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Enrico Paolini (in primo piano) in maglia rosa al Giro d’Italia, tra i compagni Passuello, Dancelli e Polidori.
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Nato a Pesaro nel marzo del '45, Enrico Paolini cominciò a tirar calci come tanti suoi coetanei e, come loro, fece un massiccio uso di bicicletta per sentirsi cittadino da quella estrema periferia pesarese che era S. Maria delle Fabbrecce. Poiché il babbo lo portava spesso a vedere le gare ciclistiche locali, tali occasioni sortirono per lui l'effetto della benzina sul fuoco; così a 15 anni il babbo gli comprò una prima “Bianchi” da corsa con 45.000 lire. Il dado era tratto! Sette anni con la società pesarese “Rinascita” di Gaetano Sanchini e con i consigli tecnici di Vasinto Ridolfi, utili per mettersi in evidenza nelle tre categorie con ben quattordici vittorie. Solo al secondo anno da dilettante riuscì ad accasarsi con la “Ghigi” di Pianello Vallesina. Fu subito… musica: 13 vittorie più il titolo regionale. Grazie alle limpide vittorie, nel ‘68 Paolini passò con l'“Orlandini” di Reggio Emilia con la cui maglia centrò solo due vittorie a causa della subordinazione al capitano Wainer Franzoni ed alla migliorata concorrenza; in quell'anno comunque si meritò la maglia azzurra per partecipare al Giro di Jugoslavia. Con l'amico Franzoni nel '69 passò professionista nella Scic di Parma di capitan Adorni, neo-campione del mondo. Quello con la squadra parmense si sarebbe poi rivelato un matrimonio fedele e duraturo: in undici anni bianco-neri con la Scic, Paolini maturò ben 38 vittorie e tre titoli italiani (nel '73, '74 e '77). All'esordio come professionista il pesarese vinse due corse e si guadagnò subito la maglia azzurra, risultando 8° all'arrivo del mondiale a Zolder (Belgio). Con la squadra azzurra Paolini partecipò a ben sei mondiali, date le sue caratteristiche di passista/scalatore adatto anche agli arrivi sprintati con gruppetti selezionati; grazie al suo spunto veloce batté spesso anche personaggi di rango quali: Sercu, De Vlaeminck, Basso, Merckx, Dancelli. Per fare un parallelo tecnico, potrebbe essere stato un odierno Bettini. Non disdegnò di ben figurare anche nelle corse a tappe. Pur sfortunato in due edizioni del Tour de France a causa di seri infortuni, ottenne ottimi piazzamenti di tappa nel '76. Undici le sue partecipazioni al Giro d'Italia tutte portate a termine con un bottino di 7 vittorie e tre giorni in maglia rosa. Eppoi i Giri di Svizzera: sette partecipazioni con 7 vittorie di tappa. Le imprese ciclistiche di Enrico Paolini ebbero il merito di unire una provincia e di azzerare sciocchi campanilismi: da Fano all'entroterra si gioiva per i suoi successi ormai incastonati in tempi ciclistici moderni, con la TV a colori, con l'accalorato commento di Adriano De Zan, con componentistiche meccaniche d'avanguardia, con allenamenti scientifici. Era solo ieri, ma il vertiginoso succedersi degli eventi sportivi relega anche quelle imprese in un impietoso passato remoto. Paolini ebbe ottimi direttori sportivi (Eraldo Giganti e Carlo Chiappano), ma con la sua esperienza finì per essere lui lo stratega della squadra in corsa. Tra i tanti suoi compagni di squadra vanno menzionati Adorni, Chiappano, Dancelli, Bitossi, Baronchelli, Polidori, Saronni. Finì la carriera agonistica nel 1979 ed iniziò come direttore sportivo nei dilettanti con la “Rigetti”; dopo essere passato al timone di molte società professionistiche, nel 2007 è stato alla guida della “L.P.R.” dei vari Goutierrez, Nardello, Ferrara, Bozic. Quest'anno guiderà la nuova Katay con capitano Goutierrez. C'è una spada che pende periodicamente su certi sport, in particolare sul ciclismo: quella delle accuse e degli accertamenti di sostanze e metodiche illecite. A suffragare tanti dubbi in merito sono i numerosi esempi di astri molto spesso nascenti e quasi subito cadenti. L'esempio di Paolini vorrebbe farci superare questa remora: infatti la sua stella ha brillato a lungo con vittorie diluite nel tempo. Sulla piaga doping Paolini la pensa in maniera drastica, soprattutto per le categorie giovanili, “perché il giovane additivato va, sì, forte, ma non durerà; le piante non vanno fatte crescere già… storte”. Con la sua enorme esperienza Enrico può dispensare osservazioni critiche e consigli utili a neòfiti ed adulti, ma la potenziale base di utenza è sempre più spesso sorda o distratta da altro; infatti il crudo impatto con la fatica dei pedali contrasta inevitabilmente con sempre più variegate opzioni di sport o di comodità di vita. Ciò nonostante “prova a fare ciclismo, assaggia l'esperienza! Troverai cento motivi poi per apprezzare la scelta”. In conclusione, dopo una vita spesa in generosità e in sensibilità verso gli altri e alla fine di tanti bei ricordi e discorsi, tu, Enrico, rifaresti il corridore ciclista? “Sicuramente sì, ma con molto meno altruismo!”.
Massimo Ceresani
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