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Visti da vicino: la Musica Arabita

Enzo Berardi, mitico Maestro dell’Arabita

Non ho mai udito “voce di clarino più di questa gioiosa e triste e schietta e fiera e cantante, talvolta orgogliosa ed insolente, talvolta un poco pazza. Suona quel che nelle Marche si chiama una “musica rabbita” o arrabbiata ed a me sembra che “rabbita” stia per improvvisata, per frutto di umore e di estro. E' antico costume popolare marchigiano, di associarsi in allegre compagnie di suonatori e ballerini e di andare in giro per le Marche, quando non per l'Italia e fuori d'Italia suonando, cantando e ballando”.
Con queste parole nel 1954, più di cinquant'anni or sono, Curzio Malaparte nella rubrica “Battibecco” che aveva allora su “l'Europeo”, provava a descrivere l'incontro con “un giovane aitante, dal viso ardito”, un suonatore di clarino Giulio Marini, macellaio in Fano al n. 6 di via Adolfo Apolloni. Marini si trovava allora con una comitiva alla “Trattoria del Porto” di Porto Corsini e la comitiva, uomini e donne (in gran parte donne di una certa età) sprizzavano un'allegria assolutamente coinvolgente e Malaparte commentò: “Questi marchigiani sono allegri ma con garbo, sono pazzi ma con misura. Le donne, per difetto di uomini, ballano fra loro, le magre con le magre, le grasse con le grasse, e quelle grasse sono enormi, scuotono il seno, il ventre, la groppa, sembrano cavalle in amore”. Lo scrittore viene riconosciuto ed in suo onore Marini suona “Minestrone marchigiano”: “miscugli di frammenti di vecchie canzoni italiane conditi con l'olio, anzi col lardo, della più matta allegria”. Conclude Curzio Malaparte: “Ed io, guardando quella piacevole gente, quei visi onesti accesi dal vino, dal sole, dal ballo, quelle donne enormi, quelle esili ragazze, quegli omaccioni dagli occhi fondi e dalle mani crude, penso che questo è il popolo italiano, vivo, leale, allegro, bonario, e che la lotta politica in Italia, per andare d'accordo con il carattere del nostro popolo dovrebbe essere aperta, cordiale, umana, cortese, non quella specie di truce rissa che è diventata; e se proprio ha da essere una politica da arrabbiati, sia almeno una politica rabbita, come la musica di questa allegra comitiva marchigiana, nata da un estro antico e libero, da un umore (e da un amore) lieto e leale”.
Ci voleva un “maledetto toscano” come Malaparte per capire al volo, ad un primo fugace incontro, quale energia vitale si nasconda dietro la “Musica Arabita”: questo singolare complesso fanese nato nel lontano 1923 da un gruppo di artigiani di sincera fede democratica, se non rivoluzionaria, fanatici dell'opera lirica e stanchi di essere considerati dai nobili e dalla borghesia provinciale dei filistei della cultura musicale. All'ennesima provocazione snobistica: “Gliela facciamo vedere noi, dissero come un sol uomo i barbieri, gli arrotini, i facchini, i calzolai, i camerieri, i falegnami ed i fabbri ferrai; o meglio "gliela facciamo sentire noi”. Fu così che nacque la Musica Arabita, il singolare complesso in cui i bandisti suonano gli strumenti del proprio lavoro traendone dei suoi incomparabili, simili a quelli dei futuristi quando provarono a suonare in teatro i loro “intonarumori” dando vita a delle risse memorabili. Alla faccia dei nobili però la Musica Arabita suonava davvero e dovunque andasse in giro per l'Europa si trascinava dietro le folle. Furono anni di successi incredibili. Guido Piovene nel suo “Viaggio in Italia” scrisse che: “Fano si vanta di avere inventato il jazz con certi suoi concerti di musica sincopata in cui strumenti sono pentole”. E scusate se è poco. Aveva ragione lui, ho assistito una volta nella fredda Zurigo ad un fatto che credevo fosse possibile solo nelle favole. Era domenica, nessuno in strada, la Musica Arabita cominciò a suonare sfilando, si aprirono le finestre, poi le porte, non avevano mai sentito una simile baronda, la gente scese in strada e cominciò a seguirci: non sapeva perché e neppure dove li avremmo condotti. Ma ci seguivano, come i bambini di Hamelin il pifferaio, ed il tendone da circo predisposto per noi si riempì di bambini, mamme, ragazzi ed adulti e fu un trionfo. Ricordo poi un altro fatto. Ho già detto che la Musica Arabita ha passato gli ottant'anni ma una domenica di carnevale ho assistito ad un miracolo. Durante la sfilata dei carri, ho visto quegli ottantenni ballare, cantare e suonare senza sosta per ore ed ore. La gente intorno applaudiva, cantava, ballava ed il carro su cui si esibivano ballava insieme a loro piegandosi ed inarcandosi come un puledro.
Fano è come la sua Musica Arabita, la Musica Arabita come il Carnevale, il Carnevale come la vita stessa. Chi non è di Fano non può capirlo. Malaparte ha scritto: “Sono nato a Prato e se non fossi nato a Prato non vorrei esser mai nato”. Per un fanese trovare una simile rima è impossibile ma il pensiero è lo stesso.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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