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  *

Un racconto di Dino Garrone:
Una notte di Natale


Dopo il “Macello”, questo è il secondo racconto di Dino Garrone contenuto in una prezioso album pubblicato molti anni fa dal Comune di Pesaro e illustrato con le acqueforti di Mario Logli.
Dino Garrone, nato a Novara nel 1904 e morto prematuramente a Parigi nel 1931, ha trascorso a Pesaro gran parte della sua giovinezza, ambientandovi molti dei suoi scritti.

A Torino io e il mio compagno saltammo sul treno che già si muoveva.
Il treno era vuoto e risuonava agli urti come una botte. Passavamo da uno scompartimento all'altro come per i salottini uguali di un albergo equivoco, abbandonato in fretta dalle ultime coppie irregolari. Sui velluti c'erano ancora le tracce delle scarpe, e piccole incrostazioni di fango secco; per terra anche molti cartigli sgualciti di cioccolatini. Il pensiero che nella notte la locomotiva faticasse tanto per due soli viaggiatori, dopo una prima fatua allegria, ci aveva tolto persino la voglia di scherzare, come lo spettacolo di uno spreco inutile e bestiale. Seduti uno davanti all'altro, guardavamo dal finestrino i punti accesi delle case; col fiato che appannava i vetri, quelle luci perdevano a poco a poco ogni vigore, e il mondo si andava spegnendo. Nei nostri cervelli passavano immagini press'a poco identiche. Vedevo delle stanze ben tappezzate dove tumultuavano persone con volti ilari, e i gesti cordiali, rapidi, ampi, sotto i lampadari. Attorno a un tavolo quattro giovanotti e una signora stavano giocando a poker; io guardavo, da dietro, le carte di uno che in quel momento aveva full d'assi. I rilanci salivano piacevolmente, fatti da voci piene di serenità, nell'atmosfera caratteristica dei giuochi di fine d'anno, quando tutti in un impeto di sublime eroismo vorrebbero perdere. Nel centro di un'altra camera, un ragazzo montava su di una seggiola con un bicchiere in mano, e recitava, fingendosi ispirato, un brindisi che aveva il potere di far scoppiare in risa il fitto uditorio. Quindi lo pigliavano sulle spalle e lo portavano in giro in trionfo. Con gesto di seminatore egli spandeva il vino a raggiera, sulle teste di tutti, e le gocce, cadendo a terra, mi pareva dessero un suono secco, di chicchi. I nuovi convenuti, che entravano con le teste affondate dentro le spalle, come se avessero ancora il paletot, venivano accolti da grida e battimani.
Erano, senza volerlo, rottami di lontane notti natalizie che mi salivano per conto loro in testa a formare una specie di nuova festa commemorativa. Infatti, in quella gente della quale prima vedevo soltanto indizi staccati – bocche aperte al riso, occhi lucidi, pomelli rossi, abiti blù – ora potevo riconoscere vecchie conoscenze di casa. Il giovanotto col full di assi ero io stesso, la signora era la moglie del direttore del manicomio, e quel salotto risultava dal miscuglio di cinque o sei salotti di famiglie amiche della mia città.
Dopo una fermata in una piccola stazione, un uomo e una bambina entrarono nel nostro scompartimento. Anche essi dovevano avere sentito in quella notte lo squallore della solitudine, e preferivano stare scomodi vicino a noi, che sdraiati in un vagone vuoto. Con una voce chiara, fuori dall'ordinario, l'uomo ci disse: “Buon Natale!”, e questo bastò per dare a me e al mio amico la certezza di non esserci mossi inutilmente da così lontano verso la nostra casa. Divenimmo subito loquaci. A gara cominciammo a rivolgere alla bambina le più sciocche domande, a buffoneggiare fra noi; mettendo i cappelli di traverso e simulando i baffi con le mani, cercavamo di dare ai nostri visi espressioni grottesche, contenti di vederla ridere. Anche l'uomo rideva, scoprendo sotto gli occhi una fitta rete di pieghette nere. La sua faccia color carruba, svelava la gavetta donde era venuto. Era uno di quei popolani nati in fretta, con i nasi tozzi e le labbra grosse sul mento corto; che hanno le fronti butterate dal vaiolo come ditali. A sentire che eravamo della stessa terra, le ultime diffidenze cadevano… Ci alzammo, ci stringevamo le mani, pronunziando i nostri cognomi con gioia, come se pronunciassimo invece il cognome dell'altro; come amici che si ritrovassero dopo un lungo tempo, per combinazione.
