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Politici allo Specchio:
Giuseppina Catalano


LA RICETTA DELLA DOTTORESSA

La galleria dei “Politici allo Specchio”, dopo aver presentato i principali esponenti di tutti i partiti, si arricchisce oggi con un “non politico”: un'illustre dottoressa, direttore del dipartimento di Oncologia dell'Ospedale S. Salvatore, che il comitato promotore della neonata lista civica Liberi x Pesaro ha designato come “coordinatore”. Un titolo soft che potrebbe far pensare a un incarico di transizione, ma che potrebbe anche evolvere in una vera e propria candidatura a sindaco. In caso di vittoria elettorale potrebbe quindi diventare il primo sindaco donna nella storia di Pesaro.

Giuseppina Catalano arriva trafelata, direttamente dall'ospedale, per l'appuntamento nella sua bella casetta su due piani, in zona centro-mare. Nonostante sia visibilmente stanca, si preoccupa di servire un rapido spuntino alla sua gatta siamese color miele: chiamata Lilla Flikka (“piccola ragazza”) in ricordo di una felice vacanza in Svezia di tanti anni fa. Per cortesia verso il cronista che impugna il registratore, si dimentica invece di provvedere al suo sostentamento, tanto da rischiare un “crollo degli zuccheri” nel corso della lunga intervista pomeridiana. La soccorre dal frigorifero, appena in tempo, una vaschetta di budino destinata alla nipotina di tre anni, regalo della sua unica figlia.

Seduta alla scrivania dello studio, mi parla della sua vicenda professionale in un territorio di frontiera medica come quello della cura dei tumori; e della bruciante passione civile che l'ha spinta ad impegnarsi direttamente in politica. E' di età indefinibile come tutte le signore. Gli occhi chiari, color verde-nocciola, sono dolci e un po' tristi: ma forse sono solo stanchi dopo le molte ore di servizio che seguono le frenetiche giornate precedenti, divise tra i pazienti e le riunioni del comitato. Conversa con voce bassa, anche a causa di una vecchia laringite trascurata nel 1990, l'anno della sua prima elezione nel consiglio comunale di Pesaro nelle liste del PCI, quando partecipava a innumerevoli riunioni in tutta la provincia insieme a Giuseppe Mascioni. E' nata a Modena, una città dove il comunismo si respirava nell'aria, magari insieme al rosario recitato in famiglia. Si laurea in quella Università, poi prosegue la carriera con le specializzazioni in ematologia, anestesia e oncologia: quest'ultima ottenuta ad Ancona, dove si trasferisce nel 1969 insieme al marito cardiologo. In questa città comincia anche ad emergere il suo interesse verso la politica, dopo la frana che colpisce la città in quegli anni e le vicissitudini della ricostruzione dell'ospedale. Nel 1987 approda a Pesaro per creare dal nulla un reparto oncologico presso l'ospedale S. Salvatore, portandolo in 16 anni da un piccolo “day-hospital” a una struttura capace di assistere migliaia di pazienti. Come medico a tempo pieno nelle strutture pubbliche (ha un rifiuto etico per l'ambulatorio privato in questo campo, con quel tipo di malati) ha visto tutta l'evoluzione dell'oncologia moderna e forse può guardare al futuro con maggiore ottimismo. Oggi – mi dice – di cancro si può guarire, anche definitivamente, in oltre la metà dei casi. Ci si ammala di più, soprattutto a causa di stili di vita sbagliati (il fumo e l'obesità sono tra le cause principali, oltre ai fattori ereditari e alle situazioni ambientali che, contrariamente a quanto si crede, ne sono responsabili solo per una minima parte); ma si guarisce molto più di una volta, grazie alle diagnosi precoci e alle migliori terapie farmacologiche e chirurgiche.

Parlando del suo itinerario professionale e umano, dice di essere stata “geneticamente modificata” dal dolore, di cui è testimone ogni giorno nella realtà ospedaliera. Considera il dolore come una specie di filo che ci tiene tutti insieme, che ci accomuna tutti. Ha trovato una sua forma di religione nella cura dei “fratelli” malati, così vicina alla parabola del buon samaritano che le raccontava il vescovo Michetti, ogni volta che andava a trovarla, perché aveva capito che questo era il suo modo di cercare Dio. Ma Gianfranco Gaudiano (che è stato uno dei suoi pazienti) le diceva che la fede è un dono: si riceve ma non si può trasmettere.

Dottoressa, se Pesaro fosse un paziente quale sarebbe la sua diagnosi?

Non vedo la presenza di malattie inguaribili. Pesaro soffre solo di depressione e pertanto si trascura sempre di più. Ha bisogno di tornare a credere nel suo futuro, assumersi degli impegni, prendersi più cura di sé.

Perché questa “scesa in campo” politica per una persona già tanto impegnata?

Una volta pensavo solo all'ospedale e alla medicina. Poi, a partire da quella prima esperienza di Ancona che le citavo prima, è successo qualcosa: sono diventata una persona che si indigna quando vede cose fatte male, o fatte contro l'interesse pubblico. E mi viene voglia di darmi da fare per cambiarle. Sono rimasta molto colpita dal recente richiamo dell'arcivescovo Bagnasco alla necessità di trovare un ethos comune tra i cittadini e le istituzioni: un concetto che ho adottato come bussola per orientarmi in questa mia nuova attività.

Tra i suoi motivi di indignazione ci sono sicuramente le vicende dell'Irccs…

La storia dell'Irccs ha fatto solo da detonatore per spingermi a un impegno diretto, perché questo lo considero uno dei casi in cui i politici non sono stati capaci di guardare al di là del loro naso, facendo perdere alla Sanità pesarese una grande occasione e una straordinaria opportunità di crescita.

