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Febbraio 2010 / Lettere e Arti
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Etimologie curiose. Polipi e pigiami

Non sono completamente d’accordo con la professoressa Badioli a proposito di “polpi” (Lo Specchio di gennaio). La parola polypus viene usata già negli autori latini (Plinio il Vecchio) con il doppio significato di escrescenza carnosa e di animale marino: sono accomunati dalla stessa etimologia (il greco polypous, dai molti piedi) e dallo stesso aspetto. Il primo anatomista che osservò l'aspetto di un polipo (nasale, uterino, intestinale) non poté infatti fare a meno di notare la somiglianza della forma con quella dei comuni molluschi cefalopodi dal gustoso sapore. La variante pulpus è già presente in Plauto, che la usa al posto di polipus: è dovuta evidentemente alla caduta della "i" e all'assonanza (ma anche alla somiglianza fisica) con la parola "pulpa". I linguisti oggi si dividono: per qualcuno la parola polpo è una forma volgare di polipo, per altri sarebbe bene mantenere la distinzione che suggerisce Maria Teresa Badioli.

L'occasione mi suggerisce una riflessione. Raramente, in un tempo concreto e incalzante come quello che viviamo, ci si soffermaa chiedersi il perché di un nome o l’origine di una parola: a volte dietro le parole si celano situazioni o percorsi storici inaspettati, che fanno sorridere o incuriosiscono o arricchiscono la mente e la conoscenza. Ecco qualche esempio curioso per i lettori dello Specchio.

Condoleezza Rice

Ai tempi di Bush era la donna più potente del mondo. Pochi sanno che è figlia di due appassionati musicisti che amano suonare insieme in casa e che si procurano rari spartiti della musica italiana. Come è noto gli autori riportano sullo spartito, oltre alle note, al tempo, alle pause, anche indicazioni sull’esecuzione: allegro, con brio, lentissimo. Ai nostri due musicisti, anche se non conoscono l’italiano, piace molto l’indicazione “con dolcezza”, perché sanno che dovranno suonare con sentimento e delicatezza. Sono però tratti in inganno dalla grafia corsiva e antiquata degli spartiti e scambiano la “c” e la “e” per una doppia “e”, anche perché il gruppo “ee” in inglese è molto diffuso e si pronuncia “i”. Ecco perché, quando hanno una bambina, la chiamano Condoleezza, credendo di darle il nome più dolce che essi conoscono.

Blog

Termine usato e abusato nella Rete. Ognuno si fa il suo blog e nascono come funghi. Penso che una delle tante ragazzine che comincia a “bloggare” con le amiche o con gli sconosciuti sia ben lontana dal conoscere l’origine dell’espressione. Innanzitutto blog è abbreviato di weblog, cioè “un log tenuto sulla Rete”. Log, nella lingua inglese, significa “pezzo di legno, ceppo”, ma anche “diario di bordo”, da cui si è passati al semplice “diario, registro”. Quindi un’annotazione sul web dei propri eventi e pensieri giornalieri. Ma che nesso c’è tra tutti questi termini? Troviamo la spiegazione nientemeno che nella storia della marineria. Nel gergo nautico del Settecento log era il pezzo di legno fissato ad una fune con nodi a distanza regolare, lanciato in mare e lasciato galleggiare. Il numero di nodi che emergevano dall’acqua indicava approssimativamente la velocità della nave (più questa andava veloce più la fune si tendeva e i nodi emergevano): da qui la convenzione di indicare la velocità di una nave in nodi. Il logbookera il registro di navigazione, su cui si prendeva nota della velocità, ma anche del tempo, della forza del vento e di altri eventi significativi.

Scacco matto

Il termine non ha niente a che vedere coi matti. Deriva dal persiano “shah mat” che significa “il re (shah) è sconfitto (mat)”. Il gioco fu infatti conosciuto in Persia dagli Arabi o, secondo alcuni, da legionari romani, e diffuso da questi in occidente. I Persiani, a loro volta, avevano conosciuto questo gioco dagli Indiani, che lo denominavano Chaturanga e che, secondo alcuni studiosi, lo avevano copiato dai cinesi.

Pigiama

Sembra incredibile che un termine tanto moderno e familiare abbia invece origini antichissime. Come è noto, greci e romani indossavano corte tuniche e guardarono quindi con curiosità e un certo disprezzo i “pantaloni” che portavano gli antichi persiani e che si possono vedere, tra l’altro, nei bassorilievi di Persepoli. L’indumento si chiamava in persiano “pa jama”, cioè, letteralmente, “indumento per la gamba (pa)”. Gli indùfecero del “pajama” il loro indumento nazionale ed è in India che gli inglesi lo conoscono e lo usano nell’Ottocento come indumento per la notte. Importato in Europa dopo la Grande guerra, cominciarono a portarlo anche le donne al posto della camicia da notte. Lo sfoggiano sul grande schermo le dive americane, con pantaloni larghi e fluttuanti, da Greta Garbo a Claudette Colbert (Accadde una notte). Chanel lo lancia come indumento elegante per la spiaggia. Torna di gran moda per la serata negli anni '60 col nome di pigiama-palazzo, creato da Irene Galitzine.

Marcello Mamini


 
 
 
 
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