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La Stella d'Oro del CONI a Valter Scavolini


Già insignito del cavalierato del lavoro, Valter Scavolini ha appena ricevuto la Stella d'Oro del CONI al merito sportivo, la massima onorificenza del mondo dello sport italiano, a conferma dell'apprezzamento unanime per la sua trentennale attività di dirigente e di sponsor del club cestistico cittadino. Le sue impressioni ed emozioni in questa intervista.

Personaggio carismatico, ma anche disponibile come pochi altri, Valter Scavolini ci riceve nell'atmosfera ovattata del suo studio aziendale. Impeccabile nel completo grigio, il sorriso affabile un tantino triste, la compostezza dei modi che sa davvero d'altri tempi, oggi che imperversa l'impatto mediatico delle personalità sempre ostentatamente sopra le righe.
Come ci si sente nell'Olimpo dello sport nazionale?
“Francamente, è stata una grande emozione per me ricevere la Stella d'Oro del CONI, la stessa emozione e lo stesso orgoglio che provai quando fui nominato Cavaliere del Lavoro. Forse anche maggiore, perché non me l'aspettavo davvero. Questo è un riconoscimento riservato in genere ai grandi atleti, ai campioni olimpionici, europei e mondiali. Più difficile vederlo assegnare ad un dirigente. Bellissimo così...”.
Immancabile allora il flash-back sulla sua vita di dirigente, sponsor e presidente della massima Società cestistica cittadina, quella Scavolini Basket che ha reso noto in tutta Europa e persino negli Stati Uniti il nome di Pesaro. Nel 1991, quando il New York Times  citò “quella cittadina italiana a duecento miglia a sud di Venezia” (la cui squadra di basket per poco non metteva sotto i leggendari Knicks newyorkesi), avemmo la precisa cognizione di quanto abbia giovato all'immagine ed alla notorietà di Pesaro anche la maglia biancorossa della sua Scavolini Basket.
“Della mia lunga esperienza come dirigente sportivo conservo ricordi vivissimi e sensazioni irripetibili. La nostra famiglia entrò nel mondo del basket senza particolari ambizioni, almeno all'inizio, per “dare una mano” alla nostra squadra locale ed anche per cercare di avere un ritorno pubblicitario. Erano i primi anni ‘70, e le difficoltà per il basket pesarese erano tante, con la squadra costantemente coinvolta nella lotta per non retrocedere dalla serie “A”. La svolta, in termini di traguardi da raggiungere, la decidemmo dopo i due spareggi per la salvezza affrontati contro Venezia e Mestre. Il secondo, soprattutto, fu davvero drammatico: quando il tiro del mestrino Tom Barker, con la nostra squadra avanti di un punto a tre secondi dalla fine, rimbalzò per tre volte sul ferro prima di finire nelle mani dei nostri. Io ed Eligio Palazzetti ci guardammo in faccia dicendoci: qui bisogna assolutamente fare qualcosa per smetterla di soffrire in questo modo, dobbiamo rimboccarci le maniche! E così, assieme, cominciammo a costruire la squadra che ci portò ai due titoli tricolori...”.
Nacque allora, nella stagione '80 – ‘81, la Scavolini da quartieri alti. Arrivarono così in biancorosso Silvester e Magnifico, e poi Costa, Gracis, Zampolini, lo zoccolo duro della formazione che, dopo alcuni anni di buone performance al vertice, giunse a conquistare il primo scudetto tricolore: guidata da Valerio Bianchini e trascinata in campo dalla coppia Darwin Cook e Darren Daye.
“Indimenticabile il giorno della conquista del primo titolo: eravamo tutti pazzi di gioia, increduli dell'impresa compiuta contro gli invincibili di Milano”, rammenta Valter sorridendo, “Quando Magnifico, puntando il dito su D'Antoni finito a terra, gli disse di rimanersene pure giù, che tanto la partita decisiva era ormai nostra, il vecchio Palas esplose letteralmente d'entusiasmo irrefrenabile. Tutta una città ci si è stretta attorno e si è riconosciuta nella sua squadra di basket, che per la prima volta aveva portato il nome di Pesaro al vertice dello sport italiano”.
Tutta una città, appunto, visto che, nell'occasione, per festeggiare il primo scudetto biancorosso venne imbandita una tavolata da Guinness dei primati, lunga ben tre chilometri e duecento metri, con oltre dodicimila persone sedute a partecipare al banchetto.
“Mi sembra ancora di vedere l'interminabile serpente luminoso di quella tavolata, che si snodava per tutto il lungomare cittadino. Facce sorridenti, entusiaste, di giovani e meno giovani uniti nella comune passione per la nostra squadra. Davvero il ringraziamento migliore per il nostro impegno e per i non pochi sacrifici affrontati”.
Quali i personaggi che ha sentito più vicini in questi ventotto anni di presidenza alla guida del basket pesarese?
“Certamente Valerio Bianchini, il coach del primo scudetto, e i giocatori di quella squadra vincente. Erano per me come persone di famiglia, alle quali mi ha sempre legato un affetto sincero. Oggi, purtroppo, con la legge 91 di svincolo dei giocatori e con la legge Bosman di apertura delle frontiere, il basket italiano ha letteralmente cambiato faccia. Le squadre vengono rivoluzionate ogni anno, addirittura anche nel corso della stagione, non mantengono più gli stessi personaggi carismatici, quelle “bandiere” che iniziavano e terminavano la carriera praticamente sempre con la stessa maglia. E allora anche il rapporto fra Società e giocatori, fra tifoserie ed atleti, è diventato meno stretto, meno affettivo. Più business e meno cuore, più concorrenza e meno attaccamento ai colori. Ma così va il basket di oggi...”.
Quali sono stati i momenti più difficili, i giorni da dimenticare?
“Ovviamente quelli, amarissimi, del fallimento e della retrocessione in serie “B”. L'errore fu quello di cedere la Società, di farne uscire il controllo dall'ambito dell'imprenditoria pesarese. I risultati dell'operazione li abbiamo visti tutti, purtroppo”.
Guardiamo avanti. Quali traguardi si è prefissato di raggiungere con questa squadra per il prossimo futuro?
“Abbiamo conquistato subito la promozione dalla serie “B” alla Legadue, davvero una bella impresa, ardua e impegnativa, resa possibile dal felice connubio col Gruppo Spar di Stefano Vellucci. Adesso il nostro obiettivo è quello di riportare Pesaro nella massima serie nel minor tempo possibile. Ritengo che questo sia già un traguardo ambizioso e comunque non certo facile da raggiungere. Lo so che i nostri tifosi vorrebbero di più, come è naturale per una piazza che ha vinto due scudetti, e che fino a due anni fa disputava a buon livello l'Euroleague. Però io penso che sia indispensabile programmare un passo alla volta, senza far volare troppo la fantasia. Di più, francamente, oggi non posso promettere”.
Prima del commiato, un pensiero al popolo biancorosso, la cui inossidabile passione ha fornito da sempre il necessario sostegno morale e materiale al cammino della Scavolini Basket.
“Vorrei dividere con ciascuno dei nostri magnifici tifosi la soddisfazione e l'orgoglio per la Stella d'Oro del CONI che mi è stata concessa. Perché ritengo che un simile riconoscimento attribuito alla mia persona”, conclude Valter Scavolini, “sia in realtà frutto della passione di un'intera città, merito anche degli sportivi che ci seguono e delle autorità cittadine che non ci hanno mai fatto mancare il loro appoggio. Un grazie di cuore a tutti”.

Alberto Pisani

 


 
 
 
 
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