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Febbraio 2001 / Lettere e Arti
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Il libro dei fessi

Umberto Vitiello è anche autore del libro “Il sale di Napoli”: la filosofia partenopea attraverso i suoi proverbi e modi di dire (editore Mursia).

“Il principino, Maestà, è intelligente e studia con profitto” - lo informava ogni fine settimana il precettore con voce monotona e cantilenante come quando si recita per abitudine un'orazione imparata a memoria. Ma a Ferdinando Secondo non bastava certo questa frase ormai rituale per modificare il concetto che s'era fatto di suo figlio. “Franceschiello studia e impara, ma in quanto a furbizia non cresce” - continuava a pensare. Giovane e di bell'aspetto, il principe ereditario era spesso taciturno e malinconico, quasi presagisse il proprio futuro di ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie. Ed era forse questo comportamento tanto diverso dal suo che glielo faceva apparire privo di intuito e di scaltrezza. “Quando verrà il momento come credi di poter prendere il mio posto e governare questo popolo se non ne capisci nemmeno il linguaggio?” - gli chiese un giorno. E Franceschiello, anche se timidamente, osò affermare di conoscere la lingua di Napoli alla perfezione, sia quella scritta che quella orale. “Ma, figlio mio benedetto, tu parli come un libro stampato e mi fai capire che ancora non ti sei reso conto che il napoletano, quello più autentico e sottile, non è fatto di parole che si scrivono o si esprimono a voce, ma di gesti e ammiccamenti che solo chi conosce l'anima e il carattere del nostro popolo può capire fino in fondo”. “Napoli è la mia città” - rispose con un pizzico di orgoglio il principe - “e non credo che possiate tacciarmi di presunzione se affermo di conoscerne storia, cultura, tradizione e perfino il linguaggio fatto, come dite voi, di gesti e ammiccamenti”. “No! Tu di ammiccamenti non capisci niente” - fece il re irritato, - “perché proprio questa mattina, in questo stesso studio, quando è entrato l'ambasciatore di Francia e io t'ho fatto cenno di ritirarti, tu cosa hai fatto?... Hai continuato a startene lì impalato... Allora, dico io, o sei un impertinente e vuoi già intrometterti in affari di Stato che ancora non ti competono. E questo non lo posso credere. Oppure non hai afferrato quello che ti ho detto e ripetuto non una ma dieci volte con gli occhi”. Franceschiello si giustificò dicendo che s'era trattato di semplice distrazione e il re lo perdonò, imponendogli però di restare con lui per tutto il pomeriggio. “Vediamo se sai davvero comportarti da principe ereditario!” - gli intimò dopo aver fatto convocare d'urgenza il primo ministro e quello della guerra. Non passò un quarto d'ora che arrivò trafilato prima quest'ultimo, che si inchinò verso il sovrano e verso il principe, batté i tacchi e si irrigidì sull'attenti tutto impettito, in attesa di ordini. Poco dopo entrò nello studio del re anche il capo del governo che, salutando cerimoniosamente, lanciò uno sguardo furtivo al ministro della guerra. E il ministro, pur restando sull'attenti, allargò leggermente le braccia e alzò gli occhi verso il soffitto. Ferdinando Secondo con un cenno della mano li invitò a sedere, si schiarì la voce e li informò di averli fatti chiamare per incaricarli di preparare entro tre giorni al massimo un rapporto dettagliato e segreto sullo stato dei presìdi militari nelle Calabrie. E quando il capo del governo tentò con parole accorte di sapere le ragioni di una richiesta tanto insolita, il re li congedò entrambi freddamente per rivolgersi subito dopo al figlio. “Hai capito quello che hanno detto tra loro al nostro cospetto?” - gli chiese. “Non hanno fiatato, papà” - rispose il principe senza esitare. “Sì, è vero, non hanno fiatato. Eppure...” - cercò di aiutarlo il re. “Ma se vi dico che non hanno fiatato!” - ribadì il principe. “E no! Ci si può parlare anche senza fiatare. E i napoletani in questo sono ben allenati. Perché, quando le circostanze lo richiedono, al posto delle parole sanno usare quel linguaggio che tu dici di conoscere e che invece non riesci neppure a vedere!” - sbottò il re, ma dopo essersi calmato cambiando tono gli spiegò: “Se non fosse come dico io, avresti capito che il capo del governo appena ha messo piede qua dentro con la smorfia che ha fatto ha chiesto al ministro cos'era successo e il ministro alzando gli occhi al cielo e allargando le braccia anche se in modo quasi impercettibile ha risposto desolato: ‘Lo sa Iddio!