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I due Minelli del basket

Matteo e Ildaco Minelli (Foto con credit Marco Sénsoli)

Pesaro è quello strano posto dove ogni bambino prende in mano il pallone da basket ancor prima di camminare; dove l'amore per la squadra di pallacanestro locale, la storica Victoria Libertas, è tale per cui – come disse Franco Bertini – quello stesso bambino va a vedere la sua prima partita al palazzetto dello sport con il papà o il nonno, qualche anno dopo ci va con gli amici, poi ci porta la morosa, più tardi i figli e, infine, chiude il cerchio con i nipotini.
C'è una famiglia che ha seguito questo percorso generazionale, anziché sugli spalti, direttamente sul campo da gioco: Ildaco Minelli e suo figlio Matteo hanno entrambi militato nella Vuelle. L'avventura agonistica di Ildaco è stata breve ma intensa: ha partecipato, da juniores, alla promozione in A nel 1950, poi ha giocato da protagonista i primi due campionati nella massima serie. Fu il primo pesarese ad essere convocato in nazionale, ma proprio quando si apprestava a difenderne i colori all'Olimpiade di Helsinki, gli fu diagnosticata una pleurite e col basket finì così, a soli 18 anni! Si concentrò sugli studi di Medicina e si dedicò alla professione. 
Com'era quella pallacanestro?
“Giocavamo nel campo all'aperto di Viale della Vittoria, con qualsiasi temperatura: più volte, prima della partita, dovemmo sciogliere il ghiaccio con la fiamma ossidrica e durante il gioco speravamo che la palla non ci arrivasse perché… faceva male! Eravamo lontani anni luce dall'agonismo esasperato di oggi, ci si allenava non più di due o tre volte alla settimana. Infatti i giocatori attuali, dal punto di vista fisico, sono di un altro pianeta; mi permetto però di aggiungere che tecnicamente non avevamo nulla da invidiare. La scuola cestistica di Pesaro, impostata da Agide Fava, era una delle più quotate: Agide era in possesso di notevoli mezzi tecnici e di una grande capacità di insegnamento. Era allenatore-giocatore e, come me, occupava il  ruolo del pivot; quando capì che ero pronto per battermi ad armi pari non esitò a promuovermi titolare, relegando se stesso in panchina”.
Gli sportivi pesaresi con i capelli bianchi raccontano che la sua specialità fosse il “tap in”.
“Bisogna tener conto del fatto che, con i miei 193 centimetri, ero il più alto del campionato, in più avevo un gran tempismo e molto spesso riuscivo a convertire a canestro i tiri sbagliati. I miei compagni sostenevano, addirittura, che la mia presenza consentisse loro di tirare con più tranquillità”.
Un referendum di pochi anni fa, in cui hanno votato mille tifosi della nostra città, l'ha eletta miglior pivot della storia della Vuelle, superando atleti del calibro di Joe Pace e Ario Costa.
“Sono orgoglioso del fatto che ancora ci si ricordi di me. E comunque, ai miei tempi, il livello medio era più basso e un giocatore forte era molto condizionante. Detto ciò… credo abbiano votato tutti i miei amici!”.
 
Più di trent'anni dopo il ritiro di Ildaco, un altro Minelli ha vestito i colori biancorossi. Matteo ha giocato nella Scavolini Pesaro nel periodo giusto, dall'84 all'89, insieme a veri e propri campioni con cui vinse una Coppa Italia ed uno scudetto, lo storico primo scudetto della Vuelle.
“Furono anni di puro divertimento. Non avevo ancora vent'anni e già giocavo a pallacanestro in serie A, insieme a gente come Magnifico, Sylvester, Daye, Cook. Era un gruppo straordinario che avrebbe potuto vincere anche di più. Certo, con quella concorrenza, non potevo pretendere di giocare titolare; cercavo però di farmi trovare preparato ogni qualvolta la squadra ne avesse bisogno. Mi sono tolto delle belle soddisfazioni!”.
Con tanti americani, chissà quanti aneddoti. Può raccontarne almeno uno?
“Sorvolo sulle scazzottate del grande Mike Sylvester, alle quali potremmo dedicare un'intera intervista. Cito invece Darren Tillis, 210 cm di bontà, che ricordo con molta simpatia; ci trovavamo in ritiro a Chiesa in Valmalenco e, passeggiando per il paese, incontrammo più volte un gruppo di ragazzi, evidentemente tifosi avversari, che vedendoci gridava improperi rivolti a Pesaro. La sera vennero fin sotto le finestre del nostro albergo, dove continuarono la loro esibizione; io mi trovavo nella hall, quando vidi entrare uno di loro, urlante, con gli occhiali in mano, ma spezzati a metà. Tillis l'aveva appena centrato con un'arancia!”.
Pesaro è stata definita da molti giocatori “un'oasi felice” della pallacanestro italiana. Quanto ha contribuito a renderla tale un presidente come Valter Scavolini?
“La famiglia Scavolini ha sempre anteposto gli interessi della squadra ai propri. L'ho scoperto a mie spese quando sono andato a giocare altrove: si possono trovare persone altrettanto competenti, ma la passione e la signorilità di Scavolini sono di un altro livello”.
Ildaco, quali erano le caratteristiche tecniche di suo figlio?
“Comincio dai difetti: come atleta lasciava a desiderare e poi non aveva un gran tiro; era, però, un regista dotato di buona tecnica, che sapeva leggere la partita, grande passatore, faceva arrivare la palla ovunque. Ma la dote principale è legata al suo carisma: era molto ascoltato dai compagni e lui si preoccupava di compattare lo spogliatoio. Il classico leader naturale”.
Matteo “E' vero, non ero gran che come tiratore, ma le cose cambiarono a Pavia, dove Zorzi, in allenamento, mi obbligava ad interminabili sessioni di tiro: in un anno migliorai tantissimo. E poi in squadra avevo un esempio fenomenale, il brasiliano Oscar: una volta in allenamento lo vidi effettuare 50 tiri da tre punti senza sbagliarne alcuno. Una macchina da canestro”.
Dopo undici stagioni in serie A, a Pesaro, Fabriano, Pavia e Modena, la carriera di Matteo è proseguita nelle serie minori, dove ha giocato altri dodici campionati, fino al ritiro avvenuto lo scorso anno. Ebbene, con ciascuna delle cinque squadre con cui ha speso la sua seconda stagione cestistica, egli ha ottenuto almeno una promozione.
Che consigli dareste ai campioni di domani ed ai loro allenatori?
Matteo: “Mi sento parte in causa visto che uno dei miei tre figli, Mattia, sta giocando nelle giovanili della Scavo-Spar. Questi ragazzi, a soli 14 anni, vengono sottoposti a cinque allenamenti settimanali, alternando sedute di atletica a quelle di basket; troppo spesso ho visto diciottenni già usurati fisicamente da un'attività agonistica troppo intensa. Nessuno di loro affronta più l'allenamento con gioia. Il mio consiglio è: fateli divertire!”.
Ildaco: “Credo nei valori educativi dello sport. Eppure, per i motivi che ha appena ricordato Matteo, spero che i miei nipoti non facciano sport a livello agonistico”.
Questo modo di interpretare lo sport, col sorriso sulle labbra, costituisce un modello ideale per il giovane Mattia e per le centinaia di ragazzi che hanno raccolto l'eredità della palla al cesto.

Lamberto Bettini


 
 
 
 
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