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Il nuovo Kursaal degli anni ’50 e ’60.
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E' un dato ufficiale “ragazzi”: nel corso del 2009 compiranno il loro 60° anno d'età esattamente 1.247 cittadini pesaresi. Secondo un recente sondaggio l'85% degli ottantenni rifiuta di considerarsi vecchio: pensano che siano tali solo quelli più anziani di loro. Noi tutti ci autoinganniamo. Come ha ricordato Massimo Fini nel suo libro “Ragazzo”, i Romani fissavano la fine dell'infanzia a quattordici anni, quella della giovinezza a quarantasei e l'inizio della vecchiaia, che chiamavano anche extrema aetas, a sessanta. Oggi, in Italia, l'aspettativa di vita è di settantasette anni per gli uomini e di ottantatre per le donne. Quindi, cari ed eterni “ragazzi” pesaresi: avanti c'è posto, entrate a far parte del club dei “vecchi”! Anche la nostra città è cambiata. Moltissime attività commerciali del centro storico hanno chiuso i battenti. L'ultimo pezzo di storia che se n'è andato è la cartoleria “Berti” in Corso XI Settembre. Tanti di noi hanno comprato quaderni, penne ed album dalla paziente e gentile Vanda Berti. Personalmente ricordo che vi compravo l'inchiostro di “china” per i miei disegni tecnici. Ci intrattenevamo da “Sella” nel vecchio negozio di dischi in vinile di Via Rossini; poi è diventato Dimar ed oggi è libreria Campus. Andavamo per un bicchiere di vino rosso ed un uovo sodo dalla “Guercia”. La spremuta o i caffè li consumavamo da Capobianchi in Piazza. Con l'età si cambia o forse sono solo cambiato io. Ero un giovane estremamente caparbio, sognatore; mi trovavo insieme a tanti altri che volevano cambiare il mondo. In meglio. Il nostro regno erano allora la Via Branca e la Piazza; avanti e indietro a consumare “vasche”. Vi ricordate, ragazzi, quando in sella ad una bicicletta attendevamo l'alzarsi della sbarra al passaggio a livello ferroviario del Miralfiore? Lì finiva la città e iniziava il Parco con la villa del Conte Albani, la Montecatini, la Via A. Costa verso la campagna. Se si prendeva verso il mare, venivamo accarezzati dal sole fra i viali della “città giardino”. Oggi, mosso da un codice d'onore vecchio di tre generazioni di pesaresità, stento a riconoscere la mia città. Non c'erano crocicchi di “badanti” e l'unica lingua che si sentiva, oltre all'italiano, era il dialetto. Oggi mi ritrovo come l'ex giudice Carbonara, il protagonista del libro “La badante” di Paolo Teobaldi; come lui fuggo verso il mare, per ritrovarvi un ambiente famigliare. Appena la stagione lo permette vado al mare a fare il bagno. Lo faccio di sera, all'ora in cui “ai naviganti intenerisce il core”. Son solo. I rumori sono attutiti, le voci lontane, i colori tenui, l'aria immobile. Dopo il bagno mi siedo sugli scogli ancora caldi e guardo la mia città che appare tranquilla, pacata, pacificata, come vorrei che fosse. Mi sembra un ritorno al passato. Poi volgo lo sguardo più a destra verso il porto ed il Colle San Bartolo con il cielo che gli trascolora sopra un giallo chiaro. Spesso mi tornano in mente le serate della mia prima giovinezza, negli anni Sessanta, quando il Kursaal era fronteggiato da poche, sparute auto e in Viale Trieste si poteva godere il piacere di camminare e di stare insieme. Quella era un'epoca in cui l'automobile non era ancora un mezzo di trasporto di massa. Si infilavano le cento lire nel jukebox e ascoltavamo, nel silenzio della sera, canzoni come Diana o Only you. Si era felici. Ragazzi di allora, nuovi vecchi, godiamoci ancora a lungo la nostra magnifica città!
Stefano Giampaoli
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