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Febbraio 2009 / Lettere e Arti
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A scuola negli anni '30

I turni delle lezioni erano due: al mattino per la II e la III classe e al pomeriggio per la I. Gli alunni erano molti e venivano non solo da Talacchio ma anche in tanti dalla campagna dove c'erano case fino al fiume Foglia, vicino alla strada che porta a Macerata Feltria. D'inverno quasi tutti, oltre la cartella di stoffa cucita in casa, portavano un barattolo di latta con un po' di fuoco, che poi riprendevano dalla stufa che c'era in aula per scaldarsi mani e piedi. L'aula era grandissima, riscaldata per modo di dire da una bellissima stufa di terracotta marrone smaltata; e accoglieva quei bambini partiti da casa al suono della campana. La stufa, non so perché, era in un angolo in fondo all'aula e nelle giornate più fredde, a turno, noi bambini andavamo a scaldarci. La maestra aveva la cattedra dall'altro lato dell'aula, vicino alla lavagna. I banchi erano tanti e molti erano anche a sei posti. Per merenda gli alunni portavano la "crescia" (piadina), una mela o una specie di maritozzo fatto con polenta e uva (pinsa) molto buona, cotta al forno. Molti bambini ripetevano le prime classi, poi per la IV e la V si doveva andare a piedi a Colbordolo. Non tutti potevano andare perché non avevano le scarpe. Comunque da quegli "studi" sono venuti fuori molti preti, maestri, qualche dottore, impiegati e tanti bravi papà e mamme. Quando nevicava molto e i bambini più lontani non potevano venire a scuola perché non c'era il passaggio (la rotta) per le strade, i presenti erano pochi e allora si andava tutti di sopra nella cucina della maestra; il divertimento era tanto e il freddo meno intenso. Il direttore, da Urbino, veniva di rado e di lui aveva "paura" solo la maestra. I bambini lo scambiavano per il postino. L'aula è stata poi un po' rimpicciolita perché è stato costruito un teatrino per le recite che i più grandi facevano per le feste. Mia madre suggeriva e la Irma insegnava a recitare. Molti lavori sono riusciti benissimo davanti a un pubblico numerosissimo. Arrivò anche la radio rurale e qualche volta venivano ad ascoltarla gli alunni della Casella, dove oggi c'è la zona industriale. Un lavoro pesante, per la mia mamma maestra, non era insegnare a leggere e a scrivere ma preparare gli alunni al "saggio ginnastico" che si doveva tenere in piazza davanti alle autorità (podestà ecc.). Noi bambini naturalmente eravamo in divisa da balilla e da piccole italiane. "Così volevasi, dove potevasi".
Alla fine dell'anno scolastico c'erano gli esami in terza. Venivano il direttore o due maestri, uno delle vicinanze e uno d'Urbino. L'esame finiva con un bel pranzo offerto dalla maestra. Nella cartella di stoffa, oltre alla merenda, c'erano i libri che passavano da fratello a fratello, una scatola di legno (astuccio) con qualche mozzicone di colori, una matita, una gomma e una penna col pennino da intingere nel calamaio, che si trovava sul banco. Se non c'erano le carte assorbenti, a casa si usava la cenere. I quaderni erano pochi, piccoli, con la copertina nera, lucida.

Gabriella Arceci Testasecca


 
 
 
 
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