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Febbraio 2003 / Opinioni e Commenti
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Il rientro in Italia degli eredi Savoia

Un dolore ancora vivo

Dissento con tutta la forza dell'intelligenza e della coscienza da ogni tesi che pretenda riversare sui figli la colpa dei padri; né il “peccato originale”, né “il lupo e l'agnello”. Tuttavia bisogna dire no all'Avanti, Savoia!. No, proprio no: o almeno, non ancora. Se è vero infatti che il tempo sana le ferite, occorre che questo tempo passi, non per il giudizio storico e la valenza morale degli atti, il cui peso schiacciante nessun provvedimento di legge potrà sanare, ma per il danno reale, direi fisico che quel re fece al suo popolo.
Quel male duole ancora nella carne e nella vita della gente, suo malgrado travolta da quelle volontà scellerate. Sarebbe troppo facile e ingeneroso, tirare in ballo i morti, ma le loro famiglie e quelle dei reduci magari feriti, tuttora viventi e tragicamente “segnati” nel corpo, nella condizione economica, negli affetti. A costoro e alla loro dignitosa testimonianza si doveva rispetto. Quel rispetto e quel senso di equità mostrato dai Padri costituenti.
Finché protagonisti ed eredi di quella infelice generazione avranno gli occhi aperti, non sarà moralmente lecito dichiarare decadute le “norme transitorie” per non aggiungere al danno dei molti la beffa intollerabile del privilegio dei pochi.

Renato Uguccioni

 

Le cipolline del Principe

“Ma è lui o non è lui?! Certo che non è lui! Non può essere il bel principe di Savoia quel giovane che, sulla terrazza di una lussuosa villa con vista sul mare, se ne sta seduto a terra a mangiare una cipolla! Certo gli assomiglia molto (anche se non ha i suoi bei capelli fluenti), ma sarà senz'altro un sosia!” Questo mi son detto quando ho visto in televisione uno spot di un'Azienda di sottaceti… Ma mi son dovuto ricredere, poiché ho letto su un giornale che veramente Emanuele Filiberto (“come tanti famosissimi personaggi” mi dicono alcuni; “ma non di stirpe regale”, obietto io) si è dato alla pubblicità inchinandosi al Re Denaro e forse per giustificarsi ha dichiarato che devolverà “parte” del suo compenso a una fondazione culturale. E così in seguito l'ho rivisto, nella stessa villa a Cap d'Antibes, mangiare un cetriolino o prendere un'oliva da un barattolo con uno stecchino di metallo che terminava con una corona con la scritta “Sua  bontà”), mentre una voce fuori campo proclamava: “Ogni volta che vuoi sentirti re c'è Saclà”.
“Quanto cattivo gusto!”: mi sembra il minimo che si possa dire. Come pure di cattivo gusto è il contenzioso insorto fra Vittorio Emanuele e le sorelle sui gioielli e l'eredità della regina Maria Josè.
Tra l'altro padre e figlio, dopo aver ottenuto l'agognato permesso di entrare in Italia (permesso che ormai quasi tutti ritenevano improcrastinabile, anche se rimarranno nella storia le colpe dei loro avi e in particolare quelle gravissime e vergognose di Vittorio Emanuele III), ora sembrano alzare il tiro, pretendendo la restituzione di alcuni palazzi, ville e parchi confiscati dallo Stato dopo la fine della monarchia. Dopo aver iniziato a portar avanti queste poco edificanti rivendicazioni di carattere economico, sono finalmente venuti a Roma a far visita alla massima autorità religiosa (“perché siamo cattolici” hanno precisato) per poi ripartire subito, tralasciando di avere un incontro quantomeno doveroso con le autorità civili, dal momento che ora, grazie al nostro Parlamento, sono cittadini italiani a tutti gli effetti, con tanto di passaporto.
Nonostante tutto questo, ritengo ormai giusto, o perlomeno indifferente, il loro ingresso in Italia; ma essendo pur sempre di sangue reale, sarebbe opportuno che in seguito si comportassero in maniera più dignitosa.

Luigi Lodovici


 
 
 
 
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