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  *

La storia degli Orti Giuli


Ora che gli Orti Giuli sono stati, fortunatamente, dissequestrati e che presto i cittadini potranno riappropriarsi del “Belvedere”, si riadempirà il voto del conte Francesco Cassi (1778-1846) che spese buona parte della sua vita e del suo patrimonio per realizzare qual giardino in onore e memoria dell'amato cugino Giulio Perticari(1779-1822). Cassi aveva un debito con Giulio, non solo per essergli stato compagno nelle scorribande amorose giovanili, nella Carboneria e nell'attività politica e letteraria, ma anche per avere cercato di fottergli la moglie, la bellissima Costanza Monti. Le cose andarono così. Stava Giulio moribondo nel palazzo di Cassi a San Costanzo nel luglio 1822 e la moglie, disperata, si auto-accusava di non averlo amato abbastanza e di non aver capito subito la gravità del suo male (Giulio morirà di cancro cirrosi del fegato). Il Cassi, da tempo innamorato della cugina acquisita, che pure provava per lui un'intensa simpatia, ma non da andarci a letto, sentitosi respinto si vendicò diffondendo la calunnia infame che Costanza avesse avvelenato Giulio. In tal modo i Perticari cacciarono da Pesaro Costanza e il Monti, il cui astro poetico peraltro si stava spegnendo. Cassi e Gordiano Perticari, il fratello di Giulio, si allearono poi per svergognare Costanza in tutt'Italia distribuendo ad amici e letterati un libello anonimo in 500 copie che ribadiva le atroci accuse a Costanza di adulterio, malaffare e veneficio. Per niente colto dal rimorso non volle più rivedere Costanza, neppure quando ella morì nel 1840 di cancro alla mammella, ma in compenso fece costruire il mausoleo di Giulio nel bastione del Carmine, uno dei quattro bastioni angolari della città, ormai in abbandono e ridotto a un luogo “deserto”. Di fianco al bastione, Cassi possedeva alcune case (ora sede dell'Osservatorio Valerio), e aveva allestito anche un vivaio per la vendita di alberi ed arbusti.
Attorno al 1831, Cassi iniziò a defilarsi dalla vita politica e si ritirò a vita privata. Si dedicò interamente a celebrare la memoria del cugino Perticari prodigandosi per l'istituzione degli Orti Giuli, aperti nel 1835, per i quali impegnò tutti i proventi della Farsaglia (la traduzione in italiano del poema di Lucano sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo) e s'indebitò persino, riducendosi alla fine della sua operosa esistenza a vivere nelle sue case degli Orti con un assegno mensile concessogli dai parenti. Nella dedica della Farsaglia al Monti così Cassi ricorda il bastione su cui sorgeranno gli Orti: “Perocché il bastione guarda le foci dell'Isauro, e che da Giulio nostro era di sovente visitato, siccome, per la sua postura, il più delizioso loco della città, di tali leggiadre forme vestitasi, che già è divenuto non ignobile parte del monumento che dalla gentilezza italiana s'innalza al nome del tuo figliolo d'amore”.
Un lungo “Elenco degli Associati alla Farsaglia”, più di 1.500 nomi, compare già in un volumetto del 1826; i soci erano presenti in tutt'Italia, da Acireale a Como, da Catania a Capodistria. A Ragusa (oggi Dubrovnik) il corrispondente era Urbano Lampredi che reclutò vari soci di lingua italiana. Il progetto del monumento a Giulio, su disegno del Poletti e del Tadolini ed altri artisti, era a disposizione degli associati che, abbonandosi a “caro prezzo” alla Farsaglia, contribuirono alle spese dell'allestimento dei giardini. La direzione dell'impresa fu affidata in modo onorifico al principe romano Pietro degli Odescalchi, già grande amico di Giulio. Salvatore Betti, Leopoldo Staccoli, Vincenzo Bontà furono segretari e garanti della Società e i contributi degli associati furono versati nel locale Monte di Pietà con una contabilità pubblica. Così Cassi fece incidere sulla grande lapide ancora all'ingresso del giardino.

