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Il fumo e la legge

Winston Churchill, scomparso a 91 anni dopo aver fumato almeno 100 mila sigari. La stima si basa su quattro sigari al giorno a partire dal 18° anno di età.

Una recente sentenza della Cassazione ha confermato – per la prima volta in Italia – un risarcimento di 200 mila euro (a carico di un'azienda produttrice di tabacco) alla famiglia di un insegnante morto di cancro nel 1991 dopo aver fumato 20 sigarette al giorno per quarant'anni. La sentenza non fa neanche riferimento alla mancata informazione sui danni da fumo prima del 1990, quando è diventata obbligatoria la pubblicità negativa sui pacchetti. Al cittadino comune sfugge la logica di una decisione che accoglie la richiesta di danni da parte di terzi dopo che una persona per sua scelta – e certamente a conoscenza dei possibili danni alla sua salute – ha deciso di consumare un prodotto in libera vendita, per di più in regime di monopolio da parte dello Stato che incamera cospicui introiti da questa attività. Inoltre non risulta chiaro perché un simile criterio non venga esteso ai fabbricanti di altri prodotti, il cui consumo eccessivo può provocare gravi malattie: ad esempio i superalcolici. Un'altra recente notizia riguarda il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, che ha vietato con un'ordinanza di fumare nei parchi pubblici: affrontando così coraggiosamente uno dei più importanti problemi di quella città…
Sulla sentenza della Cassazione abbiamo chiesto un commento a Silvia Cecchi, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pesaro.

La pronuncia della Cassazione conferma una sentenza della Corte d'appello di Roma del marzo 2005 che aveva riconosciuto il risarcimento del danno per “sofferenza morale” alla famiglia dello scomparso nei confronti dell'ente produttore e distributore di sigarette. Questa decisione si è basata sostanzialmente su due punti. Il primo è la dimostrata sussistenza del nesso causale tra il consumo di sigarette da parte del soggetto e l'insorgenza del tumore ai polmoni: come affermato dalla consulenza tecnica d'ufficio, che ha escluso altre possibili cause della malattia, come ad esempio la “familiarità” o le metastasi derivanti da altre forme tumorali. Il secondo punto richiama l'articolo 2050 del Codice civile: che si riferisce genericamente all'esercizio di “attività pericolose”. Il responsabile di queste attività risponde dei danni arrecati a terzi, salvo che possa provare di aver adottato ogni misura atta ad evitare il danno. Si tratta quindi di una presunzione relativa di responsabilità, salvo prova contraria.
E' interessante però ricordare che un'altra sentenza del Tribunale di Roma (dell'aprile 2005, quindi di poco successiva a quella della Corte d'appello di Roma) ha seguito invece un diverso iter argomentativo, rigettando l'istanza di richiesta di danni in un caso analogo. Infatti, oltre a contestare la possibilità da parte della scienza medica di dimostrare un nesso causale diretto tra consumo di sigarette e insorgenza di un tumore, ha ritenuto che l'attività di vendita del tabacco non possa essere considerata un'attività congenitamente pericolosa: come non è di per sé pericolosa l'attività di chi produce alcol, o dolciumi, o addirittura divani o schermi per i “personal computer”. Infatti anche questi prodotti, in caso di abuso, possono causare rispettivamente malattie epatiche, diabete, obesità o danni alla vista. Di conseguenza e dopo avere escluso l'applicabilità dell'articolo 2050 del Codice civile, il Tribunale di Roma non ha ritenuto applicabile neanche l'articolo 2043 che prevede il risarcimento per qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, salvo dimostrare che il danno non si sarebbe verificato se il danneggiato avesse adottato adeguate misure di prevenzione. Infine ha richiamato l'articolo 1227 dello stesso codice che prevede il cosiddetto principio di autoresponsabilità (concorso del fatto colposo del terzo): il risarcimento non è dovuto per i danni che la vittima avrebbe potuto evitare esercitando l'ordinaria diligenza, dovendosi distinguere la nozione di uso da quella di abuso, quest'ultima ascrivibile al solo consumatore. In tal caso – peraltro – ritengo che occorra riferirsi al principio del “consenso informato” il quale deve presupporre almeno un'esauriente e corretta informazione da parte del soggetto produttore.
Si può dibattere altresì se il fumo (a differenza, ad esempio, dall'alcol) costituisca una pratica pericolosa in sé, e non solo in caso di abuso. Comunque la tendenza giuridica va nella direzione di una rigorosa disciplina di tutte le attività pericolose e della massima tutela della salute: un principio – quest'ultimo – ribadito anche dalla Costituzione italiana. Anche le direttive europee si preoccupano sempre di più della salute dei consumatori e della sicurezza dei prodotti e dell'ambiente, facendo leva soprattutto sull'obbligo di informazione da parte delle imprese operanti sul mercato dei consumi. Non a caso la martellante pubblicità negativa sul pericolo del fumo, e il divieto di fumare nei locali pubblici, hanno fatto diminuire notevolmente il consumo di tabacco, specialmente tra i giovani.
Silvia Cecchi


 
 
 
 
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