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Elogio della tigre

Fa piacere apprendere che anche il grande Trilussa ha parlato della tigre proponendola nelle vesti di una creatura sensibile alle sofferenze e alle tragedie umane, in particolare alla soppressione di un bimbo appena nato ad opera della sua stessa mamma. Prima di Trilussa un altro grande poeta romano, Pietro Metastasio, forse l'autore più rappresentativo e popolare di tutto il Settecento italiano, faceva notare che, in fondo, se paragonate a certi esseri umani, anche le tigri diventano campionesse di virtù:

“Se il caro figlio
vede in periglio
diventa umana
la tigre ircana
e lo difende dal cacciator…”

(Pietro Metastasio “Siroe”)

Metastasio scriveva queste cose in un'epoca in cui, negli ambienti scientifici, le tigri erano note più per la loro ferocia che per il fatto di essere una specie minacciata dall'uomo. Oggi però le parti si sono invertite e le scienze moderne tendono più a rimarcare la crudeltà miope dell'uomo che la pericolosità della tigre e le insidie presenti nella giungla. Se l'Ircania (corrispondente all'odierno Mazanderan, la provincia dell'Iran affacciata sulla sponda sudorientale del Mar Caspio…) di Metastasio è rimasta senza tigri e se il numero degli esemplari allo stato selvatico è sceso, in meno di un secolo, da oltre centomila a meno di seimila unità, la colpa non è stata dell'incremento della popolazione dell'Asia, contro la quale si sono scatenate le politiche antidemografiche più sanguinarie, ma dell'incremento delle ambizioni delle cosiddette “tigri economiche”, ossia di quelle grandi concentrazioni di potere, denaro, affarismo che pretendono di governare i destini degli asiatici e del mondo intero a colpi di speculazioni finanziarie, guerre, saccheggi degli ambienti naturali e manipolazione delle informazioni e dei grandi mezzi di comunicazione. Come ha scritto l'inglese Michael Day nel libro Fight for the tiger sono gli uomini che cavalcano queste tigri economiche ad alimentare la caccia di frodo, pagando migliaia di dollari a sinistri intermediari per concedersi il lusso della pelle di tigre come tappeto, per avere la testa di tigre come trofeo da appendere alla parete, per poter gustare il vino d'osso di tigre, la zuppa al pene di tigre, il tigrotto al forno e per fruire di tantissime altre sciocchezze che, tra le altre conseguenze negative, hanno avuto quella di favorire l'attività di un imponente esercito di truffatori e di consolidare il già pingue mercato dei falsi afrodisiaci, dei falsi corroboranti, dei falsi medicinali. Anche i Paesi non asiatici, quelli dove la cosiddetta “medicina tradizionale cinese” non è particolarmente diffusa e dove le tigri non solo non sono mai state presenti allo stato naturale, ma non sono nemmeno riuscite ad esercitare un impatto forte, a differenza di altri animali, sul costume, sull'arte, sulla religione, hanno grosse responsabilità. In Italia, ad esempio, le tigri portate dai contrabbandieri hanno fatto salire il numero degli esemplari tenuti in cattività a livelli decisamente superiori a quelli registrati in tante regioni dell'Asia: questi animali, privati della possibilità di una vita normale e spinti dall'uomo a cimentarsi in imprese assurde e assolutamente contro natura, diventano, non di rado, involontari protagonisti di tragedie evitabilissime, come quella consumatasi nella grande villa degli Orfei a San Donà di Piave lo scorso ottobre (il domatore olandese Gaston Bosman è morto dissanguato per le ferite riportate mentre tentava di domare una giovane tigre di “proprietà” degli Orfei…). Le istituzioni pubbliche e private non fanno gran che per inculcare il concetto che le specie selvatiche a rischio di estinzione valgono più da vive che da morte e le tigri sono assai più belle da vedere in libertà, nel loro ambiente naturale che è l'Asia, che come attrazione negli zoo-safari o addirittura come animali da compagnia.

Francesco Rondina


 
 
 
 
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