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La Squadra Mobile: l'occhio della “civetta”


“Terrore e sangue a Cattabrighe. Commerciante rapito, rapinato e picchiato all'uscita di una banca”. Questo era il titolo di uno dei tanti episodi di cronaca nera, apparso su un giornale locale l'11 novembre scorso, facendo scuotere ancora una volta la testa ai cittadini davanti alle locandine delle edicole. Il fatto curioso è che non era vero niente: il commerciante si era malmenato da solo (prognosi di dieci giorni) e poi aveva chiesto aiuto, per mettersi in tasca senza problemi i 53 mila euro che avrebbe dovuto consegnare a qualcun altro. Poche ore dopo la stampa del giornale, era già detenuto a Villa Fastiggi per truffa, calunnia e simulazione di reato; recuperata anche l'intera somma, cosa non troppo comune in questi casi. Come se non bastasse la criminalità ordinaria (rimpinguata dalle scarcerazioni facili, dalle prescrizioni e dal recente indulto), adesso ci si mettono anche i simulatori a complicare la vita della polizia di Stato, impegnata ogni giorno sul fronte della sicurezza dei cittadini. Purtroppo la grande maggioranza dei reati sono veri, e non simulati: anche se da queste parti il fenomeno sembra ancora sotto controllo, anche grazie a un tessuto sociale ed economico più sano e al carattere della popolazione. Comunque novembre è stato un mese nero per la delinquenza nostrana o di importazione: tre giovani spacciatori di droga sono stati  arrestati a Cattabrighe, appena tornati da un viaggio in Olanda, dopo essere stati seguiti come ombre dai detective della “squadra mobile” di Pesaro attraverso stazioni, autostrade e aeroporti;  presi dal Commissariato di Fano due Rom slavi, specializzati in furti di rame nei depositi dell'Enel e delle Ferrovie; ancora una fanese, di ritorno dal Brasile, arrestata dalla Finanza all'aeroporto milanese della Malpensa con dieci chili di cocaina nella valigia.
Insomma tempi duri per la criminalità locale o in trasferta, braccata da cinque forze di polizia (polizia di Stato, carabinieri, polizia penitenziaria, guardia di finanza, guardia forestale), cui si aggiungono i vigili urbani e la polizia provinciale. Le probabilità di farla franca sono molto minori, rispetto ai grandi centri metropolitani, grazie a un più agevole controllo del territorio. 

I colleghi di Serpico. Al vertice della Questura di Pesaro e Urbino è stato recentemente assegnato Benedetto Pansini, proveniente da Modena ma con precedenti esperienze di lavoro in piazze “calde”, come Gioia Tauro e Reggio Calabria: negli anni in cui lo Stato ha inferto duri colpi alla “ndrangheta” con la cattura di latitanti e la confisca di beni ai mafiosi. Oggi è il massimo responsabile dell'ordine pubblico della nostra provincia e a lui fanno capo, direttamente o funzionalmente, tutti i servizi della polizia di Stato (che comprendono anche polizia postale, polizia stradale, polizia ferroviaria, polizia di frontiera). Nella sede di Via Giordano Bruno operano la Digos, la polizia amministrativa e sociale, la polizia anticrimine – diretta dal primo dirigente Carlo Caputo – con il servizio 113, le Pantere della “Volante” e la “squadra mobile”: il reparto di élite investigativa che svolge le indagini a caldo su ogni evento delittuoso. Quando si parla di polizia criminale, nell'immaginario collettivo convivono i personaggi di fantasia (ma più veri del vero), come l'ispettore Derrick televisivo o il commissario Montalbano di Andrea Camilleri; accanto a leggendari  personaggi reali come gli italo-americani Serpico (reso immortale dal film di Al Pacino) e Joe Petrosino: assassinato all'inizio del Novecento dalla mafia siciliana.
Il dirigente della “squadra mobile” pesarese è Andrea Massimo Zeloni: 45 anni, un viso da cherubino con gli occhi cerulei, un accenno di barbetta bionda, l'inflessione linguistica della buona borghesia romana. L'ho incontrato per la prima volta l'estate scorsa, dietro una scrivania circondata da grandi piante di marijuana (frutto di un sequestro) che lo tenevano al fresco; ma nelle conferenze stampa indossa il doppiopetto dai bottoni dorati che nasconde un fisico da lottatore di judo leggermente ingrassato. E' nato a Roma, dove si è diplomato al Liceo scientifico ed è entrato giovanissimo nella polizia (dove ha svolto anche il servizio militare) seguendo una misteriosa vocazione per la difesa della legalità. Infatti, come semplice agente, comincia subito a pizzicare i lestofanti che si dedicano al borseggio sugli autobus della capitale; e gli scippatori in motorino, arrestati con entusiasmo anche quando è fuori servizio. Alcune operazioni di questo genere lo segnalano presto all'attenzione dei suoi superiori e comincia a scalare i gradini della carriera: da sovrintendente a ispettore a commissario (nel frattempo si laurea in Legge e ottiene l'abilitazione come criminologo clinico) in diverse sedi italiane: a Genova, a Brescia e infine a Pesaro dove arriva nel 1999. In quegli anni alterna i corsi di formazione ai servizi di ordine pubblico, compresi quelli in trasferta negli stadi di calcio. A Verona viene aggredito dai tifosi durante una scorta (ha ancora i segni di tre punti sul mento) ma arresta 27 romanisti, nonostante la comune passione giallorossa.
Veste quasi sempre in borghese come tutti i componenti della squadra: per mimetizzarsi meglio durante le indagini. Indossa la divisa solo nelle occasioni ufficiali: per esempio la festa di San Michele Arcangelo, proclamato patrono della Polizia da Pio XII nel 1949, in ricordo della vittoria come comandante degli angeli fedeli a Dio nella battaglia contro gli angeli di Satana, descritta nell'Apocalisse di San Giovanni. Il suo grado (parlo di Zeloni) è quello di tenente colonnello, che corrisponde all'attuale qualifica di vice questore aggiunto; mentre un “primo dirigente” equivale a colonnello e un questore può andare da generale di brigata a generale di corpo d'armata, a seconda dell'importanza della sede.

