Fin dalla più tenera età mi son trovata con le mie radici in un cortile, di fianco ad una casetta abitata da una coppia di contadini non più giovani. Mi chiamavano, se ben ricordo, “albanella”, ma nell'anno ‘90, dopo un periodo di totale abbandono, arrivata la nuova proprietaria, subii un intervento chirurgico: in una piccola incisione, procuratami da un esperto, mi inserirono un pezzettino di legno che mi legarono ben stretto al ramo. Da quel giorno cambiai sapore e colore, non più chiaro, ma scuro e mi chiamarono “uva-fragola”. Sono arrivata ed ho superato con non pochi rischi, vuoi per una potatura pressoché totale, vuoi per pesanti gelate invernali, l'anno 2000. Ma dovevo attendere l'anno 2006 per avere la sorpresa maggiore. Per alcuni mesi, forse due o tre, nessuno controllò la mia crescita e il mio sviluppo, trovandomi in poco tempo senza alcun sostegno. Avrei potuto contare sulla generosità delle fragole che da sempre stanziavano alle mie spalle, ma la loro consistenza non era certo in grado di assicurarmi alcun aiuto. Ancor meno in grado erano le cosidette “infestanti”, pur presentandone la pretesa per il loro modo di appiccicarsi ovunque. Ma un giorno un colpo deciso di vento mi offrì la soluzione che risultò poi definitiva. Chi mi strusciava delicatamente le foglie più alte era un ulivo, l'unico che campeggiava al centro dell'orto e che, per questo, mi sembrava aver mantenuto le distanze: mi ero sbagliata. Da quel primo struscio seguirono altri momenti di contatto, che io utilizzai prontamente per avvinghiarmi coi miei viticci ai suoi flessuosi rami. Nel frattempo i miei piccoli acini, decisi a crescere, si facevano sempre più tondi e l'ulivo, incurvandosi dolcemente, mi tendeva i suoi rami col suo fogliame. Quando poi lo sorprendevo distratto, mi spingevo da sola un po' in alto e mi abbracciavo a lui, ormai sicura di non disturbarlo più, anzi... L'abbraccio fu così forte ed intenso che l'ulivo riuscì a sostenermi per tutto il tempo della mia... “gravidanza”.
Bianca Bonazzoli
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