Caro Direttore, lo scherzoso raccontino pubblicato sotto il titolo “Perché sono contro l'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori” (Lo Specchio di gennaio) se da una parte contribuisce a rendere meno greve l'atmosfera che si crea ogni qualvolta si parli di lavoro e di diritti dei lavoratori, di contratti e di flessibilità, di riforme e di lotta alla precarietà, dall'altra fornisce, a chi invece l'Articolo 18 lo ha difeso, lo spunto per far sentire la sua voce e spiegare le sue ragioni. Ricordo che il suo giornale, circa tre anni fa, pubblicò un altro articolo “Confesercenti informa: Articolo 18, una iattura per l'economia e la società”(Lo Specchio, aprile 2003) mentre non ricordo sia mai stato pubblicato un qualche trafiletto, lettera o intervista in suo favore. Credo quindi sia giunto il momento di far suonare un pochino anche l'altra campana. Per quanto mi riguarda, ciò che non mi piace dello Statuto dei Lavoratori è l'Articolo 35, che limita il campo di applicazione del “18” alle imprese industriali e commerciali che occupano più di 15 dipendenti e a quelle agricole che ne occupano più di 5. Questa disuguaglianza tra agricoltura e industria e agricoltura e commercio è indegna di un Paese che si proclama civile e altrettanto indegna è la disparità di trattamento tra le aziende con numero di dipendenti minore o uguale a 15 (o minore o uguale a 5) e le altre. Non mi riconosco davvero nell'idea che, per migliorare economia e società, gli imprenditori dovrebbero avere la mani ancora più libere per licenziare. Neppure l'imprenditore più onesto, più buono, più sensibile, più capace è immune da errori e, quando questi errori vengono commessi, è giusto che un giudice o dei giudici intervengano per correggerli e per ripristinare una situazione di legalità. Articolo 18 non significa assolutamente diritto alla immediata riassunzione per quei lavoratori che sono stati licenziati. E' largamente risaputo che spessissimo i giudici del lavoro riconoscono la piena legittimità del licenziamento e non ordinano né la reintegrazione in servizio né tantomeno l'indennizzo. Gli imprenditori seri quindi non hanno alcunché da temere dal mantenimento in vigore dell'Articolo 18 e nemmeno dalla sua eventuale estensione. In particolare quegli imprenditori che anche nella nostra regione giustamente lamentano la concorrenza sleale dei cinesi e giustamente invitano i consumatori a diffidare del “made in China” (perché quasi sempre questo marchio è sinonimo di sfruttamento spietato e sconsiderato ai danni di esseri umani, animali e ambiente), non possono non convenire che leggi come l'Articolo 18 rappresentano un non trascurabile deterrente contro la spregiudicatezza, contro l'irresponsabilità, contro gli abusi, contro i soprusi. Troppo comodo predicare il boicottaggio dei prodotti cinesi senza fare un po' di autocritica. Ce li siamo già scordati i casi di quegli italiani che hanno bruciato vivi i loro operai, che hanno occultato il cadavere di quelli rimasti uccisi cadendo dalle impalcature, che hanno avuto l'ergastolo per aver ucciso i figli dei loro dipendenti dopo averne abusato sessualmente, che hanno imposto la rinuncia alla maternità (e in qualche caso al matrimonio) come “condizione indispensabile” per l'assunzione o per la non interruzione del rapporto di lavoro? Aiutiamo pure il “made in Italy” limitando i consumi di ciò che viene prodotto in Cina e nei Paesi cosiddetti “emergenti” ma diciamo anche che, etichettando in blocco come “estremisti”, “comunisti”, “selvaggi”, o anche come “utopisti”, “sognatori”, “visionari” quanti difendono l'Articolo 18 e ne auspicano l'estensione a tutte le aziende, pubbliche e private, piccole e grandi, non si incoraggia nessun consumo patriottico, nessuna ripresa economica, nessuno scatto in avanti dell'Italia.
Francesco Rondina
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