Perché non mancasse degno luogo
al monumento onorario
che gli associati all'edizione
del volgarizzamento della Farsaglia
innalzano alla memoria
di Giulio Perticari
questo deserto bastione
vestivasi della presente amenità
aiutandone la spesa
cortesi cittadini d'ogni ordine
per fare onore al caro estinto
e a così nuova pietà
e gentilezza italiana


FRANCESCO CASSI A' SUOI  BENEMERITI SOCII E CONCITTADINI NEL  MDCCCXXX

Gli Orti Giuli, furono alla fine progettati dall'ing. Pompeo Mancini, che aveva già realizzato la Pescheria (1822) e l'ampliamento dell'Ospedale psichiatrico San Benedetto (1830). Furono realizzati sul Baluardo del Carmine Vecchio, uno dei quattro antichi baluardi che, assieme alla Rocca Costanza, fortificavano la cinta pentagonale delle mura roveresche, realizzate negli anni 1512-1564 sotto Guidubaldo II della Rovere. Allora il vasto terrapieno era abbandonato ed aveva perso completamente la sua funzione militare ed apparteneva all'Appannaggio di Casa Ducale: un ente amministrativo istituito dai francesi per gestire i beni ecclesiastici dello Stato pontificio, requisiti e invenduti, affidato a Eugenio Beauharnais, figliastro di Napoleone e Viceré d'Italia. Alla sua morte era passato ai due figli ed aveva sede in Ancona. Utilizzando circa 30 mila piante, un arredo complesso fatto di “antichità” vere recuperate in città (colonne, cippi, epigrafi, busti romani: ora in massima parte al sicuro al Museo Oliveriano, compresa la celebre bilingue di Fazio l'aruspice) e false rovine, un insieme di vialetti e di gallerie, il busto di Giulio Perticari alla sommità del giardino, Cassi realizzò il primo giardino pubblico della città, e forse delle Marche. Una pubblicazione del 1828 dell'ing. Maurizio Brighenti esalta il progetto che sistema quel terreno incolto e “orrido”, detto Belvedere di San Benedetto (già baluardo del Carmine) perché vi si gode una splendida vista del mare e del monte Ardizio, della città e del monte Accio, popolato di ville patrizie e, sotto, la Via Flaminia sempre trafficata, il ponte Vecchio e la Porta Rimini. Sappiamo persino il nome del primo giardiniere, Anselmo Cittadini, che realizzò il primitivo boschetto degli orti con piante già adulte.
L'inaugurazione avvenne nel 1835 e alla fine Cassi, che con difficoltà trovò poi dei direttori esperti in agraria per dirigere gli Orti, s'indebitò e dovette cercare prestiti e dividere le sue proprietà da quelle dei parenti. La gestione fu affidata poi all'Accademia Agraria pesarese, erede dell'Accademia Isaurica e composta di professori ed esperti di agraria e di scienze naturali, voluta dal Cassi e altri nobili pesaresi, che nel 1828 tenne colà le sue prime riunioni. Gli Orti si estendevano anche fuori del Bastione del Carmine e si finanziavano con la vendita di alberi da frutto e da ornamento, di sementi e di bulbi, mediante un catalogo di vendita per corrispondenza, antesignano delle vendite postali di oggi. Il vivaio, “di aiuto all'agricoltura e al giardinaggio” produceva centinaia di varietà diverse di alberi da frutto (anche di cultivar oggi scomparsi), di viti, ulivi, alberi di alto fusto ed arbusti ornamentali, rose, piante da fiore, da serra ed aranciera, bulbi e piante rampicanti, sementi da fiore.
Nel mese di febbraio 1835 al Cassi morì la moglie Maddalena, e nel 1837 la dilettissima figlia Elena, e anche questo contribuì al suo ritiro definitivo dalle ambizioni rivoluzionarie e dalla vita pubblica. Ormai anziano, dopo aver fatto ammenda delle sue intemperanze e dei suoi errori giovanili e dei suoi trascorsi liberali, Cassi dal 1836 scrisse di cose religiose con un Inno alla Beata Michelina (1836), e un Inno a Sant' Ubaldo (1841), per il cardinalato di Giovanni Maria Mastai Ferretti, poi Pio IX. Nel 1844, per le nozze dell'amato nipote Giulio Schiavini con Francesca dei conti Savorelli di Forlì, scrisse un Inno alla Beata Felice Meda. Mori nel 1846, vecchio e stanco, ormai sordo e quasi cieco: “Ho in gran parte perduto l'udito ma poco mi cale. Anche la mia mente non mi sovviene di molto, ma sono stato così scarso di dottrina che è poca perdita il non rammentare più nulla”. Fu seppellito in San Nicolò (ex chiesa in via Castelfidardo, allora parrocchia).

Luciano Baffioni Venturi

Nelle foto:
1) Giulio Perticari
2) Costanza Monti


 
 
 
 
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