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Dicembre 2006 / Lettere e Arti
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  *

Amore stanza n. 17

Oh… finalmente! Mi tolgo la vestaglia e mi sdraio sul lettino, voglio proprio godermi il mio primo giorno di ferie. Sono proprio stanca ed  esausta, fare l'inserviente in una casa di riposo non è una cosa facile. Voglio bene ai miei vecchietti, ma delle volte sono tremendi, sono capricciosi come i bambini.  Ah… questa è vita. Sdraiata godo il mio primo bagno di sole, senza pensieri, sarebbe da non morire mai. Vicino al mio ombrellone amoreggiano due ragazzi, apro un occhio per vederli, mi vengono in mente tanti ricordi. Rido vedendoli felici. Ma ad un tratto mi alzo di scatto, prendo l'orologio dentro la borsa, guardo la data ed esclamo: per la miseria mi ero dimenticata! Non è possibile,  mi sono dimenticata di salutare il mare e il sole. Corro verso la riva, entro nell'acqua e dico: ciao mare, ciao sole, i saluti ve li manda  “Amore stanza n. 17”.  Non sono matta, sono tre anni che ogni volta che inizia l'estate  vengo qui e saluto il mare e il cielo: è una promessa che ho fatto tanto tempo fa ad un'ospite della casa di riposo.  Mi sdraio nuovamente sulla sdraio e ripenso ad una mattina di diversi anni fa.

* * *

In una fredda e umida giornata di novembre varcò il portone dell'istituto, accompagnata dalla figlia,  una signora distinta: aveva una figura minuta, con i capelli bianchi, un viso triste. Al primo sguardo mi piacque subito. Non solo a me: tutti rimanemmo affascinati da questa piccola donna che emanava tanta sicurezza e bontà. Un giorno che era in vena di confidenze  mi raccontò che era stata lei a chiedere alla figlia di accompagnarla; però la figlia non mi è sembrata tanto dispiaciuta quando – lasciandola – l'ha salutata. Devo dire che di rado  tornava a trovarla e la madre cercava sempre di scusarla.   “Sa –  diceva – ha i figli, la casa, il marito sempre in viaggio: non ha tempo”. Poi  mi raccontava di essere rimasta vedova due anni prima e  si era stancata di vivere da sola in quella casa che l'aveva vista giovane sposina e madre affettuosa.  Aveva lasciato il suo giardino, e spesso mi diceva. :“Che fine avranno fatto le mie rose?”. Per l'estate aveva una venerazione: le piaceva il calore del sole sulla pelle e amava il mare. Scherzando diceva che non voleva morire nella stagione più bella: “Guai se la morte mi venisse a prendere d'estate. Non ci vado… non ci vado… le dico di aspettare l'inverno”.   Invece morì proprio nel mese di luglio in una  giornata di sole.
Un giorno venne un ospite nuovo, un bell'uomo con i capelli bianchi, un po' curvo, accompagnato da un nipote. Si appoggiava a lui con tenerezza e i suoi occhi azzurri erano spenti. Tutte le signore nostre ospiti al suo arrivo cominciarono a correre come si può correre ad una certa età, di qua e di là come rondini impazzite. Noi del  personale non capivamo il perché di tanto trambusto; perciò  al volo ne afferrai una e le chiesi il perché di tanto correre. Mi disse che quell'uomo curvo, che si appoggiava al bastone, era stato una celebrità, un grande intellettuale, amato e venerato da tutte le donne. La sera, all'ora di cena, gli si avvicinarono tutte: si erano profumate, pettinate, erano elegantissime e lo sommersero con il loro cicalìo. Ad un tratto arrivò l'ospite della stanza n. 17, si fece largo fra tutte, si avvicinò all'uomo che stava seduto e gli prese  la mano. Lui gliela strinse e una parola uscì dalle sue labbra: “Amore”. Ci fu un momento  di silenzio,  tutte le ospiti  guardarono con invidia la signora della stanza n. 17, che il loro idolo aveva chiamata “amore” e si allontanarono a capo chino. Sbalordita, la guardai in viso: grosse lacrime scendevano dalle guance scarne. Ella lo abbracciò e, anche lei, lo chiamò “amore” e – per tutti – lei fu “Amore stanza n. 17”.
Da quel giorno non si separarono mai. Li vedevi camminare, lei piccola minuta, lui alto e curvo: camminavano lentamente, mano nella mano, e parlavano, parlavano…parlavano… finché una mattina lui non si svegliò più. Il dolore di “Amore stanza n. 17” fu enorme: si alzava, mangiava, si coricava come un automa. Una mattina, mentre le sistemavo il letto e la sgridavo perché non aveva mangiato nulla, mi disse di sedermi e cominciò a parlare. “Tanti, tanti anni fa (io avevo la tua età, ero giovane, bella) mi interessavo a tantissime cose, la pittura, il canto, suonavo il pianoforte, e mi ero sposata con un uomo buono, generoso, bello e  colto. Mentre lui mi amava fortemente, io gli volevo solamente bene. Un giorno, con delle amiche, andai ad un concerto di musica classica e vidi per la prima volta quell'uomo che scendeva lo scalone del teatro con accanto la moglie. Le mie amiche la conoscevano già perché erano state sue compagne di scuola. Li chiamarono festosamente e si avvicinarono: quando lui mi guardò, io mi innamorai di colpo.... e anche lui si innamorò di me.  Per anni e anni, prima di addormentarmi, rivedevo lui che scendeva quello scalone. Non credevo nell'amore a prima vista ma dopo quella sera mi sono dovuta ricredere. Ci siamo amati, non come puoi pensare; no, ci siamo amati con l'anima, nessuno dei due voleva far torto alla persona che avevamo accanto …e così ci siamo persi di vista. Ogni anno però, alla data del concerto del nostro primo incontro, ci telefonavamo. Puoi immaginare la mia gioia quando l'ho incontrato qui. Io sono nata e ho vissuto la mia vita solo in questi ultimi due anni, accanto a lui; e adesso che lui non c'è più io non voglio vivere ancora e ringrazio il Signore che  mi ha concesso di vivere per due anni intensamente accanto al mio amore…Ti chiedo solo un favore: quando non ci sarò più, ogni volta che inizia l'estate vai al mare e salutamelo per me. Ricordargli che “Amore, stanza n. 17” lo ha amato tanto come ha amato “lui”.  Dopo questo colloquio “ Amore stanza n. 17” ci ha lasciati.

Maria Grazia Ballarini

 


 
 
 
 
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