Era un vedovo, impiegato delle ferrovie. Mancava da cinque anni dal suo paese, sebbene là avesse due sorelle sposate, i nipoti, gli amici più cari della gioventù. Si sentiva vecchio; a forza di veder passare treni, i viaggi gli davano una sorta di terrore. Nell'udire sulla sua bocca l'accento del nostro dialetto e nomi di luoghi e di montagne che avevamo scorrazzato da contrabbandieri, col fucile a bandoliera e gli sky ai piedi, cadevamo all'indietro negli anni. Ricordavamo avventure di caccia e di sport, avvenute in questa o in quella località: posti che l'uomo sottolineava, dondolando il testone con allegria, e che sogguardava a occhi socchiusi prima di riconoscere definitivamente. “Ah Cristo, ah per la Madonna!”. Il suo paese distava una cinquantina di chilometri dalla nostra città, nell'interno. E noi gli raccontavamo come tre anni prima, di luglio, passando di là in automobile, impolverati, sporchi, sudati nel vedere le acque del fiume scorrere sciolte, un impeto di libertà ci aveva presi a quella proposta naturale. E a ventre basso, giù per la proda, lasciata l'automobile sul bordo della strada, svestitici in fretta dietro i cespugli, nudi ci eravamo gettati nelle onde. Ma poi che la felicità del nuoto e la forte corrente ci avevano trascinati giù sino alle prime case del paese, ormai non sapevamo più come risalire, e intanto sul ponte molta gente era corsa a quell'insolito spettacolo. Ridendo, schiamazzando, incitandoci l'un l'altro, avevamo preso riva dinanzi agli occhi di tutti, e galoppavamo come cavalli nel sole, lungo l'argine. Senza darci pensiero di vestirci, raccolti gli abiti, a bracciate, ci eravamo scaraventati nell'automobile, ed ecco, quei quattro giovani nudi, esaltati da un soffio di selvatica ebbrezza, traversano urlando il borgo esterrefatto, mentre le donne sulle porte si coprivano il volto con le mani.
Rideva beato: ah, quel suo paese! Chissà quanto ne avevano parlato poi di quell'avvenimento! Quante congetture e che scandalo! Là dove da secoli tutto si ripeteva uguale! “A contar le foglie sugli alberi sarebbe sempre lo stesso numero” aggiungeva. “Quando ritornai cinque anni fa ho trovato i miei compagni seduti sul ponte al sole come certe lucertole, senza far niente a guardare la luna e le stelle!”.
Quella confusione di luna-sole-stelle, mi componeva davanti agli occhi una giornata eterna su di una valle divisa da un corso d'acqua spinta in avanti da chissà quale forza. E in fondo c'era un ponte, e sul parapetto, con le gambe penzoloni, stavano i compagni, neri, fermi, con occhi perduti. E quelli erano i saggi, i morti che ognuno di noi ha lasciato nel suo borgo terrestre, e l'acqua che gli passa sotto è il fiume del tempo.
La mezzanotte ci arrestò a Piacenza. Il buffet di stazione ondeggiava di gente grossa, baldanzosa, gonfia di brulé, congestionata. Sul banco un cameriere riempiva ininterrottamente, passando da uno all'altro con la bottiglia inclinata sempre alla stessa maniera, lunghe file di bicchieri che venivano ghermiti all'istante. Con quel vino io e il mio amico ci segnammo la fronte per il buon augurio. Il nostro gesto dilagò subito, alcuni finirono col gettarsi addirittura mezzo bicchiere sul viso, scrollandosi poi in tutti i sensi come cani usciti dall'acqua. Chi era solo si faceva battezzare dallo sconosciuto accanto. Un cameriere intinse il dito in una chiazza di vino rimasta sul marmo di un tavolo, si fece una gran croce sulla fronte, guardò in alto, bestemmiò fra sé con dolcezza. Poi si succhiava il polpastrello, golosamente. In treno provammo molto piacere ad accorgerci che ognuno di noi all'insaputa dell'altro aveva comperato qualcosa per la bambina. Io una fetta di torta e il compagno una tavola di cioccolata. Quello sarebbe stato il suo albero di Natale. Cercavamo quindi di dormire. Nella luce bluetta vedevo i corpi degli altri andar su e giù come fisarmoniche senza suono. Scorgevo il sonno in tutta la sua fatica, quando l'aria viziata batte contro l'ugola e stagna, mentre i polmoni la cercano e la sentono sfuggire, come sfugge un sapone dentro una vasca. Ciò mi dava una pena enorme, perché pensavo che anche il sonno è in fondo una infermità della carne.
