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Pietro Gai in un ritratto in ceramica del figlio Cesare conservato alla Società Operaia Maschile di Mutuo Soccorso di Pesaro. - Monumento funerario a Vittorina Perticari nella chiesa di S. Egidio a S. Angelo in Lizzola.
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Salendo a S. Angelo in Lizzola s'incontra, all'ingresso del paese, la chiesa di S. Egidio, antico canonicato della famiglia Perticari, dove riposano le ossa di Vittoria Perticari, la Vittorina morta a 23 anni, alla quale il padre Gordiano e i tre fratelli dedicano la seguente iscrizione, che tradotta dal latino, così suona: “Ad onore e memoria della piccola Vittoria Perticari, splendida fanciulla figlia del conte Giulio Leptis Gordiano, di nobile e patrizia famiglia pesarese, e di Maria Ubaldini, fu di costumi soavissimi, onestissimi e di elegante ingegno, esperta nel ricamo e nel suonare la cetra aretina (il fortepiano), la quale praticò con successo sulla scena domestica la commedia, avendo il padre come maestro. Sposata a Giovanni Ricci Bartoloni da Lugo di Romagna, madre di un figlio di cui fu in breve privata, cadde ammalata di tisi e, consunta rapidamente da quella malattia, morì il 17 dicembre 1855, a 23 anni, due mesi e 11 giorni d'età. I fratelli Giulio, Andrea, Giuseppe vollero che si ponesse questo ritratto con iscrizione, conforto al dolore e al rimpianto di lei”. Ebbene questo bel monumento funerario, che ci ricollega all'epoca di Giulio Perticari e di Costanza Monti, zii della fanciulla, nello specifico ci rammenta l'autore, Pietro Gai, lo scultore pesarese che molti conoscono come ceramista e al quale Pesaro ha dedicato una via nel quartiere di Pantano. Ma chi era Pietro Gai? Anche nel suo caso è una lapide funeraria che tutt'oggi fa mostra di sé tra le lapidi (peraltro bisognose di un restauro perché storia della città!) sul muro destro della chiesa di S. Decenzio, al cimitero di Pesaro: “Luogo di requie a Pietro Gai che incisore, scultore, modellatore e nell'arte ceramica valente, padre amoroso, cittadino onorato, uno dei promotori della Società operaia, primo fra i presidenti della medesima, volò al bacio di Dio li 4 febbraio 1866, d'anni 57. Dalle lacrime della consorte, dei quattro figli, dei parenti e degli amici, fu qui accompagnata la sua spoglia mortale”. Questo è il ricordo principale che il Gai lasciò ai posteri, non avendo lasciato altro di scritto. Per fortuna scrisse per lui Ferdinando Spadoni, insegnante di disegno ed ornato presso la locale Scuola d'Arte e di lui caro amico. Un suo manoscritto, conservato alla Biblioteca Oliveriana, fa luce sulla poliedrica attività del Gai, le cui ceramiche sono esposte al Museo Civico e le cui sculture sono sparse in varie località delle Marche. Entrato giovanissimo nella ditta di maioliche “Benucci e Latti”, fu preso a ben volere dal Latti che lo mandò, a spese della ditta, a studiare disegno e scultura a Roma, probabilmente alla scuola dello scultore Tenerani, e in seguito a Faenza, per imparare l'arte dell'incidere sul rame e sull'acciaio, dal noto ceramista e incisore Angelo Marabini. Il giovane divenne abilissimo nel modellare e nello scolpire figure od ornato, oltre che nel disegno e nelle incisioni. Introdusse così nella fabbrica pesarese sia l'oggettistica di ceramica, sia la terraglia decorata con vignette a decalcomania. Intanto nel 1834 Pietro Latti morì e il Gai prese il suo posto nella direzione della ditta. Il grande sogno del Gai era però quello di riscoprire il lustro metallico usato da Mastro Giorgio e da Giacomo Lanfranco. Iniziati nel 1830 i primi tentativi, sulla scia delle esperienze del Latti, soltanto nel 1848 la fortuna gli arrideva permettendogli la realizzazione di vernici a lustro simili alle antiche con le quali fece la fortuna della ditta. Dopo l'annessione delle Marche al Regno d'Italia, nel settembre 1860, la ceramica pesarese riprese vigore e nel 1861, all'Esposizione Nazionale di Belle Arti di Firenze, la “Benucci e Latti” inviò una grande varietà di maioliche, di terraglie e di lavori con vernici d'oro e d'argento. Spadoni scrive che "la fabbrica veniva premiata con medaglia del merito e il Giurì dichiarava il Gaj primo in Italia nello scoprimento ed applicazione di dette due vernici". Le vernici metalliche bronzate, dorate o argentate, erano utilizzate in particolare per piccoli oggetti di uso in terracotta, come