Si dice che lei abbia una relazione particolare (politicamente, s'intende) col senatore Mascioni. Nella sua intervista allo Specchio, vi ha messo in guardia contro il pericolo di caratterizzarvi come la lista del “rancore”, della rivalsa dell'ospedale.

“Rancore” mi sembra una parola sbagliata: parlerei piuttosto di amarezza per aver dovuto rinunciare a un progetto prestigioso ed entusiasmante, quale era quello collegato all'Istituto di ricerca e a una Scuola di talassemia di livello mondiale. In ogni caso la nostra linea programmatica non si limita ai problemi della Sanità, ma è molto più articolata e si riferisce a numerosi campi di intervento. I partiti tradizionali vivono ormai nell'isolamento del potere, che li porta a decisioni di vertice, senza ascoltare la città: non sono più in grado di rappresentare da soli tutti i fermenti, i bisogni, le istanze che provengono dalla gente. Noi vogliamo arrivare a una “democrazia partecipata”, coinvolgendo più soggetti.

Magari coinvolgendo anche i poteri forti… E' vero che avete già molti soldi a disposizione?

Le confesso che non ho ancora ben capito chi siano i poteri forti. Comunque noi siamo pronti a camminare insieme a chiunque condivida il nostro progetto. Per quanto riguarda i soldi, per ora ci sono solo quelli nostri, dei membri del comitato promotore. Ci auguriamo una vasta adesione dei cittadini, anche per trovare le risorse necessarie a una competizione elettorale che sarà lunga e difficile.

A proposito di poteri forti, il vostro primo documento programmatico suggerisce di eliminare, o riconvertire, l'Ente Fiera…

Le necessità del mondo imprenditoriale locale sono decisamente cambiate negli anni: molte imprese si sono internazionalizzate, non sono più interessate alle fiere locali. E' una tendenza che riguarda gli imprenditori di tutto il mondo e non solo quelli di Pesaro. Oggi l'Ente Fiera, a nostro parere, usa danaro pubblico (perdendo diversi miliardi di vecchie lire ogni anno) per un servizio che non risponde più ai bisogni di tutti. Affidarlo ai privati potrebbe essere la soluzione giusta per continuare a rispondere alle esigenze di quella parte del mondo produttivo locale che può ancora beneficiare della sua attività; ampliandone il campo di azione anche ad altre iniziative, come i concerti e le manifestazioni varie. Lo scopo è quello di renderlo di nuovo competitivo e in grado di camminare con le sue gambe, senza far gravare i costi sulla collettività.

Dopo la vostra uscita ufficiale, qualcuno ha detto che la montagna ha partorito un topolino. Ci si aspettavano nomi più altisonanti nel comitato dei “Liberi x Pesaro”.

Questo è il miglior complimento che potevano farci. A noi interessa la “normalità della quotidianità”. Vogliamo coinvolgere proprio le persone normali, che fanno bene, quotidianamente, il loro lavoro e vogliono mettere la loro esperienza al servizio della comunità in cui vivono. Preferiamo avere al nostro fianco diecimila persone comuni, piuttosto che dieci nomi altisonanti. Comunque il nostro progetto può già contare sulla simpatia e l'appoggio di altre personalità che per il momento non desiderano apparire.

Nei mesi scorsi molti hanno cercato di tirarvi per la giacca. Però negli ultimi tempi si nota un certo raffreddamento della Casa delle Libertà che pure, all'inizio, era sembrato un vostro naturale compagno di strada.

Il cambiamento della classe dirigente attuale potrebbe sembrare un obiettivo che ci accomuna alle forze dell'opposizione di centro-destra. Ma questo non è il nostro unico obiettivo: ci sembra più importante cambiare il metodo e la cultura di governo che è alla base del malessere avvertito dalla città. Solo su questa strada potranno formarsi delle alleanze vere. Comunque una lista civica, per definizione, non esclude nessuno: siamo pronti a collaborare con tutti coloro che condividono il nostro progetto di “laboratorio sociale”, senza preclusioni ideologiche a destra o a sinistra. Per vincere le elezioni ci vogliono tanti voti: noi ci rivolgiamo anche ai delusi della politica (quelli che non vanno più a votare) e ai delusi del centro-sinistra, che non si riconoscono più nell'inerzia, nella mancanza di progettualità dell'attuale amministrazione.

Proviamo a fare l'identikit del vostro candidato sindaco, dopo il cortese ma netto rifiuto di Lucarelli.

Alla fine di novembre abbiamo completato il nostro organigramma, indicando i referenti per i vari settori (cultura, sanità, territorio, comunicazione, ecc.). Nei primi tre mesi del prossimo anno promuoveremo il confronto con la città, attraverso una serie intensiva di incontri con i cittadini, le associazioni, i movimenti, gli stessi partiti. Il nome del candidato sindaco verrà fuori naturalmente: sarà l'uomo o la donna più adatto a interpretare il processo di cambiamento.

Visto che correrete da soli, tutti si chiedono (anche se la domanda fa infuriare Ilja Gardi) dove porterete i vostri voti in caso di ballottaggio tra Ulivo e Casa delle Libertà.

Il problema non si porrà, perché saremo noi a vincere al primo turno o ad andare al ballottaggio: in questo caso sarà un problema delle altre forze politiche quello di decidere su chi far confluire i loro voti.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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Lo Specchio della Città - periodico per la Provincia di Pesaro e Urbino - Redazione: tel. 0721/67511 - fax.0721/30668 - E-mail:info@lospecchiodellacitta.it

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