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Febbraio 2010 / Lettere e Arti
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Le storie di “Baffon” raccolte da Adalgiso Ricci

Gli stivali di Asdrubale e l’invasione dei Turchi

Tempo fa, riordinando libri e vecchie carte, ho trovato un libretto di appunti, di storia e cronaca locale di Marotta scritto nel 1948 da Adalgiso Ricci, appassionato cultore di storia locale e profondamente legato al suo paese natio: Marotta. Mi sono messo a leggerlo con un entusiasmo indicibile, ed ho pensato di volerlo dividere con i miei concittadini. Ho così contattato il dott. Mauro Ricci, figlio ed unico erede dell'autore, che ne ha curato una ristampa il 21 dicembre del 1981. Dimostrando un genuino interesse per la storia locale, ha acconsentito che io prendessi l'iniziativa di proporre ai giornali degli stralci del libro di suo padre, oppure la pubblicazione a puntate di parti selezionate. Vi propongo un estratto del libro, sapendo che qualcuno vi troverà lo stesso piacere che ho provato io.

Giuliano De Angelis

Nell'osteria, fuori tira la bora e si sta così bene vicino al fuoco, sono seduti i vecchi marinai che il cattivo tempo invernale rende forzatamente inattivi. Baffon, così chiamato per i grossi baffi bianchi che porta e che accarezza ogni tanto, è in vena di raccontare. È vecchio Baffon, ma da giovane ha girato il mondo con le navi a vela. Discende da pescatori e tutta la sua numerosa famiglia, i Portavia, che è la più vecchia di Marotta, è di pescatori. Baffon è uno dei più vecchi di Marotta e come tale è un'autorità in fatto di ricordi paesani. Lo invito a narrarmi quello che egli ha sentito dire dai suoi sulle leggende locali. Per convincerlo gli dico che lo metterò sul giornale. Ma Baffon si schermisce: "Piuttosto di metterci questa roba che io non so se sia vera, scrivi sul giornale che facciano il Comune qui a Marotta che è ora, e che facciano anche quel benedetto molo che da tanti anni ce lo promettono e non ce lo fanno mai". Gli rispondo che sulle necessità marottesi molto si è discusso e scritto, che ne riparlerò, ma intanto Baffon acconsente.

“I vecchi raccontavano che anticamente sul pendio delle colline antistanti a Marotta, dove stanno i Morbidelli e Tarini, c'era una grande città, dicono che si chiamasse Montegridolfo, cioè Mondolfo. Un'altra città chiamata Belfiore, tanto grande che arrivava a Scapezzano, c'era vicino al Cesano, verso i Ghetti, dove stava una volta tua madre. Un altro paese doveva esserci in un'isola che si sprofondò davanti al Pontesasso; e di là che ci vengono i terremoti. Non mi ricordo come si chiamava quel paese, ma deve sempre essere esistito perché i vecchi, pescando colle reti, prendevano sempre orci con due manici (anfore), mattoni, utensili da cucina. Come saranno andati a finire in mare? Non appartengono certamente a barche affondate!”.

“Il nome di Marotta - gli faccio - da che cosa proviene?”.

“Dicevano da Malarupta o Maurirupta. Ai tempi dei Romani c'è capitato qui Asdrubale fratello di Annibale. Ebbe col suo esercito una tremenda sconfitta e vi morì lui stesso. Dicono che la sua tomba sia in quella costruzione antica che c'è su da Del Moro. Molti l'hanno cercata, perché dicevano che avevano seppellito con lui anche i suoi stivali d'oro. Una volta hanno trovato due cavallini di bronzo e nel piedistallo c'era scritto che la tomba era distante tanti passi da una certa casa, ma quella non esisteva più, perciò fu impossibile trovare il luogo esatto. So che un contadino trovò una grande cassa di pietra, con scritto sopra in una lingua che non conosceva e credendo che fosse la tomba tanto ricercata la spaccò con un martello, ma ci trovò un bel niente. Quella volta con Asdrubale deve essere morta un sacco di gente, perché la nostra pianura è piena di ossa umane, basta chiedere ai contadini quante casse di mattoni hanno trovate, anzi qualcuno vi ha trovato anche degli anelli e degli orecchini d'oro. Però è bene non disturbare i morti, perché dicono che da quelle parti dove ci sono le tombe, alla notte vi si vedono degli spiriti e dei cani che se toccati mandano lampi di fuoco e arrivano dei sassi addosso senza che si veda chi li tiri”.

