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Febbraio 2010 / Lettere e Arti
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Questioni di lingua. Tessere le fila della congiura

“Non si finisce mai di impararlo, questo benedetto italiano!”, mi diceva qualche giorno fa – tra stupito e sgomento – un giovane straniero attualmente impegnato nello studio della nostra lingua. Né potrei dargli torto, pensando ai tanti dilemmi, alle tante perplessità che essa suscita in specie a chi non l’ha masticata fin dagli anni dell’infanzia. Ma anche quando ciò è avvenuto, non è che le cose vadano meglio. Il nostro idioma è uno dei più complessi e articolati: “una grande lingua di cultura in movimento”, come l’ha definita G. L. Beccaria. Una selva pressoché sconfinata, inoltrarsi nella quale non è mai impresa senza rischi.
L’ennesima conferma ci viene dalle richieste di chiarimento, sempre numerose, indirizzateci dai nostri lettori, tra le quali cogliamo quelle che ci paiono più interessanti. Per esempio: c’è differenza tra “esoterico” ed “essoterico”? C’è differenza sì, considerato che i due termini hanno significati addirittura antitetici. “Esoterico”, dal greco antico “esoterikòs” = interno, è di una dottrina, di un insegnamento, di una prassi religiosa, riservati a una ristretta cerchia di persone, discepoli, iniziati, adepti di una setta. Di senso opposto “essoterico”, anch’esso proveniente dal greco, “èkso” = fuori” per la precisione è riferito a un insegnamento pubblico, destinato ai profani, ai non iniziati, a gente meno preparata.
Ma anche una vocale in più basta a cambiare il senso di una parola: “semiotica” e “semeiotica”, per esempio. Hanno in comune l’origine nobile, il greco “semệion = segno, indicazione”. “Semiotica” è la scienza umana che studia i segni della comunicazione (lingua, vista, gestualità). La “semantica” invece (dal greco “semainein = indicare”), si occupa del significate delle parole. “Semeiotica”, meno comunemente sinonimo di “semiotica”, è un settore della medicina che ha per oggetto i sintomi (anch’essi sono segni!), delle malattie, per ricavarne la diagnosi.
Cambia la desinenza, e con essa il significato, nel plurale di “filo”: “i fili”, “le fila”. Quando usare l’uno, quando l’altro? “I fili” possono essere d’erba, di ferro, del telefono… “Le fila”, antico plurale collettivo, sono da riferire a un gruppo di persone unite da affinità d’intenti e di condizione (disoccupati, pensionati); designano il complesso dei mezzi direttivi, le redini (di un discorso, di una congiura), una serie continuata di un medesimo oggetto (le fila dei formaggi). Un plurale, “fila”, che non va in nessun caso confuso con “file” = allineamenti, cortei, sfilze di persone e di cose, dal singolare “fila” (per esempio: oggi Williams gioca nelle file della Scavolini-Spar).
Saranno sufficienti questi esempi, oltre che a soddisfare la curiosità dei lettori, a convincere quel giovane studente straniero che proprio la babelica varietà dell’italiano è pur sempre un’affascinante sorpresa, specie in epoca di violenze, tante e ripetute, ai danni della nostra lingua?

Alfredo Prologo


 
 
 
 
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