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Febbraio 2009 / Opinioni e Commenti
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Gli italiani in Etiopia: la guerra e la morale

Dopo l'articolo dell'ammiraglio Pagnottella sulle “Termopili italiane” al passo Uarieu (che si trova in Etiopia e non in Eritrea, come da noi erroneamente scritto nel titolo) abbiamo ricevuto questa lettera di Pierpaolo Loffreda. La pubblichiamo insieme alla risposta dell'autore.


Vorrei replicare brevemente allo scritto di Paolo Pagnottella “Le nostre Termopili” pubblicato sul numero de Lo Specchio di gennaio. Ma come ci si può ancora inchinare di fronte agli aggressori e agli organizzatori di stragi di massa? E' proprio questo che è avvenuto in Etiopia dal 1935 al 1941 per colpa del regime fascista, dell'esercito italiano e dei singoli soldati (arruolati volontari, come le SS tedesche). Ma il signor Pagnottella parla di coraggio e di eroi: ci sono voluti davvero un bel coraggio e una buona dose di eroismo per sterminare le popolazioni civili di un Paese libero e pacifico con i gas ustionanti e le armi chimiche! Nel 1935 l'Etiopia era l'unico Paese indipendente dell'Africa (esisteva, come unità statale, dal 1000 a.C., cioè da 300 anni circa prima della fondazione di Roma!). Nel 1936 gli italiani riuscirono, dopo aver incontrato enormi difficoltà grazie alla resistenza etiope (questa sì eroica: combattevano all'arma bianca e con rari moschetti contro aerei, carri armati e truppe equipaggiate di invasori feroci), ad occupare circa un terzo del territorio del Paese (che contava allora circa 12 milioni di abitanti), fino al 1941: anno in cui l'esercito britannico e la Resistenza locale (impegnata da 5 anni a combattere contro gli occupanti) spazzarono via gli italiani, ridando al popolo etiope la libertà e la dignità strappate con la violenza. Secondo le fonti storiche più accreditate (prese in esame da studiosi come Angelo Del Boca e Giorgio Rochat, ma evidentemente sconosciute dai più in Italia) i civili etiopi massacrati dall'esercito e dalle cosiddette forze dell'ordine italiane nei cinque anni di aggressione e dominazione sono stati fra i 300 e i 400 mila (secondo le stime etiopi circa un milione). Nel Paese occupato era proibito – in seguito ad un decreto regio del 1938, correlato alle leggi razziali – qualsiasi contatto fra i dominatori italiani (considerati dal fascismo "razza superiore") e gli indigeni ("razza degenerata", da utilizzare esclusivamente in maniera schiavistica), mentre le famose "scuole italiane" (con le quali i fascisti di oggi ancora si sciacquano la bocca) venivano costruite solo per i figli dei dominatori, e il loro accesso era proibito ai sotto-uomini di colore.
Questa, riassumendo, è stata la presenza italiana in Etiopia. Dovremmo almeno avere il coraggio e la dignità di chiedere scusa agli etiopi per i delitti compiuti in nome dell'Italia, e non rivendicare improbabili "eroismi" degli assassini!

