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  *

‘I Mesi' di Fabio Tombari:
Dicembre

Cadrà l'ultima rosa e sarà l'inverno

L'inverno non dà ancora nessun segno della sua terribilità. Per un solo fiore che insista sul muro d'un giardino, il freddo indugia sui monti, la bora si attarda nelle grotte d'Istria. Troppe rose sparse qua e là sui vecchi muri di cinta, troppi gerani ancora sul Canal Grande. Lungo la riviera, molti tavolinetti fuori dei caffè, tutti i Luna-Park in piedi fanno ancora sfoggio di luce, pochi colpi di tosse in chiesa alla Messa cantata. Roma ha tutti i suoi tramonti d'oro.

* * *

Chopin domina sempre dalle cinque alle sette di sera e dopo cena Puccini e Massenet. L'arte è ancora quella di mezza stagione: elegante, un po' leggera, non troppo. E' presto ancora per il rovaio di Wagner e di Beethoven, per i temporalacci del Rigoletto o del Barbiere, per il vino brulè di Rabelais e d'Omero, per il fuoco di Dante. I geni richiedono la stagione più rigida, un cielo più cupo, il fuoco di legna più grosso, come tutti quei problemi proposti dal freddo intenso, dalle notti tempestose, dalle piogge dirotte, come lo spiritismo, le castagne arrosto, gli enigmi. Vanno ascoltati, letti e meditati di sera, nelle lunghe veglie grigie e pesanti, quando le città odorano di oceani sporchi di fango.

* * *

Nei campi, nei giardini, negli orti, nelle cantine continuano ancora le operazioni del mese scorso: si seguitano le concimazioni autunnali, le semine, si termina la travasatura del vino, si scavano fossi di spurgo, canali, si nettano i rivi, si finisce di trapiantare la salvia, il rosmarino, l'assenzio, l'uva spina. Le verze che in crocchio, brinate, indugiano ancora nell'orto coi cappucci e coi broccoli, aspirano a entrare in cucina e maritarsi coi selvatici. Lepri, pivieri, cinghiali non attendon che loro. E starne e beccacce e pernici, anitre e coturnici, in addobbo d'aceto. Fagiani arrosto intercalati con qualche rombo o anguilla marinata; olive grosse di Ascoli, zuppe di tartufi e di pesce, fegatelli di maiale glorificati col lauro: tutte le morti più sapide e mature dell'autunno morente.

Fra pochi giorni la prima bufera chiuderà lo sbocco di Serra S. Abbondio all'Avellana, caccerà i lupi dalle cime del Monte Nerone e del Catria, giù per le falde fino a Piobbico, fino a Cantiano, affamati, ululando. Non è ancora l'inverno, è il solstizio.

* * *

E' giusto che il Natale abbia, oltre i suoi panettoni, le sue torte e i suoi torroni, un po' di neve sui monti e il suo presepio bianco alla maniera di Brueghel; se no come farebbero i più piccini a distinguerlo dalla Pasqua? Dicembre è il mese delle favole, quando ogni meraviglia, compresi i ricami del gelo e la barba dei larici, diviene realtà. Ogni albero allora diventa natalizio e il Dio si fa uomo.

Gli uomini il Natale lo sanno anche prima che arrivi: hanno i loro bravi lunari, i loro libri, i giornali. Dal modo come il gallo del campanile gira e si ferma, sanno il vento che tira, consultano il barometro, e ti predicano il tempo che farà domani. Non indovinano, perché questo è il loro destino, di non saper mai quel che accadrà il giorno dopo, ma i giorni e le solennità del mese, registrati in colonna coi santi e le scadenze, li conoscono, e prima che arrivi il 25 dicembre, via che scannano maiali, strangolano capponi, tacchini per festeggiare il Gran Giorno. E' allora, che sulla sacca di Goro, stando alla tina per le folaghe, vedi venir giù sulle fiumane del Po i turaccioli di champagne a galla con le immondizie.