‘.... Hai capito ora?”. Franceschiello avrebbe voluto ribattere che anche lui aveva notato quei gesti e ne aveva capito il significato, e se non ne aveva parlato era solo perché la domanda che gli era stata rivolta sembrava riferita a cose meno futili. Preferì invece tacere, rendendo suo malgrado ancora più difficili i rapporti tra lui e suo padre. “Il principino, Maestà, è intelligente e studia con profitto” - cantilenò il precettore convocato dal re il giorno dopo. Ferdinando Secondo sbuffò più volte, puntò poi verso di lui l'indice della mano destra e gli chiese a bruciapelo: “Quando verrà il momento, e io certo spero il più tardi possibile, secondo voi Franceschiello sarà un re migliore o peggiore di me?” Il precettore abbassò gli occhi sgomento. “Perdonate, Maestà,” - disse poi con un tono di voce che tradiva il suo imbarazzo, - “ma non credevo di dover rispondere a una domanda del genere, né oggi né mai”. “Capisco il vostro imbarazzo. E tuttavia sono certo che non vorrete privarmi di una risposta sincera”. “Nessuno imbarazzo, Maestà...” “E allora?” “E allora, secondo me…” “Secondo voi?” “Secondo me il principe ereditario regnerà né meglio né peggio di voi, Maestà” - rispose il precettore, sicuro di aver trovato finalmente le parole giuste. “Se ho ben capito,” - fece il re - “per voi un sovrano vale l'altro”. “Maestà, un suddito che la pensasse diversamente non sarebbe degno di servirvi” - dichiarò. Il re si rese conto che il precettore sapeva il fatto suo e non avrebbe mai espresso un parere negativo sul principe. “Ben detto, ben detto” - gli disse e lo congedò. Tutti a corte sapevano ormai della poca stima che il sovrano nutriva per l'erede al trono, quando questi, da tempo alla ricerca d'una buona occasione per riscattarsi e farsi finalmente apprezzare, un giorno corse da suo padre e lo informò compiaciuto di aver acquistato per poche monete d'oro un bellissimo cavallo arabo. “Bravo Franceschiello! Ero certo che prima o poi mi avresti dato la soddisfazione di saperti più in gamba di quel che pensavo! ” - esclamò il re. Ma quando gli chiese di vedere l'acquisto che aveva fatto e il figlio gli mostrò la sagoma di un cavallo disegnata su un cartoncino, Ferdinando Secondo cominciò a smaniare. “E tu hai pagato con monete d'oro questo scarabocchio fatto su un pezzo di cartone? ” - gli chiese con rabbia. “Papà, questo è il ritratto del cavallo arabo che il mercante egiziano mi consegnerà tra due o tre mesi al massimo” - fece il principe ereditario, cercando di calmarlo. “Un cavallo che hai pagato anticipatamente? ” - chiese il re. “Sì, papà” - rispose Franceschiello. Il re estrasse allora un libriccino dal cassetto dello scrittoio e gli disse sconsolato: - “Questo è il Libro dei Fessi, figlio mio, e pure se a malincuore ci devo scrivere anche il nome tuo”. “Papà! Il mercante egiziano il cavallo me lo porta, ne sono certo! ” - protestò il giovane principe. “Come diceva zia Sofia, è sempre la solita melodia!” - sospirò il re. “Cosa volete dire? ” “Voglio dire che i fessi non si arrendono mai, neppure di fronte all'evidenza”. “E se poi il mercante egiziano il cavallo me lo porta davvero?” - domandò Franceschiello ancora poco convinto di essere stato imbrogliato. “Se te lo porta e il cavallo è identico al disegno che mi hai mostrato” - rispose il re senza scomporsi, - “apro di nuovo questo cassetto, prendo il Libro dei Fessi, cancello il tuo nome e ci scrivo quello del mercante egiziano”.

Umberto Vitiello


 
 
 
 
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