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La dignità della persona

Strano Paese è il nostro. Lasciamo morire i clochard di fame e di stenti e applichiamo l'accanimento terapeutico a malati terminali con malattie degenerative assolutamente invalidanti, soprattutto da un punto di vista mentale. La notizia della morte a Cagliari di “Ma Babu”, dopo Natale, è finita nei sommari dei telegiornali di fine anno. Un'improvvisa notorietà per un barbone, che avrebbe potuto morire per qualsiasi altra causa ma che invece è stato ucciso nel più classico dei modi per un “senza casa”: dal freddo e dagli stenti. La rabbia dei barboni di tutta Italia è stata grande: “Vi accorgete di noi, ci vedete, solo quando siamo morti. Per esistere dobbiamo morire”.
Ben altra attenzione viene riservata a chi è malato terminale o in stato vegetativo. La Costituzione italiana stabilisce che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”(art. 3); “La libertà personale è inviolabile” (art. 13); “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art. 32). Il diritto di vivere bene e in libertà ed il diritto di morire in pace dovrebbero essere garantiti a tutti perché riguardano la dignità umana. Davvero strano il nostro Paese. Sembra che Ma Babu fosse diventato un senzatetto per problemi di alcool e perché aveva perso il lavoro. Da allora, raccontano, non era più riuscito ad integrarsi con niente e con nessuno.
La dignità della persona umana va rispettata anche quando le capacità intellettive e volitive sono gravemente colpite nella loro funzionalità. Ogni persona va quindi rispettata anche nell'apparente indegnità della sua vita. Sono sempre stato sensibile al diritto di vivere bene e, con il passare degli anni, sono particolarmente sensibile al diritto di morire bene. Per questo sono contrario a qualsiasi imposizione o accanimento di altri sulla mia persona. Poiché si avvicina naturalmente il momento della mia dipartita, desidero non diventare possibile ostaggio di un apparato che non mi consideri o non mi rispetti pienamente. Sono pertanto fortemente convinto della necessità di lasciare un testamento biologico. Vorrei in questo modo garantirmi il diritto a non soffrire, il diritto della dignità nella sofferenza ed il diritto a non essere trattato come una “cavia”.
Cari lettori, potremmo diventare tutti, per certi aspetti, dei Ma Babu, accomunati dalla mancanza di protezioni: lui anche quella del tetto, noi ammalati ed accuditi ma ugualmente senza riconoscimento della dignità umana. Battiamoci quindi per mettere al bando la sofferenza dalle strutture sanitarie e non solo da queste. Purtroppo, in Italia, si stenta ancora ad applicare terapie molto efficaci contro il dolore. Diamoci la possibilità, quando si è ancora in grado di decidere liberamente, di rifiutare un inutile accanimento terapeutico. Il testamento biologico non è ancora operativo perché il nostro Legislatore non ha a tutt'oggi adattato l'ordinamento alle norme della nostra Costituzione. Facciamo in modo che la scienza sia al servizio dell'uomo e non che l'uomo venga usato per la scienza. La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (10 dicembre 1948), che esalta la dignità umana, ha compiuto sessanta anni; è ora di passare dalle dichiarazioni ai fatti!

Stefano Giampaoli


 
 
 
 
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