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Pillole di storia: la (mancata) beffa di Ancona

Uno dei mitici MAS di Luigi Rizzo

Nei primi mesi di febbraio 1918, le azioni offensive dei nostri Mas s’intensificarono: la più significativa ebbe luogo la notte dell’11 quando tre Mas al comando di Costanzo Ciano, trenta uomini in tutto (“e trentuno con la morte”, scriverà poi D’Annunzio) violarono la base di Buccari nel Quarnaro. Dopo avere lanciato i siluri contro quattro mercantili, nella fase di disimpegno Gabriele D’Annunzio, imbarcato sul Mas comandato da Luigi Rizzo, lasciò in acqua le famose tre bottiglie contenenti uno sprezzante messaggio che irrideva alla passività della flotta imperiale.
Nel marzo 1918 il giovane ammiraglio Nicolaus Horty de Nagybaanya fu nominato comandante in capo della flotta austro-ungarica e – come prima mossa – mise subito allo studio una serie di operazioni che potessero risollevare il morale della flotta. Egli valutò che la minaccia più grave venisse dalla base dei Mas e dei sommergibili di Ancona; così che ordinò al suo Stato Maggiore lo studio di un’incursione dentro la piazzaforte marchigiana al duplice scopo di distruggere quei mezzi insidiosi e controbilanciare i gravi effetti psicologici prodotti dalla “Beffa” di Buccari, che aveva minato la credibilità e il prestigio della Marina Imperiale. Nel pomeriggio del 4 aprile 1918 un gruppo di sessanta incursori, costituito da marinai austriaci, magiari, croati e quattro di madrelingua italiana, si imbarca a Pola sulla Torpediniera “Tb 96”, che salpa con una grossa motolancia a rimorchio. Il manipolo è al comando del tenente di Vascello Joseph Weith e comprende sei aspiranti ufficiali. Alle ore 21, dopo una navigazione tranquilla, a quindici miglia a nord-est di Ancona, il gruppo passa sulla motolancia e prosegue in direzione della costa. A due miglia dalla riva, fermato il motore, la navigazione prosegue a remi. Molti dei marinai, tutti in regolamentare uniforme austriaca, si erano bendati la testa e fasciati per simulare, in caso fossero stati intercettati, la condizione di naufraghi. Verso le ore 2 del 5 aprile la barca approda in costa sul litorale di Marzocca, a diciassette chilometri da Ancona anziché a due come pianificato (colpa delle correnti e delle luci della stazione di Falconara, scambiate da Weith per quella di Ancona). Raggiunta la strada costiera, gli austriaci s’inquadrano per quattro, ufficiali in testa e – a passo cadenzato – si avviano verso Ancona pensando di raggiungerla in un paio d’ore. Dopo cinque ore di marcia, invece, Weith deve amaramente constatare di essere solamente nei pressi di Falconara e decide un cambiamento di programma. Nel frattempo i due uomini lasciati sulla motobarca, non vedendo rientrare i compagni entro il tempo stabilito, prima tentano di riportare l’imbarcazione al largo poi, non riuscendo a disincagliarla, la sabotano e si danno alla macchia nell’entroterra. Weith decide di occupare una casa isolata, fuori strada, e attendere la notte successiva per reiterare il colpo di mano. Nella mattina però, una pattuglia della Guardia di Finanza in perlustrazione sul litorale scopre la motolancia (aveva a prora lo stemma IR) e, osservando le orme sulla sabbia, provvede a diramare l’allarme. Immediatamente pattuglie di carabinieri e dell’esercito iniziano i rastrellamenti nell’area, avendo in mente quali possibili obiettivi degli austriaci, in primo luogo gli hangar aeronautici di Jesi. Nella stessa mattina del 6 aprile l’aspirante ufficiale Corrado Schinko, travestito da contadino e inviato in perlustrazione, riporta che i sommergibili non sono più all’ormeggio consueto e che i Mas sono stati trasferiti presso lo zuccherificio del Mandracchio, nella calata prospiciente la Mole Vanvitelliana. Weith decide conseguentemente di rinunciare ad attaccare i sommergibili e gli impianti portuali (ciascun incursore aveva con sé apposito esplosivo in pacchi) e di concentrare l’azione sul recupero di uno o più Mas con cui tentare il rientro a Pola. Così, verso le ore 20, al far della sera, il commando lascia la casa colonica di Barcaglione (dopo avere rinchiuso e intimidito la proprietaria e le figlie), si porta sulla strada litoranea, s’inquadra nuovamente per quattro, con gli ufficiali in testa e in coda ed il comandante Weith al centro: quelli che conoscevano l’italiano iniziano a parlare ad alta voce. L’oscurità favorisce la marcia, molti osservano il drappello ma le divise indossate, anche se effettivamente della Marina austriaca, assomigliano a quelle della Regia Marina. Alla cinta daziaria, l’aspirante Mondolfo presenta il reparto come italiano e, poiché tutti i marinai erano dotati di soli effetti personali non soggetti a dazio, ottiene via libera senza destare sospetti. In vista ormai della stazione ferroviaria, due dei marinai di lingua italiana, il trentino Mario Casari e il triestino Pavani, rallentano di proposito la loro marcia fino a staccarsi dal gruppo e, incontrati due civili, danno l’allarme, facendo poi perdere le tracce.