L'ispettore in jeans. L'auto “civetta” scivola silenziosamente, e anonimamente, fra i quartieri della città, con due uomini armati a bordo che osservano attentamente tutto quanto accade intorno. Con mia sorpresa gli occupanti sembrano conoscere tutti, ma in particolare tengono d'occhio alcune vecchie conoscenze del casellario giudiziario e controllano via radio le targhe di alcuni ignari automobilisti. Se si rende necessario intervenire, la pacifica auto innesca rapidamente la sirena e il lampeggiante (provvisoriamente ospitato sui sedili) e si trasforma in una “Pantera” di complemento. Queste ronde fanno parte di un'azione di bonifica del territorio, per smantellare le reti di collegamento e quindi per prosciugare l'acqua in cui nuotano i fuorilegge. Delle tecniche di investigazione fanno parte anche le interviste cognitive e gli interrogatori veri e propri: spesso alla ricerca di piccole contraddizioni che possono essere determinanti per la soluzione di un caso. In qualche modo – mi dice Zeloni – dobbiamo saper parlare anche con i cadaveri: perché, se li si osserva a lungo, i cadaveri parlano, cioè trasmettono innumerevoli segnali che consentono di risalire ai fatti.
Uno degli ispettori (maresciallo capo) della squadra è una specie di anziano hippy di media corporatura, lunghi capelli raccolti a coda di cavallo, occhi di ghiaccio, maglione e jeans scoloriti, muscoli guizzanti: insomma un tipo che non vi farebbe troppo piacere incontrare sotto casa o in una strada buia. In realtà è proprio uno di quelli che i malintenzionati non vedono mai in giro perché se li trovano dietro quando meno se lo aspettano: magari appollaiati sopra un albero, con la pistola sotto l'ascella e le manette nella tasca dei jeans. A questo genere di poliziotti sono affidati infatti i pedinamenti, gli appostamenti le intercettazioni telefoniche, gli arresti. A volte le operazioni sono affidate al viso sorridente di una donna, ma attenzione a non fidarvi troppo delle apparenze: fra loro c'è anche l'ispettore Cristina Armini, specializzata nei reati contro il patrimonio (furti, rapine, truffe) che – fra un sorriso e l'altro – ha assicurato alla giustizia un bel numero di furfanti. Altre donne si alternano al telefono della sala operativa del 113, conciliando l'attività del servizio di emergenza con la funzione dell'assistente sociale o del “telefono amico”. Perché al 113 arrivano chiamate di ogni tipo: dalla segnalazione di rapine in corso, agli scherzi degli imbecilli; dalle truffe ai danni degli anziani (uno dei reati più odiosi, che si ripete sempre con le stesse modalità), alla richiesta di soccorso per un gattino intrappolato sul tetto, alla signora terrorizzata da un possibile black-out elettrico, che telefona quasi ogni notte per farsi rassicurare.

Polizia e cittadini. Dagli incontri degli ultimi anni ho ricavato l'impressione di una polizia più moderna, con funzionari più colti e più preparati, dotati di migliori strumenti tecnologici. Credo che, anche per questo, sia cambiata la percezione psicologica delle forze dell'ordine – in generale – da parte dei cittadini: e non solo per il loro elevato tributo di sangue degli anni di piombo e della guerra alla mafia, fino ai più recenti sussulti del terrorismo. Non sono più i tempi della Celere del dopoguerra con gli sfollagente; o dei moti studenteschi del ‘68, quando i poliziotti erano difesi solo da Pier Paolo Pasolini, e Luca Goldoni raccontò di aver letto sui muri di una università italiana questa stupenda invocazione‑lapsus: “Questurini, figli di puttana, non sparate sui vostri fratelli”.

Alberto Angelucci

Nelle foto:

- Il dirigente della "squadra mobile" di Pesaro, Andrea Zeloni, fotografato l'estate scorsa fra le piante di marijuana sequestrate nel corso di un'azione.

- Da sinistra, gli ispettori Stefano Laccetti e Paolo Badioli, insieme al biologo della polizia Francesco Piancatelli, durante la recente conferenza stampa seguita all'arresto di alcuni spacciatori internazionali di droga.


 
 
 
 
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