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La 'Giornata del ricordo': le colpe degli italiani

Il riconoscimento di una vittima delle foibe

Nel numero di marzo dello Specchio abbiamo dato notizia dei vincitori del concorso “10 febbraio – Giorno del Ricordo” bandito dall’A.D.ES. (Associazione amici e discendenti degli esuli giuliani, istriani, fiumani e dalmati) in collaborazione con la Biblioteca San Giovanni, l’assessorato alla Cultura del Comune di Pesaro e la presidenza del Consiglio provinciale. In quel contesto abbiamo pubblicato anche l’intervento del presidente nazionale dell’A.D.ES. Pietro Luigi Crasti: al quale si riferisce indirettamente questo articolo di Giovanni Del Monte. Lo pubblichiamo insieme alla replica dello stesso Crasti.

E’ durata vent’anni la discussione, a volte anche aspra, tra mio padre, nato nel 1914, e mio zio, fratello di mia madre: nato nel 1896, al tempo della Seconda guerra mondiale era maresciallo dei carabinieri in servizio nella città di Zara. Mio padre a 27 anni venne richiamato alle armi e inviato anche lui in Jugoslavia; nei primi mesi del 1943 si ammalò, rientrò in Italia e passò parecchio tempo in un ospedale militare. Finita la guerra, gli fu riconosciuta la pensione.
Quando iniziarono le discussioni e gli scambi di idee tra i due, io avevo otto anni. Eravamo nel 1945. Su cosa vertevano? Su tutta la guerra, ma soprattutto sulla Jugoslavia, dove i due si erano trovati. Ricordo che mio zio diceva che quelle terre erano italiane e mio padre rispondeva: “Sì, da circa 20 anni”. Mio zio insisteva: “Sai che più di 300 mila italiani sono dovuti scappare da quei territori?”. Mio padre: “Chi ha fatto la guerra? Io sono andato in quelle terre ad occupare, io sono andato a sparare sugli slavi a casa loro, mica sono venuti loro da noi. Grazie a questo mi sono anche ammalato”. Mio zio si lamentava di avere perso quelle terre e che moltissimi italiani erano stati uccisi nelle foibe. Mio padre replicava che là noi abbiamo ucciso migliaia di persone, incendiato centinaia di paesi, che le camicie nere tagliavano la testa agli slavi, poi la mettevano in cima a dei bastoni e la mostravano per le città.
I racconti a volte duravano due o tre ore. Ricordo che mio padre diceva: “L’arma dei carabinieri prendeva gli slavi e li consegnava alle camicie nere”. Mio zio rispondeva dicendo che si trattava di banditi, di ladri. “No, erano partigiani! Bastava che in un villaggio si arrestasse un sospetto che subito si bruciava il villaggio perché dicevano che vi si nascondevano i sovversivi. I Marzabotto in quelle terre sono stati tanti!”. Ed elencava una sfilza di nomi. Ricordo anche che diceva che si era ammalato mentre faceva la guardia al campo di concentramento di Erbe. Solo in quel campo vi erano sui 15 mila internati: vecchi, bambini, donne, madri che erano costretti a dormire nel fango, ogni giorno morivano 3-4 persone di fame, di freddo e a causa delle punizioni della milizia. Mio zio continuava dicendo che quelle terre erano nostre, “Ora tutti devono scappare altrimenti li uccidono!” Mio padre rispondeva: “Queste cose le abbiamo cercate noi. Io non ho portato per tre anni caramelle, ma avevo bombe, fucili, cose di guerra!”.
Negli anni che vanno dal 1945 al 1950 io andavo a scuola e mi piacevano la storia e la geografia e quindi stavo dalla parte dello zio che rivoleva quelle terre e difendeva gli italiani. Ero abbastanza triste non solo per la perdita di quelle terre al di là dell’Adriatico, ma anche perché avevamo perduto Libia, Somalia, Eritrea, Etiopia, Tenda: un Comune di 3000 abitanti passato alla Francia, nel quale c’è stato un piccolo esodo. Ricordo ancora verso gli anni ‘60 che mio padre mostrava allo zio delle fotografie, che non ho più ritrovato, di morti ammucchiati: erano slavi uccisi nei nostri campi di concentramento. Ricordo che mio padre raccontava che solo nella provincia di Lubiana erano stati strappati dalle proprie case 50 mila slavi: molti di questi non fecero ritorno.
Dopo la morte di mio padre ho continuato a cercare notizie su quello che aveva raccontato. A conferma di quanto affermava mio padre, ho trovato due interviste in “Memoria viva”, numero 2 del 1994, rivista dell’ ANPI Pesaro: la prima del noto medico pesarese Ugo Sassetti (classe 1914), la seconda del docente della scuola agraria di Villa Caprile Raoul Tausani (classe 1913). Le interviste sono accompagnate da foto dei nostri massacri. Ulteriori conferme le troviamo anche in libri di recente pubblicazione, quali “I lager” di Alessandra Kersevan, che ci informa che i lager sul territorio italiano erano oltre 10, come risulta pure da molte interviste dei sopravissuti. Gianni Oliva nel libro “Si ammazza troppo poco”, dedicato alla guerra in Jugoslavia, a pagina 67 scrive: “Pulizia etnica italianizzando le regioni annesse”; a pagina 128-129 troviamo la mappatura dei campi di concentramento italiani dal 1940 al 1943; a pagina 135 leggiamo che a Gonars in Friuli fu costruito in fretta un nuovo cimitero perché il vecchio era saturo dopo che il paese ospitava il lager. L’autore riporta inoltre varie interviste dei sopravissuti nei vari campi. Angelo Del Boca nel libro “Italiani brava gente”, a pagina 234-235 racconta che gli invasori italiani nella provincia di Lubiana hanno fucilato 1.000 ostaggi, ammazzato 8.000 persone, incendiato 3.000 case, bruciato 800 villaggi, deportato nei vari campi di concentramento oltre 35.000 persone.
Dalla lettura dei libri e documenti ancora una volta scopro che era vero quello che diceva mio padre, che morivano ogni giorno molte persone, che il tasso di mortalità ad Erbe era del 19%; più alto di quello nazista di Buchenwald del 15%. Dopo avere messo in dubbio la sua verità oggi chiedo scusa a mio padre per non avergli creduto subito, poi chiedo scusa a nome suo per i morti e le sofferenze recate a quelle popolazioni. Inoltre chiedo scusa per mio zio maresciallo dei carabinieri, e anche per le sofferenze che hanno subìto gli italiani in quelle terre per le ritorsioni ricevute. Mi piacerebbe sapere da che parte stavano gli italiani residenti in Istria e in Dalmazia in quei tre anni di pulizia etnica operata dalle nostre forze di occupazione, quando vedevano sparire i loro vicini di casa; cosa pensavano dei 50 mila venuti a mancare solo nella provincia di Lubiana e così via. Mi rivolgo agli esuli della nostra provincia: “Se siete a conoscenza di cosa è stato fatto ai vostri vicini di casa slavi perché non ricordare anche quei morti, avvenuti due o tre anni prima, sempre in quei luoghi?”. Caro presidente Napolitano, ci vuole la data di una giornata della “memoria condivisa”, che non parli solo delle foibe e dei comportamenti dei partigiani e dei patrioti slavi, ma anche delle sofferenze causate a quelle popolazioni dalla guerra e dall’occupazione italiana.

