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Pillole di storia: Pizzamano contro Napoleone

Il Forte di Sant’Andrea sull’isola delle Vignole (Venezia).

Domenico Pizzamano era un patrizio veneziano che aveva trascorso tutta la sua vita nella Marina da guerra della Serenissima repubblica, ottimo marinaio, sempre pronto ad accorrere in difesa della sua patria. Era nato a Corfù il 6 marzo 1748, vi aveva frequentato la Scuola nautica ed era stato imbarcato sulla galea comandata dal fratello Giovanni. Nel 1768 entra a far parte del Gran Consiglio e contemporaneamente il Senato gli affida una delle navi della squadra del Bucintoro, sotto il comando di Angelo Emo. Destinato con la sua unità alla squadra di Corfù, parte nel 1770 ed esegue continue crociere lungo le coste dalmate in funzione antipirateria. Nel 1775 diviene capitano a Sebenico e quindi provveditore a Corfù nel 1783, dove sposa Marina Marin. Rientra in patria nel 1790, deputato alla organizzazione delle galere del Golfo e responsabile del castello di Sant'Andrea, alle bocche di Lido. Quando nel 1796 il Provveditore alle lagune ed ai lidi, Giacomo Nani, per la difesa della capitale chiama a raccolta i nobili, Pizzamano è uno dei 18 che si offre. Erano gli anni in cui Napoleone scorazzava per l'Europa, dando esempio di grande spregiudicatezza unita ad imperiale arroganza pur di conseguire gli obiettivi prefissati. Nella primavera del 1797 si era avvicinato ai territori della Serenissima per impossessarsi delle sue ricchezze; ma già in aprile l'aperta ribellione dei cittadini di Verona (le famose Pasque veronesi) gli aveva dato un assaggio delle possibili reazioni mentre il suo possente esercito e la Marina francese non avevano alcuna dimestichezza con operazioni in ambito lagunare.
Occorreva dunque a Napoleone uno stratagemma per dichiarare guerra e prendere Venezia. Pizzamano, che comandava le difese in base al decreto senatoriale del 7 luglio 1796 (“non deve essere concesso a qualunque bastimento armato di estere potenze l'ingresso in questo, porto e, in caso di resistenza, sia questa respinta con la forza”, recitava testualmente), da esperto uomo di mare aveva organizzato le forze a sua disposizione in modo da ottenere una continua vigilanza dei varchi ed un intervento adatto a tutte le possibili situazioni. Verso le 23.30 del 20 aprile, sotto un forte vento che annuncia pioggia e burrasca, tre navi con bandiera francese si presentano in favore di marea: due non sono identificate, uno è un tartanone anconetano, requisito colà dai francesi e ribattezzato “Liberateur d'Italie”: 6 cannoni da quattro libbre, 2 da dieci, 38 uomini di equipaggio ed alcuni passeggeri, al comando di Jean Baptiste Laugier. Nel transito verso Venezia, era stato imbarcato a forza un pescatore chioggiotto settantenne, Domenico (Menego) Lombardo, perché sotto minaccia della vita pilotasse la nave nell'avvicinamento alla laguna. Giunto in prossimità del forte d'ingresso, Laugier ordina di eseguire una salva di sette colpi, a mo' di saluto. Pizzamano invia due galeotte, con “fanti da mar” a bordo, per intimare di allontanarsi: le ultime due navi invertono la rotta, il tartanone non esegue l'ordine ed anzi si àncora nei paraggi. Pizzamano ordina allora di sparare due colpi di intimidazione, uno dei quali trancia l'asta della bandiera del “Liberateur”. Colpi di moschetteria sono scambiati per un tentativo di sbarco cui si replica a cannonate. Un colpo, sparato dal Lido, supera la nave e fischia sopra il forte di S. Andrea, dal lato opposto del canale. Pizzamano crede che il colpo provenga dai francesi ed ordina di fare fuoco sul tartanone: un proietto colpisce il ponte ed uccide il Laugier. I “fanti da mar” assaltano quindi l'unità e deve intervenire lo stesso Pizzamano per porre fine all'abbordaggio. Cinque francesi risultano morti negli scontri ed anche il pescatore chioggiotto morirà poco dopo in ospedale. Agli altri, allineati in coperta, Pizzamano si dichiara dispiaciuto che l'ostinazione del loro comandante avesse provocato quella situazione e fa restituire tutto ciò che era stato loro sottratto. Tutti gli uomini, a questo punto, esplodono in un grido liberatorio “Viva le due Repubbliche”. Il Senato della Serenissima decreta un elogio particolare al Pizzamano e mezzo mese di paga suppletiva agli uomini che hanno preso parte all'azione.
Il 26 aprile il ministro della legazione francese presenta al Senato veneto una dura nota di protesta che termina con la richiesta di immediato imprigionamento degli autori dell'attentato contro i francesi, richiesta confermata il successivo 2 maggio con lettera di Bonaparte, Generale dell'Armata d'Italia. Napoleone è ben deciso a distruggere gli uomini che possano costituire un esempio a lui contrario: pretende che nel trattato di pace venga inserito un articolo, il quinto, che impone di processare (e cioè condannare) tutti i responsabili di atti ostili contro i francesi (quasi per ironia, l'atto è firmato 9 giugno, primo della libertà italiana!) Il Maggior Consiglio, con uno dei suoi ultimi atti prima di sciogliersi, delibera l'arresto dei tre Inquisitori di Stato, che avevano emanato gli ordini, e di Pizzamano, che è trasferito sull'isola di S. Michele e quindi carcerato proprio nel forte di S. Andrea. Il 20 ottobre 1797 Domenico Pizzamano, ancora recluso, invia al “virtuoso cittadino” Bonaparte una lettera nella quale, rivendicando il suo ruolo di esecutore di ordini superiori, invoca la libertà. Napoleone, di suo pugno, vi scrive a lato: “il generale Serurier lo rimetterà in libertà”.
Ora che lo scopo era stato raggiunto, poteva anche dimostrarsi magnanimo verso un soldato fedele, proprio come quelli che lui prediligeva. Domenico Pizzamano muore, dimenticato da tutti, il 12 dicembre 1817. Erano iniziati i tempi in cui agivano altri tipi di uomini.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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