Pierpaolo Loffreda

La guerra e la morale

Replico volentieri al signor Loffreda che ha criticato il mio articolo sulle “Termopili italiane” al Passo Uarieu, durante la campagna di Etiopia del 1935-36. Libero ciascuno di pensarla come vuole ma, nel caso specifico, sono convinto che parliamo di due cose diverse. Io non ho inteso parlare della guerra d'Etiopia né del fascismo né dei suoi metodi, sui quali ci sarebbe da scrivere non un articolo ma un'intera enciclopedia (e si dovrebbe farlo con rigore scientifico, come hanno fatto studiosi del calibro di Renzo De Felice). Le mie “pillole di storia” vogliono richiamare semplicemente episodi, personaggi e avvenimenti che forse non sono noti al grande pubblico.
Il signor Loffreda parla di aggressioni, stermini, inumanità, ecc. cioè mi sembra che travalichi l'episodio e vada quasi alla ricerca di una morale. Pur essendo io stato un militare ho sempre sostenuto che non esista e non sia mai esistita una morale in nessuna guerra, non esista etica comportamentale quando l'obiettivo è quello di realizzare gli interessi di una collettività. A meno di non costruirla a posteriori, quando si è vinto. Lo strumento militare, sempre in mano ai politici, cioè ai decisori, è strumento delicato e formidabile, a volte difficile da comprendere nella sua intelaiatura e nella sua reale consistenza, ma quel che è certo è che non risponde ai criteri applicati in altri settori: ai soldati si chiede di andare a combattere, cioè di rischiare la propria vita per un obiettivo che essi neppure a volte conoscono e qualche volta addirittura non condividono. A nessun altro operaio o dipendente al mondo, in nessun settore, è richiesta una simile prestazione. Ma a noi è richiesto di andare, raggiungere l'obiettivo (che è sempre politico, ripeto) e, se possibile, riportare a casa i nostri ragazzi. Ciò è avvenuto ed avviene in ogni tempo, in ogni sistema politico o regime, in ogni situazione, passata e presente: sarebbe anarchia se i militari potessero rifiutarsi di eseguire gli ordini del proprio governo legittimo.
Ma ciò detto, che non vuole assolutamente coprire i misfatti fascisti o dell'esercito italiano, vorrei aggiungere solo due osservazioni. I principi di una morale, a qualunque di essi il signor Loffreda si riferisca, non si applicano alla politica, a nessuna politica. Quale morale intravvede nello sganciamento della bomba atomica su due città piene di soli civili, oppure nel massacro di milioni di kulaki, oppure nei campi di sterminio di Pol Pot e di Mao (differenti, sembra, da quelli di Hitler) oppure nella deliberata uccisione di migliaia di ufficiali polacchi a Katyn, oppure a Sebrenitza, oppure nei missili kassam sulle città israeliane? Vuole che continui? A quale cattiva etica comportamentale vuole poi riferirsi? Solamente a quella da imputare agli italiani in Etiopia, oppure vogliamo associarla alle legioni romane in Gallia, agli americani coi pellerossa, ai conquistadores coi nativi, agli arabi di Lawrence d'Arabia con i turchi, ai turchi con gli armeni, al buon re di Giordania nel famoso “settembre nero” coi palestinesi e via discorrendo? Io scrivo articoli su episodi, flash, situazioni e mi sono riproposto, avendo avuto a che fare con soldati, di mettere in luce particolarmente quelli dove si può ribaltare la vulgata che ci vede sempre sconfitti, sempre vigliacchetti e sempre pronti a voltare gabbana (tipo il solito “tutti a casa”, cinematografico). Perché i nostri soldati, quando guidati come si deve e da chi lo sa fare, sono esattamente il contrario di tutto ciò, come riconosciuto dagli stessi nemici; sanno essere eroi, soldati bravi e valorosi e coraggiosi né più né meno degli altri popoli; così come sono stati anche crudeli, efferati, sopraffattori come tutti gli altri, non più degli altri. Affermare oggi, al riparo di una morale genericamente più coltivata, con una preparazione scolastica e politica più diffusa che non nel passato, che siamo stati brutali e ammazzapoveretti, mi sembra troppo facile, superficiale e finanche ingiusto. Siamo stati quello che sono stati tutti i popoli della Terra in quel determinato contesto storico in cui tutti agivano così, in cui si ragionava per schemi diversi da oggi ma allora generalmente accettati da tutti. Come sono stati poi, quando ne hanno avuto la possibilità, gli stessi, buoni ed indifesi etiopi al tempo di Menghistu verso gli eritrei?
Quanto poi al nostro colonialismo, in Etiopia avremmo fatto, se ne avessimo avuto il tempo, esattamente quello che facemmo in Eritrea ed in Libia: cioè strade, edilizia pubblica, scuole per tutti, lavoro, coltivazioni, irrigazioni. Se la finissimo di ragionare sui fatti di ieri con la testa di oggi compiremmo non solo un atto di ripristino dell'intelligenza ma anche un'operazione di giustizia, che ci porterebbe a smetterla di batterci il petto e chiedere sempre scusa agli altri, senza pretendere almeno il corrispettivo.
In conclusione, ho solo evidenziato un episodio – che confermo e ribadisco – di  vero eroismo dei soldati italiani, che credo pochi conoscessero (gli stessi poveri ed inermi abissini, come lei li definisce, non ci avevano forse dato una severa lezione ad Adua tempo addietro?); senza avventurarmi in commenti sulla filosofia della guerra e della politica che ne sta sempre alle spalle, in ogni parte del mondo.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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