Giovanni Del Monte

Dimenticata una terra di civiltà italiana

Era il settembre del 1943, mio padre Gino aveva 16 anni quando in paese vide arrivare uomini e donne che portavano in testa una bustina con la stella rossa. Si era capito che volevano essere i nuovi amministratori – o meglio “padroni”, visto la violenza che esercitavano – non solo di quel paesetto d’Istria (Orsera) bensì di tutta la regione: Istria, Fiume e Dalmazia, una regione che ancora per qualche anno sarebbe stata terra d’Italia se non fosse subentrato più che un trattato di pace (Parigi-10 febbraio 1947) un vero e proprio diktat come la nostra gente l’ha sempre considerato ed ancora lo considera. Lo ritiene tale perché gli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia lo subirono pienamente, senza riserve, senza possibilità di appello, senza speranze per il futuro.
Una piccola fiammella arde ancora nei nostri cuori ma persone come Del Monte, con il loro scritto, rischiano di farci soffrire per l’ennesima volta; una volta in più in cui non avere un silenzioso e degno riconoscimento morale, senza che sia accompagnato dai rumori delle parole che non si limitano ad esprimerci una doverosa e civile solidarietà per ciò che abbiamo subìto, le cui ferite ancora languono dentro ciascuno di noi. Da 2000 anni quella regione viveva immersa nella cultura italica, dai Romani alla Repubblica di Venezia (basta ricordare Zara, NdR): per finire appunto con la incondizionata cessione nel dopoguerra, reiterata ancora il 10 novembre del 1975 con il trattato di Osimo, perché ci si era “scordati” della zona B, Capodistria ed oltre. Perché anche questa porzione di terra passasse alla nascente Repubblica federativa di Jugoslavia, dove diversi personaggi politici italiani andarono ad ossequiare il sanguinario Tito che si macchiò della pulizia etnica contro gli italiani, mediante soprattutto l’uso delle Foibe, che oggi io voglio scrivere con lettera maiuscola perché nel 2010 non si è data degna sepoltura ai tanti corpi che ancora lì giacciono.
Non si tratta di rinverdire gli orrori con la Giornata del Ricordo, sig. Del Monte; si tratta invece di quel coraggio civile che ogni italiano dovrebbe possedere, non con spirito di parte ma in quanto patriota che ama la propria terra e non vorrebbe mai che quanto accaduto potesse ripetersi. Il germe della violenza, prima che nelle mani, viene esercitato nelle menti e le parole: sono formidabili strumenti preparatori. Mio nonno Luigi venne ucciso solo perché italiano, non fascista, ma uomo che conosceva ben tre lingue: italiano, serbo-croato e tedesco; uomo che lavorava con serietà come fattore per diverse aziende agricole, uomo che aveva aiutato il parroco del paese ad edificare la chiesa in cui aveva portato la famiglia a risiedere dopo aver sposato mia nonna Giuseppina Visintini, cugina delle due “Medaglie d’oro” Licio e Mario (a Mario è dedicata la base di Rivolto della nostra pattuglia acrobatica, a Licio una fregata ormai in disarmo e molte scuole del nord-est riportano i nomi dei due fratelli).
Ringrazio il direttore dello Specchio e gli amici di Pesaro per avermi ospitato. Loro hanno compreso molto delle nostre sofferenze.

Pietro Luigi Crasti
Presidente nazionale ADES


 
 
 
 
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