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Quel giorno a Pesaro nord
Santa Maria delle Fabbrecce 1967: massacro sfiorato sull’Adriatica

Il problema, da anni, è di realizzare una tangenziale all'A14, ovvero un nuovo tratto della Strada Statale 16 Adriatica che eviti l'attraversamento della città e soprattutto il continuo intasamento del traffico in quell'ignobile "imbuto" nel quale la 423 Urbinate si innesta all'Adriatica. Come si può concepire e tollerare una simile situazione? E in quale altra parte d'Italia può esistere un innesto di strade statali come questo di Santa Maria delle Fabbrecce? Non vale la pena di ricordare gli innumerevoli incidenti, scontri e gli spettacolari "fuoristrada" di cui "l'imbuto nazionale" – come lo chiamano automobilisti e camionisti – è stato teatro. Ma ce n'è stato uno, di cui abbiamo un'eloquente documentazione fotografica, che può essere emblematico di questo problema. Accadde il 31 marzo 1967. Eccone la cronaca.

Finimondo e spavento a Santa Maria delle Fabbrecce mentre più di 170 quintali di acciaio sono catapultati da un camion contro le case che fiancheggiano l'Adriatica: l'ingresso di un negozio sfondato da grossi tubi a serpentina lunghi quasi 9 metri, scagliati a raggiera da un lato all'altro della strada; un frastuono da terremoto con accompagnamento di… campane, provocato dal rimbombo dei tubi: nemmeno un contuso tra i numerosi presenti, che stavano per diventare folla per l'imminente uscita dei ragazzi da scuola e l'arrivo degli operai dalle fabbriche. Il caso, che a volte si serve di molto meno per provocare indicibili tragedie, questa volta ha giocato a rovescio: c'era un massacro a portata di mano.

Cronaca. Mancano 10 minuti a mezzogiorno del 31 marzo 1967. L'autoarticolato condotto da Quinto Valli, 57 anni di Castrocaro sbuca dalla curva in leggera discesa nell'abitato di Santa Maria delle Fabbrecce, supera il bivio dell'Adriatica con la 423 Urbinate e, per vincere la pendenza della carreggiata che "porta fuori" sterza leggermente a sinistra.

La pressione del carico (sei mastodontiche serpentine per 171 quintali complessivi) spezza il verricello anteriore: cinque delle sei "serpentine" (diminutivo anomalo) partono come siluri, ognuno dei quali pesa 28 quintali ed è lungo poco meno di 9 metri. Il primo rimbalza sull'asfalto e fila dritto contro l'ingresso di un negozio di calzature, sfonda un muro maestro spesso mezzo metro e piomba all'interno dove la moglie del proprietario, Ida Alessandrini Masini fa in tempo a mettersi in salvo lanciandosi nel retrobottega. Fuori, nel dirompente dilagare degli altri "siluri", panico e distruzione: due biciclette letteralmente attorcigliate come fossero di spago; lo scooter Vespa di Claudio Badioli e il furgoncino di Armando Mariani sono schiacciati e semidistrutti; due paracarri alti un metro, troncati di netto alla base come se fossero di burro. Macerie e detriti dappertutto mentre accorrono decine di persone richiamate dal frastuono e sconvolte dalla devastazione. Ma dopo lo sgomento e l'angoscia, l'incredulità: nessuna conseguenza alle persone, nemmeno un contuso. S'incrociano richiami e grida di sollievo mentre dalla città arrivano i primi segnali di sirena. L'allarme ha mobilitato, giustamente, tutte le forze d'intervento e di soccorso per un presumibile disastro. Mezzi e squadre dei Vigili del Fuoco, autolettighe della Croce Rossa, pattuglie dei Vigili urbani, del Nucleo radiomobile dei Carabinieri, della Polizia. A Santa Maria delle Fabbrecce giungono anche autorità e funzionari di enti pubblici. Un affollamento indescrivibile, esasperato dalla coincidenza con l'ora di punta dei rientri. Per fortuna non ci sono state vittime, né feriti né contusi. Confusione e chiacchiere si stemperano nella constatazione del fatto e dei danni che ne sono derivati. A Pesaro-nord l'Adriatica comincia così. Poi entra nella città…

Miracolo? Ma era stato solo un avvertimento

Si parlò giustamente di "miracolo". Eravamo – è il caso di ripeterlo – nel 1967 con un traffico nemmeno paragonabile a quello di oggi. Ma torniamo a considerarlo. A parte quella differenza di dieci minuti che avrebbe portato su "quella" sede pedonale i ragazzi usciti da scuola, le donne che vanno e vengono per "quei" negozi, operai e impiegati di ritorno dal lavoro, rimaneva incredibile e stupefacente l'incolumità di quanti si erano trovati in quel punto, nel mezzo, ad un palmo ed anche meno dalla micidiale sventagliata di acciaio in uno spazio nemmeno tanto limitato. Tutti gli abitanti che avevano visto schizzare e roteare i tubi davanti alle loro porte e alle loro finestre, erano dominati dagli stessi interrogativi. Per una frazione di secondo o per mezzo metro in meno o in più, non si era verificato qualcosa che faceva rabbrividire al solo pensarlo; qualcosa che generava (e, possiamo dirlo, genera ancora) l'angoscia di ogni giorno.

Bene, era un'occasione da non perdere. Il destino che avrebbe potuto infliggerci un massacro si era limitato a ricordarci che cos'era (cos'è) Santa Maria delle Fabbrecce con l'innesto di due Statali. Parole del giorno dopo: "Commentando giulivi "E' andata bene" non aspettiamo che possa andare bruscamente in altro modo. Case e strade di Santa Maria delle Fabbrecce sono le stesse di 150 anni fa ma le diligenze sono sparite da un pezzo. Adesso passano autoarticolati da 170 e più quintali, si incrociano veicoli sempre più numerosi e ingombranti; sarà sempre peggio e sempre più pericoloso, come pericolosa è l'illusione di poter andare avanti con lo stesso bivio e le stesse case senza far nulla, senza studiare e progettare qualcosa. Prima ripetiamo che "vada" in un altro modo.

Sono parole del giorno dopo, cioè quasi 33 anni fa. E valgono ancor oggi e più di allora. Innumerevoli altri incidenti, anche se non dovuti ad una così inadeguata e assurda situazione viaria, hanno segnato i giorni e le notti, i mesi e le stagioni di Santa Maria delle Fabbrecce. L'unico intervento concreto è stato quello di porre un guard-rail sul limite della sede viabile dell'Adriatica che passa a meno di due metri dalle case. Una protezione più psicologica che reale, ma quanto basta per mettere in pace la coscienza. O no?

pagina a cura di Sauro Brigidi

 

 

 


 
 
 
 
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