A Bologna le pensiline luccicavano di ghiaccio.
D'improvviso mi ricordai di una ragazza che mi era stata amica nei giorni dell'Università e, contemporaneamente, di una cartolina che dovevo avere in tasca sin da Parigi. Riproduceva Nôtre-Dame, ed era già affrancata col busto di Pasteur. Decisi di mandarle quella. Le avrebbe fatto piacere. Rammentandosi di come l'avevo lasciata, bruscamente, dopo un discorso concitatissimo, mentre il vento e la pioggia spazzavano la periferia, domani la cartolina straniera l'avrebbe convinta d'aver avuto a che fare con una specie di Olandese Volante, scomparso dentro le raffiche della tempesta.
Nei sottopassaggi smaltati stagnava un freddo silenzioso e polare. Alcuni manovratori insaccati in costumi sudici e madornali, parevano esquimesi. Avevo impostato la cartolina, quando mi si avvicina un pezzo di presepe, un re magio con la barba luccicante di saliva gelata, il mantello a rappezzi, e due scarpe formidabili da prendere a calci le montagne. “Signori, scusate…”. Stavo già frugandomi in cerca del borsellino, ma lui, accortosi dell'atto, faceva di no. “Mi volete scrivere due parole a mia moglie per Natale? Sono di Celico, in Calabria”. Aveva appoggiato subito il nome del suo paese a quell'altro, come una discolpa. Quasi per farsi perdonare di essere nato laggiù, di non sapere scrivere! Ma nella sua voce, invece di una scusa io sentivo tutta la tacita protesta di una terra che per troppo tempo noi uomini del nord, avevamo, a nostra vergogna, simulato di ignorare. Mentre il settentrione si inzaccherava in cerca di nuove patrie, laggiù, come in una Tessaglia taciturna, solenni erano rimasti i riti della gente, duri e fedeli gli uomini. Celico! Un'onda di tenerezza mi saliva alla gola per il bifolco sconosciuto, che mi tendeva una busta e un foglio sgualciti. Glieli tolsi di mano. Svitando in furia la penna stilografica, in piedi contro il muro, gli chiedevo come si chiamasse quella donna smarrita in un piegone della Sila. Nello stesso momento un battito di ciglia mi fece storcere lo sguardo contro un orologio appeso sui binari. L'orologio segnava le tre e venti, l'ora della partenza del treno. Ancora una volta, e in modo che la macchia mi rimanesse ferma nella memoria, il piccolo, miserabile interesse metteva il morso allo scoppio della fraternità. Mentre di corsa volavo per il sottopassaggio un nome di donna: Concetta Santoli, mi picchiava in mezzo alla fronte come un martello. Dall'altra banchina vedevo lontano, ormai perduto per sempre, il contadino col foglio che gli avevo ricacciato in mano. Abbandonato in quella stazione deserta, l'analfabeta stava immobile, curvo sulle enormi scarpe chiodate. Cinquecento, mille chilometri da lui, una donna si voltava sulle foglie arse del saccone, pesandolo. E lui le sventolava nella notte quel foglio bianco, come un fazzoletto. Perché lo vedesse. Il treno non si muoveva, stecchito. Avrei voluto frustarlo, perché partisse, liberandomi l'animo da quella maledizione. Forse, anzi certo, avrei fatto in tempo a scrivere. Il belato della tromba tardò ancora parecchi minuti. Col viso contro il vetro, io guardavo disperatamente l'analfabeta che adesso si era messo a camminare piano, nella direzione del convoglio, come per rivolgermi un'ultima volta la sua preghiera.
Il direttissimo scendeva a spron battuto lungo la linea che aveva coinciso con il tratto più facile della mia giovinezza. Quante volte l'avevo fatta in quattro anni di Università? Trenta, trentacinque, anche di più. Mi sovveniva con quanta gioia attendessi l'apparire di cinque o sei pioppi su di una collina, che erano il primo indizio di Bologna. E poi, subito, vedevo San Luca, con i portici sgranati lungo il declivio come nastri di una mitragliatrice. Cercavo d'indovinare alle fermate le stazioni, senza azzeccarne una. Mi ero fissato su Gambettola, che non venne mai. Ed ecco, invece, il ponte ferrato di Rimini, le vele illuminate dai fanali a gas, ecco, laggiù, le luci dei fari e, ancora avanti, dopo il ponte di pietra, ecco la mia terra carica di