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Aprile 2010 / Lettere e Arti
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L'ostello della gioventù

Quella sera che lui rientrò stanco allo Jugendherberge di Salisburgo, dopo aver terminato la visita alla città, lei era seduta a un tavolo davanti a una gran tazza di tè. “Good evening – fece lei – Are you Italian?”. “Sì, buonasera” rispose lui ricambiando il sorriso e si chiese come mai lei avesse fatto a capirlo.
Prese le coperte e si ritirò nel dormitorio maschile e lei rimase al tavolo un po’ delusa. Lui, nella cuccetta, ci ripensò e si disse che non valeva la pena perderci il tempo con queste ragazze dell’ostello che oggi son qui e domani chissà dove e che, se le avvicini, ti parlano soltanto del loro viaggio, da dove vengono, dove vogliono andare, e ci tengono a dirti che vogliono essere per te soltanto “una buona camerata”; e se vengono con te pretendono le attenzioni e le premure del maschio e si ricordano di essere femmine solo per chiederti di portare loro lo zaino o quando nell’automezzo che “stoppi” c’è un posto solo, quello naturalmente spetta a loro.
La rivide la mattina dopo. Lui infilava nella tasca esterna dello zaino l’astuccio delle posate dopo aver fatto colazione e, deciso a partire, cercava qualcuno che lo aiutasse a buttarsi sulle spalle il fardello. “Where do you go?” chiese lei in inglese. “Nach München” rispose lui in tedesco; e quello che voleva dire poi lei glielo disse in quello strano gergo degli ostelli dove le parole delle lingue più diverse si mescolano ai gesti più espressivi.
I also nach München to-morrow. Warum not insieme io e te?”. Lui le spiegò che ormai di Salisburgo aveva visto ciò che gli interessava e che non poteva restare ancora un giorno. Perché piuttosto non partiva lei subito, con lui, se lo desiderava? Ma lei doveva vedere qualcuno a mezzogiorno e così si misero d’accordo che sarebbero partiti insieme nel pomeriggio. Intanto quella mattina Zelda (così si chiamava l’americana, piccola, bionda, piena di vita) l’avrebbe accompagnato in qualche negozio per consigliarlo nell’acquisto di quel maglione che gli occorreva, dato che si era ormai alla fine di settembre e cominciava a far freddo.
Partirono nel pomeriggio, lui col maglione marrone e rosso nuovo fiammante e lei con la giacca a vento di lui perché piovigginava. Sull’“autobahn” aspettarono un bel pezzo e nessuna macchina si fermava; Mario malediceva tra sé il momento che l’aveva incontrata e stava pensando di piantarla in asso con una scusa qualsiasi (tanto chi l’avrebbe rivista più!) quando una “Millequattro”, nuova, ancora in rodaggio, frenò e un grosso signore si sporse dal finestrino facendo cenno che potevano salire. Si accomodarono, lui davanti accanto al signore grosso e lei dietro, e spiegarono al proprietario della “Millequattro” perché viaggiavano a quel modo e come si stava negli Alberghi della Gioventù.
A Mario, più tardi, non parve vero magnificare le doti dell’automobile italiana e il grosso signore tedesco non chiese che di ascoltarlo e convincersi sempre più che aveva fatto un ottimo affare a preferire la “Millequattro” alle “Vokswagen”. E così, proclamando Zelda che le “Ford” e le “Cadillac” erano le uniche decenti fra le automobili, fra l’italiano, il tedesco e l’americana la conversazione non languì, malgrado che ognuno dei tre non conoscesse altra lingua che la propria e poche nozioni delle altre due.
Era notte da poco quando giunsero a Monaco. Ci rimasero tre giorni e, malgrado le contrastanti opinioni sulle automobili, sui programmi di visite alla città e sulla cultura che Mario affermava essere prerogativa esclusiva dell’Europa, mentre Zelda protestava che la nuova cultura veniva dall’America e che l’Europa ormai, vecchia e decrepita, non aveva più nulla da dire, quei tre giorni furono felici e forse si vollero un po’ di bene. Il quarto giorno decisero di partire, e ancora una volta non si trovarono d’accordo. Lui voleva vedere Innsbruck e il Tirolo e tornare quindi in Italia, lei preferiva visitare la Renania, poi il Belgio e l’Olanda. Si separarono. Mario accompagnò Zelda all’“Autobahn” e le portò lo zaino per quasi due chilometri. Lei era commossa, o fingeva di esserlo, e disse che solo un italiano poteva far questo, né un tedesco né un americano lo avrebbero fatto mai. Quando furono all’autostrada si sedettero sul ciglio e lui cominciò a far segno col pugno chiuso e il pollice alzato alle macchine che passavano. Fu una “jeep”, due ore più tardi, a fermarsi e c’erano sopra due soldati americani. Zelda fece presto a mettersi d’accordo con loro che andavano a Stoccarda e forse fino a Francoforte. Dal sedile posteriore della jeep, dove si era sistemata, mandò a Mario un bacio sulla punta delle dita e lui rimase fermo a lato della strada, agitando il braccio alzato, finché la jeep non fu un punto che diventava sempre più piccolo sull’autostrada diritta che non finiva mai. Poi voltò le spalle e tornò verso il centro della città, fischiettando la canzone americana che Zelda gli aveva insegnato.
Tre mesi più tardi, a casa sua, in Italia, gli arrivò una lettera da Chicago, Illinois. Zelda gli mandava le fotografie che avevano fatto insieme tra i cigni di Nymphenburg e gli diceva, my darling, che non lo avrebbe mai dimenticato.

Corrado Masetti


 
 
 
 
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