scaldini, calamai, fioriere, tazzine da caffè. Nel 1862 Gai fu inviato all'Esposizione Internazionale di Londra a spese della Provincia e del Governo. Durante il soggiorno inglese il Gai esibì le sue doti di abile modellatore e fu più volte invitato a stabilirsi in Inghilterra, ma non vi restò "per amore a Pesaro". Vendette però a Josiah Wedgwood, proprietario della grande e celebre fabbrica "Nuova Etruria", la sua ricetta delle vernici ad iride. Nel 1863 all'Esposizione Internazionale di Vienna la Nuova Etruria poté presentare prodotti smaltati ad iride, ma in realtà, dopo l'anticipo delle venti sterline, Gai non ottenne altro e la Wedgwood rescisse il contratto nel 1864, perché gli inglesi non riuscirono mai ad ottenere dei lustri soddisfacenti, a causa delle più alte temperature dei loro forni. Tornato in patria, forse desistendo dal proposito di stabilirsi in Inghilterra perché preoccupato per la salute dei suoi, minacciata dal colera scoppiato a Pesaro, Gai morì prematuramente il 4 febbraio 1866 a soli 60 anni. Il figlio Cesare (1846-1934), pittore e ceramista, ne fu degno successore all'interno della fabbrica. Il manoscritto di Spadoni aggiunge interessanti notizie sull'opera del Gai nel campo della statuaria minore, un genere che per ragioni di costo era per lo più affidata a plasticatori e stuccatori, i quali usavano i ben più economici gesso e stucco, invece del marmo, costoso e difficile da lavorare. Le richieste principali erano i monumenti funebri, in particolare quelli protetti dalle intemperie, all'interno delle chiese. Fu così che Gai divenne uno “specialista” in questo campo. Suo è ad esempio il monumento a Elena Trasarti, nella chiesa di S. Giovanni di Pesaro. La giovane sposa morì ventenne, forse di parto o di tisi o di colera. “Il tuo marito Emilio Meli, cui per cinque anni consolasti la vita (la ragazza era già sposa a 15 anni!), qui chiuse lacrimando le tue ossa ed ogni suo conforto”. Emilio Meli (1818-1887) avvocato pesarese, era figlio del dott. Domenico Meli, che fu direttore dell'Ospedale psichiatrico “S. Benedetto” dal 1834 al 1851 e che abitava nel vicino Palazzo Montani Antaldi. Un altro interessante monumento del Gai sta nell'affascinante chiesa scoperchiata fanese di S. Francesco dove, sulla parete destra, appena all'ingresso, si ammira (o meglio si ammirerebbe, visto che la chiesa è chiusa da un cancello) il cenotafio di Maddalena Ferroni, morta quindicenne nel 1849 e figlia dell'architetto Giuseppe Ferroni che, nel 1840, ristrutturò alla moda neoclassica l'interno della chiesa. Il Gai ne fece il ritratto a bassorilievo in un medaglione di scagliola tra due geni alati che, affranti, reggono le faci, le torce che danno luce ai morti. Tra i tanti altri lavori del Gai ricordo il monumento a Teresa Castracane nella cattedrale di Cagli, il monumento ad Angela Ploner nella cattedrale di Senigallia, le statue reggialtare nella chiesa di S. Marco a Jesi, i busti di Crescentini e di Bramante al Teatro Bramante di Urbania. A Pesaro ancora eseguì, assieme ad altri, gli stucchi del Teatro Rossini nella ristrutturazione del 1854, il monumento ai Ricci all'ex conservatorio delle Pupille derelitte (ora ASL, Via Sabbatini), il busto del vescovo Luvini al Seminario e tanti altri lavori ora in parte perduti di cui parleremo in altra occasione. Ma Gai non fu solo un bravo artigiano-artista, fu anche un uomo legato alla famiglia e alla sua città. Il 7 dicembre 1862, assieme ad altri 85 soci, in prevalenza operai, artigiani e pescatori, costituì la Società Operaia Maschile di Mutuo Soccorso di Pesaro con sede provvisoria in Piazza Vittorio Emanuele II, poi, fino ad oggi, in via Cairoli. Di essa fu il primo presidente. Le Società di Mutuo Soccorso, eredi in parte dello spirito caritativo e solidaristico delle Confraternite religiose medievali, furono antesignane delle Mutue e della assistenza sanitaria dello “stato sociale” di oggi, di cui anticiparono vari aspetti. Soci effettivi o onorari della Società operaia pesarese furono grandi concittadini come Mario Paterni, Odoardo Giansanti (Pasqualon), Terenzio Mamiani, Alfredo Faggi, Bruno Lugli, Giuseppe Filippini, Ferruccio Mengaroni, Pietro Mascagni, Riccardo Zandonai, Amilcare Zanella, Beniamino Gigli, Giuseppe Vaccai, Giuseppe Zanucchi. Nel 1864 anche Gioachino Rossini fu nominato socio onorario.
Luciano Baffioni Venturi
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