Giunti a Porta Pia seguendo le indicazioni ricevute da ignari passanti, gli austriaci imboccano il ponticello di accesso al Mandracchio e s’inoltrano su una stretta passerella che gira attorno all’edificio. Erano di servizio sul corridoio scoperto sopra il muraglione della Mole due finanzieri, Carlo Grassi e Giuseppe Maganuco con compiti di vigilanza fiscale e non militare (perché la Mole, essendo adibita a zuccherificio, prodotto soggetto allora a imposta di fabbricazione, era sorvegliata permanentemente dalla Guardia di Finanza per evitare esportazioni illecite). Questi intimano l’alt: ottenuto come risposta (in italiano) che il drappello era composto di marinai della Regia Marina ed era diretto a bordo dei motoscafi, i finanzieri danno via libera ma continuano a seguire dall’alto le mosse dei marinai. Un austriaco torna indietro, si avvicina parlando in italiano ai due finanzieri con fare amichevole, poi all’improvviso estrae un coltello e vibra un colpo al Grassi che si accascia ferito. Maganuco, benché sorpreso, retrocede e apre il fuoco col suo moschetto contro l’aggressore che risponde a revolverate. Si sposta quindi sul bastione e di là apre il fuoco contro il gruppo di austriaci i quali, resisi nel frattempo conto che i Mas erano in mare (a pattugliare le coste, proprio a seguito dell’allarme fornito dal ritrovamento della lancia) e l’unico in porto era in avaria, rinunciano a ogni velleità aggressiva e dichiarano la resa. Maganuco allora lascia, senza essere visto, la sua postazione e corre al corpo di guardia per chiedere rinforzi. Qui trova il collega Grassi che, benché ferito, si era colà trascinato e aveva già provveduto a chiamare aiuto. Maganuco torna quindi alla sua postazione dove è raggiunto da una pattuglia di carabinieri al comando del brigadiere Anarseo Guadagnini, avvertito dell’obiettivo dell’incursione dai due marinai (irredenti) disertori. Questi, per poco, non fu accolto a fucilate dal Maganuco che, nella concitazione, aveva scambiato in un primo momento i carabinieri per nemici. Accorre sul luogo anche il capitano di Corvetta Luigi Rizzo, uno degli obiettivi dell’incursione (addosso a un austriaco fu, infatti, trovata una foto dell’eroe italiano da eliminare), che provvede a un primo interrogatorio degli ufficiali e cavallerescamente si congratula con il tenente di Vascello Weith per il coraggio dimostrato. La “beffa” era fallita per una serie di circostanze fortuite e per merito di due solerti finanzieri.
Re Vittorio Emanuele III, proprio in quei giorni in Ancona, appreso l’episodio, concede motu proprio la Medaglia d’argento al valor militare ai valorosi due finanzieri ed al brigadiere dei carabinieri. L’indagine successiva porta alla destituzione di due generali (i comandanti del Corpo d’Armata e della Divisione di Ancona) e al deferimento al tribunale militare dei componenti le pattuglie di vigilanza sulla spiaggia: furono tutti condannati a pene detentive.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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