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Pillole di storia. La guerra di Corea

'I shall return'. Nel 1945 il generale Mac Arthur sbarca nelle Filippine

La guerra 6 – 25. E’ questo il nome che in Corea ancora identifica la guerra del 1950-53 (sono le cifre della data d’inizio): solo negli Stati Uniti non si chiama guerra ma “conflitto coreano”, per evitare di ammettere che una guerra può essere dichiarata solo dal Congresso (che in quella circostanza, così come nella successiva avventura vietnamita, non fu invece coinvolto). La penisola coreana divenne protettorato giapponese nel 1895 e fu quindi annessa all’Impero del Sol Levante. Nel corso della Seconda guerra mondiale si tenne al Cairo, nel 1943, una conferenza interalleata durante la quale Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Cina convennero che, a fine guerra, la Corea sarebbe divenuta indipendente e neutrale. Nell’agosto 1945, in contemporanea con l’attacco atomico su Hiroshima e Nagasaki, i sovietici denunciarono unilateralmente il patto di non aggressione che avevano stipulato con i giapponesi nel 1938 (e che aveva permesso loro di concentrare le forze in Europa per respingere l’aggressione tedesca) e invasero – oltre la Manciuria, le isole Curili e Sakhalin – anche la penisola coreana, giungendo fino al 38° parallelo dove si incontrarono con le forze americane che la stavano risalendo da sud. La resa del Giappone (settembre 1945) congelò tale situazione, raggiunta in pieno accordo fra le potenze vincitrici, in attesa delle elezioni generali e della costituzione di un governo nazionale.
Ma già dal 1946 ha inizio la Guerra fredda e quando l’ONU fissa per il 1947 la data delle elezioni, ai suoi funzionari inviati per il controllo delle stesse fu impedito l’ingresso nella zona di occupazione sovietica. Le elezioni si svolgono così solamente nella zona sud e nell’agosto 1948 s’insedia il primo governo, dichiaratamente anticomunista. La Corea del Nord, nel settembre 1948, proclama la sua sovranità e poco dopo le truppe di occupazione russe e statunitensi lasciano le rispettive zone (giugno 1949). I nordcoreani, a seguito della vittoria dei comunisti in Cina (ottobre 1949), iniziano a organizzare una “guerra di liberazione” o riunificazione della Corea: forti dell’appoggio di Stalin, reduce dallo scacco del blocco di Berlino, e di Mao, debitore al leader nordcoreano Kim-il-sung del decisivo appoggio fornito dalle truppe nordcoreane alla sua presa del potere in Cina. Dopo ripetute scaramucce e violazioni del confine, alle ore 04.00 del 25 giugno 1950, una giornata molto piovosa, l’esercito nordcoreano scatta all’attacco e inizia la penetrazione in territorio sudcoreano, forte di oltre 350 mila uomini e un migliaio di carri armati. Il 28 giugno cade Seoul. Si riunisce d’urgenza il Consiglio di sicurezza della neonata ONU che delibera l’intervento militare per respingere l’aggressione (era assente il consigliere sovietico per protesta contro la presenza nel Consiglio della sola Cina nazionalista). Comandante in capo delle truppe ONU è nominato il generale americano Douglas Mac Arthur che si insedia il 24 luglio nella città di Taegu. Si costituisce una forza internazionale con contingenti di ben diciotto Paesi (l’Italia non fa ancora parte delle Nazioni Unite). Il Comitato Internazionale della Croce Rossa invia propri delegati in entrambe le parti in conflitto ma la Corea del Nord li respinge: la Corea del Sud, invece, accetta il Supporto sanitario fornito da Svezia, India, Norvegia, Danimarca e Italia.
Le truppe alleate, dopo lo sbarco ed un primo assestamento, riescono a contenere l’avanzata nordcoreana e quindi partono alla controffensiva che già a fine settembre le riporta alla linea del 38° parallelo. L’esercito nordcoreano è sbaragliato e costretto a ritirarsi caoticamente: durante la precipitosa rotta, i soldati si rendono protagonisti di orrendi massacri fra i civili, che ancor oggi pesano nel difficile tentativo di riconciliazione fra i due Paesi. L’avanzata alleata prosegue senza troppi ostacoli e già il 19 ottobre è occupata la capitale nordcoreana Pyongyang. Il 26 ottobre le truppe alleate si attestano sul fiume Yalu, al confine con la Cina: la Corea del Nord è divisa in due. Il leader nordcoreano vola allora a Pechino a chiedere aiuto ai cinesi (Stalin si era già rifiutato di fornire uomini, promettendo solo materiali). Il 29 ottobre, 500 mila uomini dell’esercito regolare cinese passano lo Yalu, sfondano il centro dello schieramento e dilagano verso sud, costringendo gli alleati alla ritirata: il rullo compressore cinese riprende Pyongyang il 5 dicembre, varca il 38° parallelo, il 4 gennaio occupa Seoul e infine, esaurita la spinta e assottigliato per le enormi perdite, si arresta il 17 gennaio 1951 a 75 Km a sud del confine. Gli alleati possono così ripartire al contrattacco: sotto violenti bombardamenti aerei, che ne sconvolgono le linee dei rifornimenti, i cinesi sono costretti a retrocedere. Il 14 marzo Seoul è ripresa, il 31 i reparti dell’ONU sono al 38° parallelo e iniziano la seconda penetrazione nella Corea del Nord.
Scoppia a questo punto il “caso Mac Arthur”. Il presidente americano Henry Truman (che fino ad allora aveva sostenuto la condotta militare del Comandante in capo), temendo un allargamento del conflitto e non sopportando le critiche rivoltegli dal generale in merito al condizionamento imposto dalla politica agli obiettivi militari, lo sostituisce in tronco il 17 aprile con il più allineato e prudente Matthew Ridgway. Iniziano a questo punto, su pressione anche dell’Unione Sovietica, le prime trattative per una conclusione concordata del conflitto. L’8 luglio la controffensiva alleata è fermata in coincidenza con l’inizio a Kaesong dei preliminari armistiziali. L’armistizio è infine firmato a Panmunjeom il 27 luglio 1953 con le truppe alleate ancora in territorio nordcoreano. Viene sostanzialmente ripristinato lo status territoriale e politico in atto all’inizio delle ostilità: è costato il sacrificio di 1 milione e 500 mila fra cinesi e nordcoreani morti o feriti e 650 mila fra gli alleati. Le vittime civili ammontano ad almeno 1 milione e 500 mila.
Ricordiamo che l’Italia inviò nella Corea del Sud un ospedale militare da campo che, installato nel febbraio 1951, raggiunse i 200 postiletto; con 71 operatori fra ufficiali medici, infermiere volontarie, sottufficiali e soldati del Corpo Militare della CRI, al comando prima del capitano medico Luigi Coia e quindi del maggiore medico Fausto Pennacchi. Furono fornite ben 230 mila prestazioni ambulatoriali, eseguiti oltre 3300 interventi chirurgici, ricoverati oltre 7 mila pazienti, vittime non solo degli eventi bellici ma di catastrofi naturali e gravi sciagure. Il governo italiano dispose nel dicembre 1954 di donare tutta l’attrezzatura dell’ospedale al governo sudcoreano dopo il rientro in patria del personale che vi prestava servizio. Come risultato dell’attività dell’ospedale italiano in Corea si deve annoverare il fatto che il 14 dicembre 1954 l’Italia fu ammessa alla Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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