neve, inchiodata di cipressi, irriconoscibile. Scossi il compagno. Sbadigliava, alzava le palpebre, le richiudeva, mi sorrideva melenso. “Sognavo di essere su un piroscafo”. “Levati, siamo a casa”. Schizzò su con uno scatto da epilettico. “Fa piano. Ancora c'è qualche minuto. Abbiamo passato ora la galleria”. Portammo le valigie fuori, in punta di piedi, per non svegliare i due compagni di viaggio. Mi dispiaceva lasciarli così, senza una stretta di mano dell'uomo, né un sorriso della bambina. Tutto si perdeva. Lasciando che la penna se ne andasse per conto suo scrissi su un biglietto: “Tanti auguri per sempre alla piccola Ines”. Il barcollìo del treno mi agevolava la situazione della calligrafia infantile. Posi il biglietto sul petto della bambina, avvertii un controllore che li destasse alla fermata seguente; scendemmo. Il cielo andava imbiancandosi di chiarori infangati. Perdio, erano successe delle novità! Su una fila di colonnine agilissime, avevano costruito una tettoia di ferro. Attaccata al tronco della vecchia stazione, pareva una visiera militare cucita con lo spago a un cupulotto di carrettiere. Fuori, un viale asfaltato aveva sostituito la strada poltigliosa che un tempo passava sul fosso periferico. Il vallo era stato coperto; una parata di pini nani e di cipressetti, somiglianti ai “colbach” di una truppa appiattata nella neve, denunciavano dietro di sé la presenza di un vasto giardino.
La carrozza strabalzando sul selciato faceva un rumore d'inferno, e tutta la città le crollava addosso. Qualcuno già sveglio sentendo quel fracasso, si sarebbe detto: “Gente che arriva per Natale”, e, senza volerlo, avrebbe sorriso di compiacenza, per la città ricercata dalle persone lontane. L'amico scese prima. Le persiane della sua camera filtravano di luce. L'aspettavano. Udii stridere uno scuretto, una voce chiamò: “Enrico!”. Adesso mi spiaceva di non aver avvisato nessuno dei miei. Salii le scale di carriera per provarmi le forze, come sempre. Nell'andito cercai di salutare con un solo sguardo tutte le cose. Alcune avevano cambiato parete, ma le simmetrie erano sempre le stesse, sicché pareva fossero stati i muri a cambiare di posto. Sull'attaccapanni c'era l'impermeabile e il berretto di mio fratello; vicino, la pelliccia e il feltro rigido di mio padre. Sull'ultimo piolo nudo deposi il mio pastrano e il mio cappello a cencio. I tre indumenti diversi rappresentavano con precisione tre età, tre generazioni. Ma tuttavia una sola atmosfera umana faceva palpitare quella roba di stoffa. Ero commosso. Ogni anno ci ritrovavamo così, insieme, e dopo pochi giorni, di nuovo lunghe distanze ci separavano, ignari l'uno dell'altro.
Nella mia stanza un dolce odore sospeso mi avvertiva che anche quella notte qualcuno aveva bruciato per le camere la bacca d'incenso. Mentre intorno tutto mutava, strade, fogge, volti di gente, mia madre nella casa custodiva per noi il profumo delle cose che non possono perire. Uno stropiccìo di passi circospetti mi fece voltare di botto. Nel rettangolo della porta mio fratello sorrideva con gli sky in spalla. “Hai fatto buon viaggio?”. Guardavo quel ragazzo, alto, bellissimo nel costume sportivo; dal bavero aperto del maglione il collo fioriva, impetuoso. L'abbracciai, gli chiesi: “Non rimani con noi?”. Rispondeva affannato, con una allegria così grande che mi parve una ostilità: “Abbiamo deciso di fare il Natale fuori; con degli amici. Andremo verso il Catria. Pranzeremo sulla neve”. Non ero ancora arrivato, e già qualcuno andava via! “Brutto Natale, sai – continuava – da tre notti gela e la neve non tiene gli sky”. Dalla strada salì il rombo di un motore a folle; poi un clackson si mise ad abbaiare furioso. “Ecco l'automobile. Che ore sono?”. “Le sette”. Avrei voluto trattenerlo ancora un momento, dirgli qualcosa di allegro, che non trovavo. Aveva rimesso gli sky in spalla; ed era molto indeciso. “Vai, gli dissi, ti aspettano”.
Lo ascoltavo scendere le scale a precipizio, e allora mi tornò a mente un nome: Concetta Santoli, e rividi l'uomo sul marciapiede della stazione col foglio bianco in mano.

Dino Garrone


 
 
 
 
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