* * *

Dicembre è così: con le sue reminiscenze autunnali romantiche, con le sue ultime battute di caccia, col suo Natale più sognato che vero, con le prime bufere sui più remoti conventi. Tutti i maiali vigliaccamente scannati, il pesce rapito forivia con le ovaie ancor gonfie, un po' di neve, poca, come quel po' di farina che Re Marco sparse fra il letto di Tristano e d'Isotta per ottenere la prova dell'adulterio, e su cui l'umanità lascia le stesse orme d'una selvaggina votata alla morte.

Il tartufaro che nelle prime ore del mattino s'inurba con il sacco in ispalla, cantando sotto le finestre chiuse la bianchezza della trifola, si vede seguire - potenza della bella voce - da una falange di cani randagi accorsi a lui da tutte le strade, affamati, ancora tremanti dei primi geli notturni.

Il buon Sole d'un tempo che non ha più forza di riscaldare i muri, né di segnalare le fatiche umane col sudore della fronte, dà ancora qualche effimero guizzo qua e là, negli occhi dei gatti, persiste ancora su qualche astuccio di nichel, nella vetrina di un profumiere, si spegne inutile avanti il tramonto, con qualche anticipo sul proprio destino, come un suicida.

Di sera sotto il Capricorno, è ancora il cacciatore che torna fra le nebbie, come in un'acquaforte, curvo col peso delle piccole morti.

Poi l'ultima rosa cadrà e sarà l'inverno.

* * *

Intere foreste, condannate al rogo, piombano a terra sotto i colpi d'ascia; interi popoli di castori, d'ermellini, di volpi, di pinguini s'abbattono a dozzine sulle mostre lucenti delle pelliccerie di lusso.

Sono i giorni in cui le mamme preparano per i neonati quel doppio equipaggiamento che è di rigore per le spedizioni polari.

A Venezia finestre e porte sul Canal Grande sono sbarrate; a camminare in piazza S. Marco sulle pietre bianche si scivola; a Budapest il Luna-Park rugginoso e spento sul Danubio sta come lo scheletro d'un mammouth gigante; a Parigi i cigni del Bois lasciano il lago grande per il piccolo, i bambini che vanno a scuola in Via Auber attraversano a mezzo il Grand Hotel.

L'inverno che avanza è di solito dare di sé le notizie più sensazionali: baleniere catturate dagl'icebergs, il porto d'Arcangelo bloccato dai ghiacci, interruzione del traffico a Londra, grande stagione alla Scala, naufragi sulla Bretagna, gare sciatorie sulle Alpi. Rase al suolo le ultime foglie, uccise le poche mosche rimaste, mortifica le campagne, seppellisce la terra, gela il naso agli uscieri.

Tutti gli uomini camminano senza più rumore e senz'ombra; in tutti è visibile quell'alito che Dio alitò al primo uomo, con di più quegli oltraggi del tempo che Adamo non sofferse. Il freddo li ha colpiti dal basso all'alto. Al contrario della menta che gela il capo e la faringe, dei funghi velenosi che agiscono sul fegato e sui gangli e del serpente boa che stringe alla vita, il freddo come la cicuta e la morte dei giusti sale al capo dai piedi. Non più una risata argentina senza un piccolo colpo di tosse, non un'allegria di fanciulli che non venga turbata dai geloni, non un pianto o una predica in chiesa, senza il finale d'una soffiata di naso.

E' quell'età in cui lo spazio agisce in funzione di tempo, in cui lo stesso curvarsi della Terra determina una più rapida vecchiaia negli esseri e nelle cose.

L'anno che viene ha la parvenza di quel bambino nato con la barba - credo di Rembrandt - la cui natività risale alle origini dell'universo e nel quale il più ingenuo sorriso sta a indicare come la speranza sia sempre più viva d'ogni grave esperienza.

Nulla di fatto è andato perduto: la terra che muore nutre i semi dei nuovi germogli, i ricordi cedono il posto ai propositi, i silenzi della sera preludono le nuove albe sonore. E' la vita dei figli nelle morti dei padri, quando il pettirosso tinnisce col suo campanellino lungo le siepi delle strade.

Di sera, se goccia il rosmarino, dove più confuso è l'orizzonte e più deserta la spiaggia, pensoso sul destino di tutte le creature, Dio cammina lungo il mare. E chi è solo l'incontra.


 
 
 
 
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