Il camerino del teatro
Il coro prevalentemente negativo che sempre lo aveva accompagnato in vita si stemperò finalmente alla sua morte nel marzo del 2002. Maurizio Scaparro: “Ha rappresentato il teatro in modo estremo, disperato ed ha spinto in alto il ruolo dell'attore sino a traguardi impossibili”. Giorgio Albertazzi: “Carmelo è morto? Davvero? Allora ci mancherà !”. Lidia Mancinelli, protagonista storica dei suoi più famosi spettacoli e sua compagna per lungo tempo: “Dopo essere stata con lui non ho voluto fare nulla perché mi sembrava che niente avesse più senso”. Carla Fracci: “Era un uomo taciturno, amava ascoltare e non provocare”. Dario Fo: “Carmelo Bene è stato grande. Bisogna ricordarlo ora più che mai, lui spregiudicato uomo di teatro, anarchico e provocatore, aggressore dell'ottusità del potere”. Alessandro Baricco: “Scena buia, solo un leggìo. Lui, Bene, un microfono davanti alla bocca e una luce addosso. Cinquanta minuti, non di più. Non so gli altri: ma io me lo ricorderò finché campo”. E per finire l'allora presidente della Repubblica Azeglio Ciampi, con parole evidentemente ben meditate: “La scomparsa di Carmelo Bene priva il mondo del teatro di un attore e di un regista di prorompente vitalità e di straordinario talento drammatico. Con le sue provocazioni e la sua costante ricerca di nuove vie di espressione ha scoperto e riletto tradizioni teatrali italiane ed europee. Sempre lontano da facili manierismi, ha scosso le coscienze, ha imposto riflessioni”. Potremmo continuare a lungo ma conosciamo la difficoltà di ricordare un attore, anche grandissimo, per averlo sperimentato di persona insieme all'amico Franco Battistelli: quando, fresco di nomina assessorile, decisi di onorare Ruggero Ruggeri, uno dei più illustri figli della nostra terra ed il più grande attore del Novecento, collezionando un fiasco colossale. Appena una decina di fanesi in sala per un convegno ad altissimo livello e neppure un pieno a teatro per la riproposizione con il Teatro Stabile di Torino di un suo cavallo di battaglia: “Pamela”. Non valse neppure fare risentire la sua voce dal crocifisso con il quale Don Camillo abitualmente conversa nei celebri film tratti dall'opera di Guareschi. Per gli attori non c'è religione che tenga. Tutti sanno che per secoli vennero sepolti in terra sconsacrata. Ed allora veniamo infine al fugace incontro di Carmelo Bene con la nostra città nell'ambito di un programma teatrale nel segno di Ruggeri, quindi incentrato sulla figura teatrale del mattatore. Accanto ad altri grandi non poteva mancare Bene, che bene fece davvero inchiodando letteralmente la platea con la recitazione dei “ Canti Orfici” del poeta di Marradi, Dino Campana. Gli applausi non finivano mai ma l'interprete sembrò non gradirli. A luci accese in sala mi premurai di andarlo ringraziare per la brillantissima interpretazione oltre che per aver accettato il nostro invito. Salii la scaletta, bussai e quando sentii un borbottio, che interpretai come un “Avanti”, aprii la porta e mi presentai. Le sue uniche parole furono: “Ma lei non si vergogna? Questo lo chiama camerino?”. Mi guardai attorno, contemplai per la prima volta quell'ignobile squallore e dopo un attimo di esitazione risposi: “Si, mi vergogno molto. E' una vera indecenza”. Chiesi scusa, rinculai e con estrema cautela richiusi la porta che era rimasta accostata. Fu il mio primo ed ultimo incontro diretto con il grande Carmelo Bene. Era il 23 novembre 1987, a riapertura del Teatro della Fortuna di là da venire e quindici anni prima della sua scomparsa.
Alberto Berardi
|