla campagna fanese, ma anche da varie località dell'entroterra e della regione e persino dalla vicina Romagna. Ai miei tempi il Foro boario era attivo in Via Gabrielli, di fronte alla chiesetta, con adiacente monastero, delle suore di Santa Teresa. Da anni ormai in disuso, è oggi adibito a parcheggio (ex Foro Boario), utilissimo specialmente per chi ha bisogno di recarsi in ospedale. Prima di questa sede, il Foro boario occupava l'area dell'attuale Caserma Paolini e, successivamente, lo spazio in cui ora si trova la scuola Corridoni con l'annesso distributore AGIP.

Il mercato del bestiame di Fano era assai rinomato, frequentatissimo, molto vivace, pieno di movimento. Il numero dei bovini era addirittura impressionante, ma vi erano anche altri animali: cavalli, muli, asini, maiali, pecore, agnelli e animali da cortile. Si trattava insomma di uno spettacolo veramente unico. A tal proposito Gildo, mezzadro ottantacinquenne ancora "in esercizio", mi racconta che la vendita del bestiame, anche se talvolta avveniva direttamente fra le parti, il più delle volte si svolgeva con l'intervento di un mediatore, detto sensale. Questi, sempre all'erta, si intrufolava rapidamente tra il venditore e l'acquirente e, afferrando le loro mani le tratteneva agitandole verso l'alto e verso il basso finché, tra un'offerta e l'altra, non riusciva a combinare l'accordo. A tal punto metteva le mani a contatto e lasciava la presa. Naturalmente gli spettava poi un compenso. Più il sensale era rapido a concludere gli affari e più guadagnava. Allora per rispettare un contratto bastava un gesto e una parola, oggi quasi quasi non basta neppure una "scrittura" davanti ad un legale. Ma naturalmente, come sempre, c'era anche chi imbrogliava il "povero contadino" (sempre alle prese con il padrone, il fattore e il mediatore) costretto a lasciar partire i suoi amati "capi" a prezzi spesso al di sotto delle enormi fatiche sostenute per allevarli al meglio.

La vendita del bestiame, riferisce ancora Gildo, era un fatto importantissimo per le famiglie dei contadini perché costituiva un'occasione formidabile per entrare in possesso di "liquidi", utili a far fronte alle spese più grosse. D'altro canto il distacco dell'animale suscitava sempre, in famiglia, particolari stati emotivi: spiaceva vedere la "povera bestia" allontanarsi per sempre, spesso per andare incontro ad un crudele destino (la macellazione). Il viaggio verso il Foro boario a volte era lunghissimo e tutto a piedi se l'animale non aveva problemi; invece nel caso di mucche gravide, vitellini senza madre, il trasporto avveniva con carri. Gildo veniva da Carignano, partiva la mattina presto e a passo lento e cadenzato procedeva tenendo l'animale per la "capeza". Non era certamente il solo lungo la strada. Per l'occasione animali e contadini erano, come si dice oggi, ben "tirati": per i primi, zoccoli e corna ben levigati e lucidati, pelo ben spazzolato, lisciato e pulito, vistosi nastri rossi legati alle corna per scongiurare "malocchi e fatture"; per i secondi, cappello, giacca e pantaloni in ordine, camicia bianca e scarpe. Il Foro boario era anche luogo d'incontri fra contadini conoscenti o parenti di varie località: per questo vi si recavano anche le donne che oltre a dare un aiuto coglievano l'occasione per fare qualche compera in città. I cantastorie, accompagnati dalla fisarmonica, rallegravano l'atmosfera e molte intese sentimentali, fra i giovani della campagna, sortivano anche al suono delle loro note. Conclusi gli affari, i contadini si rifocillavano nelle osterie dove mangiavano porchetta oppure pesce, fritto all'aperto, innaffiando il tutto con profumato bianchello.

‘Un gran pitor'

M'arcord ji che da ragàs…
sa tle man una cartèla
e ‘n pèstin de carbunèla…
tuti i giorne giva a spas.
Giva in gir a fa i disegn
ma la gent, a l'impruvis,
sa tla facia un bèl suris,
a la svelta, sa do segn.
Dietra ‘l mar, tra j'umbrèlon,
al mercat, tra j'animai
d'ogni rasa più geniai,
in tel Pincio o tla stasiòn.
Al mercat ji me fermeva
curiosand tra i cuntadin
e tant volt un bèl vitlin
sa ‘na man acaresava.
El sensal tneva le man
del venditor e d'chi cumprava
e intant l'avicinava
sa la forsa o sa l'ingàn.
S'era bòn de fâl tucà
el cuntrat era già fat,
tant bastava chél cuntat
per riscota o per pagà.
E intant ji disegnava
manuvrand el carbuncin
e t'un lamp un quadretin
su la carta se stampava!
El mercat era pin d'gent
che parlava e che guardava
e ognun intant, sperava
d'argì a casa tut cuntent.
Invec ji, fnit el lavor,
m'artruvava tra le man
i disegn de… tuta Fan;
me sentiva un gran pitor!


 
 
 
 
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