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Febbraio 2001 / Lettere e Arti
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Viaggiando con Fabio Tombari

Papà mi faceva regali bellissimi: ogni giorno tornando dalle sue camminate portava alla mamma un fiore di campo e a me un seme o una bacca colorata. Quando andava da Mondadori e tornava da Milano aveva sempre per me libri e illustrazioni della Potter; quale piccolo mondo di conigli in fantasia, tenero e ironico. Ma a tredici anni mi regalò l'abbonamento per il Teatro comunale di Bologna per una stagione. In pieno inverno viaggiavamo in treno andando in loggione e tornando di notte bisbigliavamo Il Vascello fantasma o l'Otello per non svegliare una Fano bella, antica e addormentata. Poi prese a portarmi con sé un po' per istruzione, un po' per tenerezza, ma anche un po' perché, presentandomi come sua figlia, servivo da deterrente alle belle signore, ex o non ex, che volentieri gli avrebbero buttato le braccia al collo. Se parlandomene diceva "poverina", sicuro che si trattava di una ex. Eravamo amiconi oltre che papà e figlia. Ricordo un tardo pomeriggio in galleria a Milano, mi ero appartata per lasciarlo libero di ritrovare vecchi amici di teatro. Gli era simpatico Gino Cervi, col quale stava ridendo, quando mi si avvicinò una piccola signora con gli occhi grandi che mi chiese dolcemente: "Dimmi cara è molto bella la tua mamma che ha fatto diventare Tombari un uomo fedele?" Io la guardai: era Andreina Pagnani con negli occhi ancora belli un velo di malinconia. Non avrei voluto ferirla per niente al mondo e risposi: "Non è bella come lei signora, ma poiché è la mia mamma per me è meravigliosa." * * * Si era a casa, inverno, scuola media. Un giorno, anziché star sempre zitta, mi venne la malaugurata idea di fare la domanda più semplice del mondo e che tutti ci facciamo. Il bello fu che la feci contemporaneamente a papà e a un sacerdote: "Ma perché viviamo ?" Non può essere che Dio ci abbia dato la parola per dire buon giorno e buona sera, per quanto sono parole importanti se dette bene. Il sacerdote non fece altro che mandarmi da un prete all'altro come se io dovessi diventare teologa o peggio farmi monaca. E papà dal canto suo (era l'epoca in cui mi faceva leggere gli autori francesi, poi gli autori inglesi, poi tutti i russi) mi mise fra le braccia quattro volumi: il Mahabharata, la Bhagavad Gita, il Vangelo e la Bibbia, contemporaneamente. Salii le scale per andare in camera mia con i quattro volumi fra le braccia bofonchiando. E papà: "Cos'hai da borbottare?" "Scusa sai: ma è come se avessi messo un masso da un quintale sulle spalle di un ragazzino. Ti pare che io possa capire tutto questo?" "Tu leggi - mi rispose - quello che ti resta dentro è quello che hai capito. Intesi?" Ecco, ho ricordato questo episodio per dire come era il suo metodo educativo e come era la vita in casa. Poi diceva al padre: "La Maria è il mio libro" Mi plasmava come avrebbe voluto. Così pure mi insegnava a scegliere le cravatte, a preparare un sigaro e a fare la valigia e mi diceva: "Così sarai la gioia di un uomo". Risultato: ho sposato un uomo che non porta la cravatta, non fuma e vuol farsi la valigia da solo, e non sono neanche la sua gioia: sono la sua preoccupazione.

Maria Tombari


 
 
 
 
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