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Siamo sulla stessa barca

Pensare per problemi è diventato da tempo un luogo comune. Non più progetti ma obiettivi da raggiungere. I nostri sforzi sono protesi al successo a tutti i costi. La realtà sociale, ogni giorno più complessa, ci spinge nel labirinto delle opportunità imponendoci lo sviluppo di un pensiero strettamente funzionale. Questa apertura “realistica” in contrapposizione alla precedente, aprioristica e dai valori immutabili, provoca non pochi guasti, se posta fuori dallo schema di rapporti e relazioni tra di loro interdipendenti. Rimodellarsi alle nuove problematiche, aderire alla realtà nel suo farsi, richiede un impegno non indifferente di conoscenza, di apprendimento, d'elaborazione delle informazioni, di un livello culturale medio-alto. Cosa, ahimé, difficile in un mondo che si disimpegna nelle più assurde metodologie per mantenere in vita un popolo di consumatori massificato e mortificato dai consumi.
Messi in crisi i tradizionali strumenti amministrativi di regolazione sociale, da una società spezzettata e frammentata, il punto di riferimento, dotato di legittimità, per la gente, appare la magistratura. Non più solo luogo di risoluzione dei conflitti ma teatro, media, per rendere visibili e percepibili i problemi inascoltati ed irrisolti, dell'ambiente, della tutela dei consumatori, degli interessi collettivi, delle tecnologie elettroniche, genetiche, ma soprattutto della sfera personale e privata. La violenza in famiglia, purtroppo registrata anche nel nostro territorio, i figli omicidi, enfatizzati dalla stampa e trascinati in tribunale, potrebbe essere il disperato tentativo di chi non viene ascoltato e considerato da una sensibilità grossolana attenta all'avere per essere. Tragica risposta una società distratta e disattenta al dramma adolescenziale soverchiato dal brulichio dei problemi, dagli eccessi di domande senza risposte, dalle opposizioni insanabili, dal disagio per mancanza di legami forti e di una centralità razionale di riferimento.
Credere nella logica spontanea delle cose, in una libertà di comportamenti di per sé efficienti, senza un sistema in testa che dia priorità, sequenza e procedure di risoluzione dei problemi, può fare della nostra vita una guerra senza confini. Siamo tutti nella stessa barca, lo spirito di conservazione, anche di uno soltanto dei passeggeri, di quello anonimo, brutto ed insignificante, può far affondare tutti, proprio perché una società che pensa per problemi deve tener conto di tutti, relazionando gli uni agli altri, i diversi agli uguali. Si può davvero pensare che una mano operi ignorando quel che fa l'altra?

Stefano De Bellis


 
 
 
 
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