Nel 1736 Papa Clemente XII concede per 20 anni a Francesco Bianchi la facoltà privativa di impiantare a Pesaro, precisamente nella strada del Nome di Dio (oggi Via Petrucci) una fabbrica di vetri, cristalli e lastre “ad uso di Boemia” da vendersi nella legazione di Urbino e province di Romagna, Marca e Umbria. Nel 1751 il Bianchi cede a Giovanni Maria Boselli di Cento, Pietro Giuntarini di Roma e Giovanni Maria Boselli di Faenza, abitanti in Pesaro, la sua fabbrica per 3.500 scudi romani. L'anno seguente i Boselli acquistano la parte del Giuntarini e nel 1756 Boselli di Cento, ora solo conduttore della fabbrica, ottiene la proroga novennale dell'appalto per chirografo di Benedetto XIV.
La privativa esclude l'importazione dei cristalli di Boemia dall'estero. Nel 1759 però non essendo il Boselli in grado di provvedere con le proprie manifatture alle richieste del pregiato prodotto, Papa Clemente XIII ordina la “libera introduzione e commercio” dello stesso nelle due legazioni di Urbino e Romagna e nei governatorati di Macerata e Perugia, arrecando grave danno al Boselli che è oberato da forti spese per aver fatto venire lavoratori boemi dalla Germania ed ha nel quartiere di San Nicolò (presumibilmente nell'attuale Via delle Vetrerie) un agguerrito concorrente in Cristofano Tuti, che gode della stessa privativa per l'annua corrisposta di 300 scudi di moneta romana.
A distanza di 25 anni leggiamo nella Gazzetta di Pesaro questo avviso pubblicitario: “La fabbrica di vetri e cristalli di Pesaro sotto nome di Giuseppe Mainardi, direttore, si fa un dovere rendere noto al pubblico che, con uguale e forse maggiore premura ed impegno del passato, è per continuare la lavorazione dei medesimi vetri e cristalli, facendo esercitare nella fornace grande, oltre i soliti lavoranti muranesi, una nuova compagnia di scelti maestri piemontesi, che possono ben servire con lavori chiunque si degnerà avanzare alla fabbrica le sue commissioni. Oltre i quasi innumerabili capi di buffetteria, che saranno lavorati e venduti senza innovazione alcuna, sarà lavorato quanto si richiederà per uso di speziali, chimici, botanici ed altri intendenti, ed in particolare maniera si lavoreranno lampioni, bicchieri di vino e da acqua, bottiglie, pistoni o siano bocce di cristallo finissimo sul modello francese e inglese per uso delle tavole pulite nobili, e si eseguiranno ancora tutte quelle commissioni che saranno avanzate…”. Si reclamizzano anche, in un avviso del 1788, “cristalli colorati guarniti d'argento”.
Tre anni più tardi è lo stesso direttore che fa sapere come i proprietari della fabbrica abbiano fatto costruire una nuova e più grande fornace e “fatte venire, oltre le solite ed esperimentate maestranze, altre ancora di non minore abilità”.
Dopo un altro lungo vuoto di notizie incontriamo nuovamente i vetri e i cristalli di Pesaro nel 1824. La fabbrica è di Guerrino Guerrini e vi lavorano 21 uomini, 3 donne e 4 ragazzi. Il prodotto si consuma quasi tutto nello Stato ed è rappresentato da lastre e cristalli che competono nella qualità con quelli di Murano e Boemia, dei quali si vorrebbe che fosse vietata l'introduzione dall'estero. Le nostre informazioni si rarefanno ancora dopo il 1824, per finire nel 1870 con la notizia che della fabbrica di vetri e cristalli di Pesaro è proprietario Luigi Buzzoni.
Forse a introdurre a Pesaro la manifattura di vetri e cristalli pregiati è stato Francesco Perinelli da Murano, che tiene qui casa e bottega nel 1654, e nel 1666 chiede la cittadinanza pesarese. Nel secolo XV operano a Pesaro artefici forestieri di bicchieri e altri “vetri”, ma non è dato di sapere, allo stato attuale delle conoscenze, se si tratta della produzione di articoli di pregio.