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Febbraio 2000 / Lettere e Arti
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Celebrato Terenzio Mamiani nel bicentenario della nascita

Forse, se avesse potuto esserci il conte Terenzio Mamiani della Rovere, martedì 25 gennaio, in quella sala di Palazzo Antaldi gremita di persone che, sia pure con lieve ritardo, celebravano il bicentenario della nascita (settembre 1799), non avrebbe saputo nascondere un misto di compiacimento e di commozione. Sentimenti questi davvero provati quando, dopo più di 15 anni, grazie all'intervento di Carlo Alberto, riuscì a tornare in Italia. Da Genova, dove era sbarcato, così scriveva al fratello Giuseppe: "Sto bene. Non so se io debba sì bel miracolo all'aria serena e al clima temperatissimo o piuttosto alle accoglienze e carezze infinite, che qui mi hanno fatto questo ottimi genovesi".

Del resto, nel lungo periodo dell'esilio, il pensiero dell'Italia non lo aveva mai abbandonato. A Marsiglia, dove si era inizialmente fermato e dove conobbe il Mazzini, da cui riprese l'idea dell'educazione e della diffusione della cultura; a Parigi dove (malgrado il sostegno economico del fratello) visse miseramente, aiutandosi con l'insegnamento privato di filosofia. Fu in questa città che conobbe e diventò amico dei molti italiani che condividevano la sua amara sorte (tra i tanti, Donizetti, Paganini, Bellini); fu sempre a Parigi che fondò con il napoletano Pier Silvestro Leopardi un "Comitato di Propaganda" basato sulla sua concezione di diffusione della cultura. La nostalgia dell'Italia, pur intensa, non riuscì però a spingerlo al compromesso. Quando infatti avrebbe potuto come tanti ottenere il perdono concesso ai condannati politici da Pio IX (il Papa "liberale"), rifiutò di sottoscrivere una confessione di colpe, dando prova di coerenza e dignità.

Così scriveva a riguardo alla contessa Masino di Mombello "Voglio tornare sì, in patria ma solo con onore". Ed è su quest'aspetto dell'uomo (il sentimento patriottico, la fierezza, la pulizia morale) che si è focalizzato l'intervento di Antonio Brancati, dopo i discorsi introduttivi di Leonardo Luchetti, vice-presidente della Fondazione Cassa di Risparmio che, assieme al Comune e alla Provincia, ha sostenuto l'iniziativa promossa dal Liceo "Terenzio Mamiani" di Pesaro; di Giorgio Paolucci, presidente del Consiglio d'Istituto; di Antonio Nanni e Antonio Di Fazio, presidi, rispettivamente, del Liceo "Mamiani" di Pesaro e di quello di Roma che hanno ufficializzato il gemellaggio avvenuto.

Brancati, direttore della Biblioteca e dei Musei Oliveriani, ripercorrendo idealmente il periodo risorgimentale, ha messo in luce l'attiva partecipazione del nostro conte ai Moti che, nel 1830-31, toccarono anche la nostra città. In tale occasione scelto prima come deputato di Pesaro presso il "Governo delle Province unite italiane" (questo, con sede a Bologna, aveva un suo esercito comandato dal generale Zucchi) fu eletto poi, il 4 marzo 1831, Ministro dell'Interno nella Costituzione, sempre a Bologna, del governo rivoluzionario. Da parte sua Adelelmo Campana, ex ispettore e docente del Liceo classico cittadino, ha fatto riferimento alla produzione letteraria di Terenzio Mamiani, soffermandosi in particolare sui brani selezionati. "Al di là, comunque, di qualsiasi giudizio di merito su di un'opera – ha concluso il relatore – è importante che essa riesca, in qualche modo, a trasmettere". Obiettivo in questo caso raggiunto se la pronipote di Terenzio, Ida Mamiani della Rovere, presente in sala con le autorità cittadine, ha dichiarato a Grazia Della Valle (che ha contribuito all'organizzazione della manifestazione) di aver veramente capito, per la prima volta, il suo famoso antenato; complimentandosi, inoltre, per la bravura dei sedici giovani lettori.

E in effetti i ragazzi dei tre indirizzi del Liceo (classico, linguistico, psico-pedagogico) grazie a Lucia Ferrati che li ha guidati con impegno, passione e professionalità sono riusciti a dare il meglio di sé. L'alternarsi dei timbri vocali, il sottofondo delle musiche atte a sottolineare ed esaltare la sensibilità e la capacità interpretativa hanno fatto il resto, riuscendo ad attrarre l'attenzione di un pubblico presente in sala da più di due ore. Per 45 minuti si è respirata davvero un'aria ottocentesca e i giovani gitanti sul colle del San Bartolo vicino alla villa del Giordani, la pazzerella che aspetta, invano, il risveglio dell'amore "che dorme", la moribonda che ritrova nel confessore il figlio abbandonato in fasce, Aristarco e i suoi giovani allievi, il coro che invoca Terenzio, il santo guerriero, non sono stati più personaggi ma creature vive.

Ultimo ma a mio avviso non meno importante merito dei ragazzi è stato, al di là dell'intento celebrativo, l'aver offerto ai presenti, con la lettura dell'ultimo brano, uno spunto di riflessione su alcuni valori e sulla necessità di riscoprire un senso di appartenenza, molto spesso appannato. Siano conclusive, a questo punto, le parole dello stesso Terenzio Mamiani: "Dubito più che molto di non aver saputo tradurre bene in atto nessuna di queste alte e laudevoli mie intenzioni. Ma dell'averle tenute vive in pensiere e praticate costantemente e il meglio che per me si poteva credo che appaia chiarissimo. Ogni rimanente è vanità". (L'autore ai lettori di "Poesie di T. Mamiani, 1857, Firenze, Felice Le Monnier).

Evelina Borrelli


 
 
 
 
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