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Febbraio 2010 / Lettere e Arti
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A Pesaro il ritratto di Guido Reni dipinto da Simone Cantarini

Ritratto di Guido Reni di una collezione privata pesarese (eredi Sinistrario)

Nelle sale della Pinacoteca Nazionale di Bologna è esposto un piccolo dipinto, un tondo di appena 36 centimetri di diametro, che raffigura il volto di un accigliato Guido Reni in passato ritenuto un autoritratto del Maestro ma attribuito a Simone Cantarini da Gaetano Giordani: autore del primo catalogo della pinacoteca della Pontificia Accademia delle Belle Arti nel 1827.
Quando Simone giunge a Bologna ed entra nel famoso atelier del Reni (una specie di pensionato e studio d’arte frequentato da diversi allievi, ubicato nel centro storico in via delle Pescherie a due passi da piazza Maggiore) aveva poco più di vent’anni ma già il Reni lo aveva considerato un maturo maestro dopo gli esordi marchigiani. Infatti sappiamo che molto presto Simone può scendere nel piano nobile riservato ai più apprezzati seguaci. Simone non è certamente alle prime armi come ritrattista, tutt’altro! Si erano già affidate al suo pennello le più nobili famiglie pesaresi come i Baldassini, i Gavardini, i Mosca, i Bonamini, gli Olivieri; ma soprattutto la nobildonna Eleonora Albani Tomasi ed addirittura nel 1631 il nipote del papa Urbano VIII, il giovane cardinale Antonio Barberini junior giunto a Pesaro in occasione della devoluzione del potere alla Chiesa nel 1631.
Sappiamo che questo piccolo tondo ritenuto di Simone e proveniente in origine dal soppresso convento di San Giovanni Battista dei Celestini, ebbe vasta popolarità tanto che furono tentate varie copie ad olio ed incisioni. Immaginiamo dunque che il provinciale Simone agli inizi avesse un rapporto con il Reni, che poi sappiamo clamorosamente naufragato nel 1637: ancora rispettoso, improntato ad ammirazione, stima e “metus reverentialis” nei confronti dell’anziano Maestro. E quindi è comprensibile che desideri fare un degno regalo al Maestro. Ma come mai egli sceglie un formato così ridotto che non gli consente di rappresentare il soggetto a “mezzo busto”, formato privilegiato nella ritrattistica del Seicento? “Il formato stesso dell’opera non certo da ritratto ufficiale” (Ambrosini Massari “Pesaro” 2009 pag. 326). Quando il dipinto venne esposto nel 1911 a “La scuola bolognese alla mostra del ritratto a Bologna”, Matteo Marangoni si mostra insoddisfatto della minuziosità del segno e della uniformità del colorito (Arte, 1911). Certo, un segno marcato, puntiglioso, calligrafico non connaturato allo stile cantariniano.
Ed ecco che negli anni ‘80 scopro a Pesaro, nella collezione privata di Sinistrario, un altro splendido “Ritratto di Guido Reni” di misura quasi doppia, di 60 centimetri di diametro in formato a mezzo busto, che consente all’autore di rappresentare il maestro in elegante abbigliamento con un raffinato pizzo sopra il candido colletto ed un collare aureo pendente sul petto, forse una onorificenza del cardinale Scipione Borghese in occasione del celeberrimo affresco “L’Aurora”. Perché la critica accademica non prende in considerazione questo esemplare che può ritenersi l’originale, esposto nel 1987 alla mostra dedicata a Simone Cantarini dal Centro Studi Salimbeni di San Severino Marche?
Ora la pennellata si fa più fluida, più sciolta, ricca di passaggi sfumati che donano un più intenso alito di vita al volto del Reni, infondendogli un’espressione di maturato equilibrio interiore anziché di collera impulsiva, come nell’esemplare bolognese, certamente una copia. (Mario Mancigotti “Il Pesarese ed i suoi capolavori” 2006). Altre considerazioni critiche si potrebbero evidenziare nel raffronto fra i due dipinti ma mi astengo per ragioni di spazio, appagato di aver potuto rivendicare tale scoperta di indubbia importanza storica ed estetica. Spero che i concittadini possano in una prossima occasione ammirare questo stupendo ritratto.

Mario Mancigotti


 
 
 
 
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