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Aprile 2010 / Lettere e Arti
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Questioni di lingua: il ruolo delle maiuscole

Le maiuscole sono di destra? Parrebbe di sì, secondo un certo punto di vista che vi ravvisa un richiamo alla dipendenza e alla sudditanza: motivo sufficiente per utilizzarle il meno possibile. Non sono dello stesso avviso i tanti estimatori della maiuscola, che la usano dappertutto – a proposito o a casaccio – anche quando non c’è alcun bisogno di dare risalto a una parola o a un concetto.
Mettiamo un po’ d’ordine. In certi casi la maiuscola è d’obbligo: inizio di periodo o discorso diretto, nomi propri, geografici, astronomici, di solennità religiose e civili, titoli di libri, testate di giornali e riviste, sigle; o quando serve per distinguere parole identiche (borsa da passeggio / Borsa di Milano, la chiesa più vicina / la Chiesa cattolica). In altri casi il suo ruolo è quello di rivelare un punto di vista, rispecchiare tratti del nostro carattere, esprimere una scelta culturale e stilistica. Una valenza extra-grammaticale, insomma. E’ il modo in cui “sentiamo” una parola.
Così ragioni di rispetto e di convenienza sociale possono indurci a usare l’iniziale maiuscola, senza che ce ne sia un obbligo preciso, per indicare alte cariche politiche e religiose, istituzioni e organismi pubblici: la Corte di Cassazione, il Presidente della Repubblica, il Papa, il Senato. Scrive “il nostro Paese” chi ha orgoglio nazionale e tiene a manifestare questo suo sentimento; “papa”, “vescovo” chi non intende evidenziare un analogo atteggiamento reverenziale. “Il Grande Nulla Italiano” – così scriveva e presagiva Ennio Flaiano – allude e dà consistenza grafica all’immane deserto etico e politico del nostro paese: un’espressione questa che Montanelli riteneva non meritasse la maiuscola! La grafia “provvidenza” può rivelare una concezione laica del nostro vivere. “Uomo” non è un uomo comune: fa pensare alle note più nobili e illuminanti della sua identità.
E’ invece prescritto l’uso dell’iniziale minuscola per i giorni della settimana e dei mesi (es. Chiuso il lunedì, 10 marzo 2010), a differenza di quanto avviene in altre lingue europee, come il francese e l’inglese, dove in questi casi è obbligatoria l’iniziale maiuscola.
Ma a volte non è facile scegliere tra maiuscola e minuscola. Per esempio: “carnevale” o “Carnevale”? Non ci aiuta granché la testimonianza dei giornali, ove le due grafie si rincorrono vicendevolmente. La verità è che la parola nasce come “carnelevare”, con successiva caduta della sillaba centrale “le” e passaggio dalla seconda “r” a “l” (dissimilazione). Significava “togliere la carne”, dal latino “carnem-levare”, ed era riferito in origine al banchetto d’addio alla carne celebrato la sera che precedeva il mercoledì delle Ceneri, quasi a compensare le penitenze (il digiuno soprattutto e l’astinenza), prescritte durante l’imminente quaresima. Più tardi l’uso del termine si estese, col suo seguito di giochi, feste e divertimenti, ai giorni che vanno dalla seconda metà di gennaio all’inizio del periodo quaresimale: tempo di spensieratezza e di baldoria per un godimento che sta per finire. E “carnevale” fu nome di genere comune, dall’iniziale minuscola, salvo che nei titoli (Carnevale fanese, Carnevale di mezza Quaresima) e per indicare il fantoccio che in molti luoghi rappresenta quella felicità precaria.

Alfredo Prologo

Le scelte dei giornali

Mi permetto di aggiungere qualche osservazione di stile giornalistico alle considerazioni di carattere grammaticale del prof. Prologo. I giornali moderni (a differenza del passato) tendono ad usare il meno possibile le maiuscole, soprattutto per un motivo grafico: cioè per rendere il testo più omogeneo visivamente e meno interrotto dai segni. Per lo stesso motivo non si usano praticamente mai i grassetti, le parole con tutte le lettere maiuscole o altre evidenziazioni analoghe; e si evita di spezzare un testo con tanti piccoli paragrafi.
L’applicazione di questo concetto generale varia da giornale a giornale, anche in base a scelte quasi inconsce: per esempio oggi si può leggere indifferentemente Papa o papa (ma certamente non con la minuscola sull’Avvenire o sull’Osservatore Romano); oppure Re o re (ma certamente non in minuscolo su un giornale di simpatie monarchiche). Tuttavia credo che dei cardinali, dei prefetti, dei questori, dei sindaci o dei generali nessuno si preoccupi più di tanto. Per convenzione i Romani o i Greci si scrivono con la maiuscola quando ci si riferisce all’antichità; ma con la minuscola quando parliamo degli attuali cittadini di Roma o di Atene.
Comunque la tendenza è quella di scrivere tutto in minuscolo, salvo quando l’espressione può presentare qualche ambiguità. Oggi quasi tutti i giornali scrivono presidente della Repubblica o ministro dell’Economia o assessore al Turismo. Personalmente non scriverei mai paese con la minuscola, riferita allo Stato, anche per non creare possibili confusioni con i piccoli agglomerati urbani. Questa è la linea adottata dal Corriere della Sera, pur con tutto il rispetto per la scelta opposta di Indro Montanelli…

A.A.


 
 
 
 
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