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Febbraio 2001 / TuttoPesaro
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Alla riscoperta delle parole dialettali

Bugh, falòp e bòc

Mi è capitato di rileggere la poesia di Gabriele D'Annunzio
“I Pastori”:

Settembre, andiamo. E' tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzo i miei pastori
lasciano gli stalli e vanno verso il mare;
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.


Ora lungh'esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l'aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.

Questi versi, estrapolati dal testo, mi hanno richiamato alla mente quando, ragazzo, correvo e giocavo con gli amici nelle ormai scomparse e dimenticate bugh a maréna. Erano gli avvallamenti che insistevano lungo il tratto di ponente di Viale Trieste, tra Viale Dante e Viale Gorizia. A sinistra del viale (lato città) c'erano gli orti e a destra (lato mare) le bugh. Avvallamenti che vennero riempiti, con le macerie del Ghetto di Pesaro prima e successivamente con le macerie delle case distrutte nella Seconda Guerra Mondiale. Oggi, su questi spazi sono sorti alberghi, palazzi, ville, cabine balneari, chioschi e giardini. Le bugh, sul lato mare, erano tra Viale Trieste ed un terrapieno ridotto a piccolo sentiero in terra battuta che da Viale Zara (angolo Villa Olga) proseguiva sino alla colonia dei Postelegrafonici (Villa Marina) ed incrociava i sentieri di fronte a Viale Fiume e Viale Pola. Oggi di tutto ciò è rimasto solo il primo tratto iniziale di Via Annibale Ninchi. Gli avvallamenti avevano una profondità di circa tre metri con argini sabbiosi, scoscesi ed un'ampiezza di circa 50-60 metri. Era il regno per i giochi di noi ragazzi: fionde, aquiloni di carta, palloni di pezza per gare di calcio, senza preoccuparsi più di tanto se nel correre, a piedi scalzi, “assaggiavamo” i temibili punzacul (Trìbolo o Baciapile), piccoli semi rotondi come ceci ma con tre punte spinose. A questi si aggiungevano le falòp (Eringio marittimo o Erba San Pietro) che assomigliavano, mature, a grosse olive color marrone scuro, ricoperte di minutissimi spini puntenti che si attaccavano alle calze e ai pantaloni di chi, malauguratamente incappava in esse, col rischio di rompere la stoffa degli abiti se non venivano staccate con delicatezza. Queste due piccole piante cespugliose si trovano ancora, in non gran quantità, lungo la scarpata della Ferrovia oltre Sottomonte. Nelle bugh venivano praticati, in estate, a chi soffriva di forme reumatiche, i bagni di sabbia, le cosiddette sabiadùr. Ma ritorniamo ora all'argomento che ha dato titolo a queste note: le falòp, che in dialetto pesarese hanno significato di bugia, frottola, persona bugiarda. Odoardo Giansanti (Pasqualon) cita il vocabolo nella poesia “La fine del Canevale” (n. 13, 1886):

Quant t'artórne in cumpagnia
i t'arpòrta in tl'ustaria
arcuntand qualca falòpa
t'imbriègh cum una tòpa.

E, in “Educare i figli” (n., 66, 1891):


Le bugì de quel malé…
…tut falòp del su ciarvèl.


Ma il termine falòp/falòpa, oltre al significato di “uomo incapace o di scarso valore nel suo mestiere”, è riferito anche al “bòzzolo del baco da seta imperfetto”. Termine che ritroviamo, con identiche definizioni anche nella vicina Romagna (falòpa), nell'urbinate (fiappa/falòppa), a Mondolfo e Senigallia (fiappa). Il termine bòc o bòcc è invece riferito al bozzolo del baco da seta integro. Così i versi di D'Annunzio mi hanno riportato a quegli autunni di tanti anni fa, quando Viale Trieste era il passaggio quasi preferenziale delle greggi che scendevano dai monti al piano, brucando l'erba che cresceva ai margini del viale, nelle bugh e anche “tra i due porti”; è in me ancora vivo il ricordo del vello delle pecore “arricchito” di numerose falòp e impalpabili bioccoli di lanugine, attaccati agli spogli rametti dell'Erìngio, che pareva danzassero al soffio dei primi venti autunnali.

Antonio Nicòli


 
 
 
 
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