Baffon devia subito il discorso degli spiriti perché ognuno avrebbe da raccontare la sua e fa un'amaro commento alle nostre condizioni. “Guarda un po’! quelli li seppellivano sul posto i loro morti! A noi ci portano a Mondolfo, a San Costanzo, a Fano o alle Caminate. Cosa ci vorrebbe a fare un cimitero qui? Non saremmo più vicini a casa e al nostro mare? Perché dobbiamo fare tanta strada…?”.

***

Baffon riprende il discorso, interrotto da uno dei presenti che fa notare come il vento si sia calmato e che forse l'indomani potranno andare a pescare le “cappole”.

“A proposito del mare, che è quello che ci dà da mangiare, è stato quello che fece passare ai nostri vecchi dei brutti quarti d'ora”.

“Perché?” soggiunge uno.

“Come non lo sai? – ribatté Baffon – per motivo dei Turchi che venivano dal mare. Ancora oggi, dove è la Stazione di smistamento (peccato che ce la portino via) c'è un fosso chiamato “fosso dei turchi”. I corsari del mare sbarcarono diverse volte, fecero dei gravi danni, bruciarono case, portarono via gli uomini come schiavi, ammazzarono gente, un finimondo insomma. Ve la ricordate la poesia?

E verranno i turchi e i Mori

Ruggiranno come i tori

E diranno: ammazza, ammazza

Quella cattiva razza.

Una volta, però, furono beffati per bene da quelli di Marotta i quali facevano la guardia sulle colline. Furono avvistati diversi vascelli turchi, a poca distanza dalla riva del mare. I marottesi, che erano pochi, vedendo un così grande numero di nemici ricorsero ad uno stratagemma. Poiché intanto la notte era scesa, radunarono un branco di capre, ad ogni corno vi appiccarono un lumicino e le diressero verso la costa. I Turchi, da lontano, vedendo quei numerosi lumicini che si muovevano e credendoli tanti Cristiani che andavano loro incontro per attaccare battaglia, ebbero paura, invertirono la rotta e via verso casa che sembravano tanti “crocai” (gabbiani), tanto erano veloci”.

Gli ascoltatori ridono e qualcuno ordina da bere. Il prezzo del vino di oggi fa ricordare a Baffon quando all'Osteria di Marotta vecchia un litro costava due soldi. Gli fa ricordare di Raffaele Riccitelli, l'ultimo Mastro di Posta ed oste, dei vetturali delle diligenze di Pergola, Mondavio, San Costanzo.

“Peccato”, soggiunge la Menca Pasquini, che era andata a prendere una bottiglia di vino e si era fermata a sentire il discorso. “Peccato che l'abbiano demolita la Vecchia Osteria. Babbo Alcide che fu l'ultimo degli osti che la condusse, diceva nel 1922 che le mancavano 5 anni per avere 500 anni. Aveva di sopra un salone così ampio che nel 1914 ci fu un raduno di 300 mastri delle Marche e tutti poterono mangiare comodamente insieme e poi ci ballarono anche. È così impressa in me che anche nel sogno rivedo i tre caratteristici archi della sua facciata”.

“Certo fu un vero peccato demolirla – continua Baffon – sotto c'era una galleria che dicevano arrivasse fino a Mondolfo, sotto la Rocca. Ma è il destino delle cose vecchie. Con i suoi mattoni ci costruirono tre villini nuovi a Marotta. La vecchiaia deve cedere il posto alla gioventù, il vecchio al nuovo. Non solo i vecchi hanno diritto alla vita, ma anche i giovani”.

“Sarebbe come Fano, Mondolfo e San Costanzo che devono lasciar sorgere il Comune a Marotta”, intervenne uno.

“Già”, rispose Baffon.

Adalgiso Ricci


 
 
 
 
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