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Pillole di storia – Dicembre 1941. La notte di Alessandria

Luigi Durand de la Penne.

Nel  dicembre del 1941 la situazione strategica  in Africa Settentrionale era in rapida evoluzione. L'armata del Commonwealth era di nuovo all'offensiva, costringendo le truppe dell'Asse italo-tedesco, al comando del generale Rommel alla ritirata verso l'arco della Sirte. Così, dopo sanguinosi scontri, faticose avanzate, ritirate e aggiramenti, la conquista dell'Egitto e del canale di Suez rimaneva un miraggio. La flotta inglese, composta principalmente dalle due corazzate “Queen Elizabeth” e “Valiant”, aveva in Alessandria la sua base operativa principale e rappresentava la spina nel fianco della flotta italiana, impegnata nella scorta dei convogli di rifornimenti di materiali, combustibili, uomini e mezzi destinati ad alimentare e sostenere la campagna africana.
In questo scenario il Comando della X Flottiglia MAS, gli arditi incursori dell'epoca, si convinse a tentare ancora una volta, dopo i precedenti due fallimenti contro lo stesso obiettivo, di portare l'offesa direttamente dentro il munitissimo porto di Alessandria. Imbarcati tre S.L.C. (siluri a lenta corsa, detti in gergo “maiali”) nei cilindri in coperta ed i relativi equipaggi, il sommergibile “Scirè” al comando del capitano di Corvetta Junio Valerio Borghese, dopo una breve tappa di rifornimento a Lero, giunse nella notte fra il 17 e 18 dicembre a poco più di 1.000 metri dal faro di Alessandria, superando mare avverso e campi minati. Alle 18.30 gli uomini, indossate le tute di gomma, uscirono dal sommergibile in affioramento, estrassero i siluri dai cilindri, vi si posero a cavalcioni e si diressero verso l'imboccatura del porto, mai avvistati dal nemico, ignaro della nostra presenza. Val la pena di ricordare i nomi di quegli uomini: il tenente di Vascello Luigi Durand de la Penne, il capitano del Genio Navale Antonino Marceglia, il capitano delle Armi navali Vincenzo Martellotta, i sottufficiali palombari Marino e Bianchi, il sottocapo Schergat, tutti addestrati alla segreta e mitica scuola che la Regia Marina aveva installato alle foci del fiume Serchio.
Riusciti fortunosamente ad entrare nel porto grazie all'apertura delle ostruzioni retali dovuta al rientro di alcuni cacciatorpediniere inglesi, nella cui scia si infilarono, i nostri equipaggi ebbero storie diverse ma tutte affascinanti ed eroiche. De la Penne e Marino si diressero verso la “Queen Elizabeth”. Ancora distanti dall'obiettivo, Marino si sentì male (le apparecchiature dell'epoca erano rudimentali e gli operatori respiravano una miscela a forte tasso di ossigeno) e dovette risalire in superficie, salendo su una boa. De la Penne non desistette  e da solo trascinò il siluro camminando sul fondo melmoso del porto, con un dispendio eccezionale di energie, con la tuta strappata, l'acqua gelida sul corpo, ma riuscì nell'impresa di depositare da solo la testa esplosiva del siluro proprio sotto la chiglia della corazzata britannica. Marceglia e Schergat compiono l'impresa in modo  brillante,  come se avessero seguito senza alcuna difficoltà le istruzioni di un manuale. Si portano sotto la corazzata “Valiant”, agganciano la testa esplosiva del loro siluro alla carena e quindi si allontanano a nuoto, prendendo terra all'interno del porto. Martellotta e Bianchi compiono ugualmente la loro missione con successo. Arrivati in prossimità del molo, ove solitamente era ormeggiata una portaerei, scoprono che al suo posto vi è una petroliera con affiancato un cacciatorpediniere. Decidono di non cercare altri bersagli, per mancanza di tempo e perchè la nafta della petroliera, spargendosi in acqua, avrebbe potuto appiccare il fuoco alle altre navi ed ai materiali del porto. L'azione fu condotta in modo esemplare da tutti i nostri operatori; ore ed ore di permanenza in acqua gelida, di strisciamenti sul fondo, risalite nella buia notte, fatica disumana, ingollamento d'acqua salata e putrida per non fare bolle in superficie che rivelassero alle sentinelle inglesi la presenza degli  italiani.
Alle 06.00, quasi contemporaneamente, le tre navi inglesi saltano in aria, creando uno scompiglio enorme, incendi, panico e danni rilevantissimi. Curiosa la sorte dei nostri. De la Penne, dopo avere sistemato la carica sotto la sua preda, risale in superficie, raggiunge il suo palombaro sulla boa ma vengono entrambi scoperti e portati a bordo proprio della “Queen Elizabeth”. Interrogati a lungo, non rivelano nulla della ragione della  loro presenza all'interno del porto e della missione e sono rinchiusi nella cala delle catene della nave, corrispondente alla verticale sopra la carica da loro posta sul fondo. Poco prima dell'orario inserito sulla spoletta di scoppio, Durand de la Penne chiede di vedere il comandante della nave inglese e gli consiglia di ordinare a suoi uomini di abbandonare la nave perché di lì a poco sarebbe saltata. E' ricondotto nella cala mentre ode gli ufficiali ordinare di ispezionare la carena. Poco dopo, a scoppio avvenuto, ferito e stordito insieme a Marino, guadagna la coperta della nave ormai sbandata e prossima all'affondamento, fra due ali di marinai ed ufficiali che gli rendevano il saluto militare, come cavalleresco riconoscimento ad un eroe. Marceglia e Schergat riuscirono ad uscire dal porto spacciandosi per ufficiali francesi ma furono catturati dopo alcuni giorni mentre tentavano di acquistare biglietti ferroviari con le monete di cui erano stati forniti ma che risultarono però fuori corso. Martellotta e Bianchi, liberatisi delle tute e presa la via dell'uscita, non riuscirono nell'intento di ingannare le sentinelle inglesi e furono catturati.
Sei soli ma audacissimi italiani provocarono agli inglesi più danni di un'intera squadra navale in battaglia. Infatti, le due corazzate nemiche subirono danni così ingenti da non poter essere più impiegate nel corso della guerra contro l'Italia e Rommel potrà di lì a poco riprendere l'offensiva che ci porterà fino alle fatidiche dune di El Alamein. L'ammiraglio inglese A.B. Cunningham, Comandante in capo della flotta del Mediterraneo, per la prima ed unica volta nella sua lunga vita scrisse in un rapporto una frase con un aggettivo superlativo che mai più avrebbe usato per nessun'altra azione e per nessun altro avversario: scrisse che si trattò di un'azione “very, very courageous”: il che vale, per tutti  noi marinai italiani, quanto le sei medaglie d'oro che, al rientro dalla prigionia, furono appuntate sulle divise di quei sei splendidi eroi del nostro tempo. 

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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