“Basta Anna, è tardi. Devi sbrigarti!”. Sono le 7,30 di un lunedì qualsiasi, di un inverno qualunque, in una casa come tante. Le finestre degli appartamenti intorno cominciano ad illuminarsi una appresso all'altra in una folle ma metodica rincorsa. La bimba non ha ancora quattro anni. È seduta di fronte ad una grande tazza piena di latte e cacao, i suoi biscotti preferiti sono allineati sul tovagliolo, eppure lei si ostina a non sbrigarsi e a perder tempo con una bambolina da quattro soldi alla quale parla sottovoce, rivelandole chissà quali segreti. Il babbo della bimba si veste con una mano e con l'altra prepara un biberon, trangugia meccanicamente una brodaglia indefinita che si ostina a chiamare caffè e consulta troppo spesso l'orologio appeso alla parete. Ad un tratto ha uno scatto d'impazienza e bruscamente invita la bimba a smetterla di perder tempo, a mangiare e vestirsi in fretta. A sbrigarsi, appunto. Il rimprovero, sebbene contenuto, arriva improvviso e fa scoppiare la bolla dentro cui Anna era come isolata dalla realtà circostante. Lei si volge verso il padre e, ad occhi bassi, intristita dal rimprovero subito, dice: “Perché, babbo? Perché dobbiamo sempre sbrigarci?”. Già. Perché?
Mirko Fabbri
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