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Un fanese nella Grande Guerra

Il film colossal di Roberto Faenza, I Viceré, tratto dal romanzo del catanese Federico De Roberto (1861-1927) ha rilanciato l'interesse per uno scrittore per molto tempo trascurato dai nostri critici letterari e diventato noto al pubblico dei lettori soltanto dopo che uscì nel 1958 Il Gattopardo, di Giovanni Tomasi di Lampedusa con analoga ambientazione storica e comunanza di idee sul passaggio da un'Italia soggetta al triplice dominio borbonico-austriaco-pontificio ad un'Italia unita, indipendente e libera nelle istituzioni e leggi liberal-democratiche.
Questo evento cinematografico ha riportato alla mia memoria un racconto di De Roberto, La paura, del 1927 (ora ripubblicato a cura di Giuseppe Traina dall'editore Avagliano, 2004), in cui si trova un personaggio che, insieme con altri, si esprime in dialetto e specificamente nel dialetto fanese. Il suo cognome è Ricci, il luogo in cui opera è sul fronte trentino della guerra '15-'18, i suoi compagni soldati come lui, che usano anche nei rapporti con l'ufficiale comandante del reparto militare i loro dialetti d'origine, esternando – come ha detto lo scrittore Andrea Camilleri – “tutti i sentimenti, sensazioni, reazioni”. Quel reparto operava in una trincea scavata in luogo scoperto verso il nemico austriaco e per nulla difeso, e doveva affrontare, secondo turni stabiliti dal comandante, il pericolosissimo compito di controllare i movimenti delle formazioni boeme e ungheresi. Si trattava di percorrere carponi una cinquantina di metri per raggiungere dalla trincea un'altura dove esisteva una piazzola da cui stare in vedetta. “La paura” era di tutti quei soldati, per lo più lombardi o veneti o napoletani, ma gli ordini erano ordini ai quali non si poteva non obbedire. I primi cinque, uno alla volta, erano morti colpiti da un cecchino di cui ogni ta-pum era un'uccisione sicura. Dopo quei primi cinque (due lombardi, un napoletano, un veneto e un umbro) toccò per turno al sesto: “un marchigiano biondo e pallido – come scrive De Roberto – dagli occhi chiari lucenti”. Il marchigiano era il Ricci, il quale al siciliano Gulissia  che gli comunicava la chiamata di u tinenti, rispondeva: “N'è vera niente, Gulissia. Mi chiama la morte”. Un po' di dialetto e un po' di italiano, ma al suo vicino commilitone imprecante per quella carneficina con un Sangue de Dio, Ricci disse: “En bestemmià”.
Il comandante gli faceva coraggio, assicurandogli l'intervento della nostra artiglieria da lui richiesto per coprire le destinate vedette dai colpi del cecchino. L'artiglieria però tardava a far arrivare i suoi proiettili, e il marchigiano molto credente si rivolse così al tenente: “Mostra che c'è temp... Se lei cred, vorrìa parlà al Caplan... S'aveva temp, me vleva confessà”. Il cappellano non c'era e allora aggiunse: “Quest ma chi èn letter de casa mia... C'en anca quatter strasc in una gluppa; si lei vlet mandai al sindac del me paes, quand che j arriverà la notissia”. Consegnò poi all'amico Dominici i suoi abiti borghesi dicendogli: “I pagn' i lasc' ma chi... I racmand ma te”. Al nostro Ricci la morte serenamente presagita arrivò presto.
Non c'è dubbio: il dialetto di Ricci è quello di Fano o di un paese del retroterra fanese della bassa valle del Metauro nella parte che si estende oltre la sponda sinistra del fiume, perché al di là della sponda destra – Mondolfo, San Costanzo, Piagge ecc. – si parlava e si parla un dialetto molto meno “romagnolo” di quello di Fano e di Pesaro. Qualche diversità nella grafìa o nell'impiego di alcune vocali (vorrìa anziché vrìa; me paes al posto di mi paes) è da imputare ad una conoscenza incompleta da parte di De Roberto del vernacolo in uso in un'area molto ristretta rispetto a quella delle grandi regioni settentrionali o meridionali molto famigliari ad uno scrittore nato a Napoli, vissuto per molti anni a Milano e per alcuni periodi in toscana e a Roma, e sistematosi poi definitivamente a Catania, ove ebbe amico e Maestro Giovanni Verga il caposcuola del verismo italiano. Cultore del multilinguismo dialettale italiano, De Roberto prendeva appunti nei luoghi da lui frequentati. Il dialetto di un marchigiano-romagnolo, il Ricci de La paura lo ha sentito in tempo di guerra, ma poi non più tenuto in memoria con la precisione dedicata al lombardo, al veneto, al romanesco, al napoletano e naturalmente al siciliano. Il racconto è del 1927, ossia di dieci anni dopo quel conflitto mondiale, che egli aveva sempre condannato persino esprimendo il suo anti-interventismo italiano con le stesse famose parole – “inutile strage” – usate da Papa Benedetto XV per condannare la Prima guerra mondiale.
Comunque i ma chi, la gluppa, la notissia (con le due esse al posto della zeta), èn letter de casa mia, c'en anca, sono tutti del dialetto fanese, come fanesissimo è il Mostra che. Oggi non si sente più, ma allora era un modo di dire corrente nel significato di “ciò dimostra che...” o “questo vuol dire che...”. Io da ragazzo lo sentivo dire spesso da mia nonna Terzilla, nata nel 1861. Come Federico De Roberto.

Antonio Glauco Casanova


 
 
 
 
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