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I fratelli Tesei


Due eroi pesaresi per l’Unità d’Italia

Le guerre risorgimentali poco coinvolsero i pesaresi. Solo alcuni di loro morirono nelle “patrie battaglie” del Risorgimento e i loro nomi sono incisi in una lapide commemorativa a Porta Rimini, mentre della loro vita poco si sa. Qualcosa di più sappiamo sui due fratelli Tesei, ai quali è intitolata una via di Pantano. Essi divennero “eroi” ben lontano da casa; presero, infatti, parte alla sfortunata spedizione dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera (1844), che aveva l’obiettivo di sollevare la popolazione napoletana contro re Ferdinando di Borbone. I “ribelli” furono rapidamente sconfitti dalle truppe borboniche: Francesco, che aveva 32 anni, fu condannato al carcere duro e, dopo una lunga prigionia, poté tornare a Pesaro dove morì di colera nel 1855; Giuseppe, di soli 20 anni, fu condannato all’ergastolo e di lui non si seppe più nulla.
L’esperienza dei Fratelli Bandiera in Calabria s’inserisce all’interno di quel clima politico sviluppatosi in Italia grazie alla diffusione dei valori e dello spirito libertario che animavano i gruppi carbonari italiani ispirati da Giuseppe Mazzini, che voleva liberare l’Italia dagli oppressori e riunire gli Stati italiani in un’unica repubblica. Queste idee di libertà avevano raggiunto anche la Calabria, dove si auspicava una rivolta popolare. La voce di un’insurrezione era giunta ai fratelli veneziani Attilio ed Emilio Bandiera, giovani liberali fondatori di una loro società segreta, l’Esperia. Essi, sulla scia dell’entusiasmo suscitato dalla rivolta, decisero di tentare una sollevazione popolare nel Sud Italia che partisse dalla Calabria. I due, insieme a 17 compagni, salparono da Corfù la sera fra il 12 e il 13 giugno sul trabaccolo “Spiridione”. Facevano parte della spedizione anche i fratelli Francesco e Giuseppe Tesei da Pesaro. La guida calabrese era un brigante, tale Battistino Meluso, detto il Nivaro; e un còrso, tale Pietro Boccheciampe. La sera del 16 giugno i cospiratori sbarcarono alla Foce del Neto e si diressero nell’interno in cerca di rifugio. Passata la notte alla chiesetta del fondo “Sala”, trovarono poi rifugio nella “Masseria Poerio” a circa otto chilometri da Crotone, di proprietà del marchese Albani. Proseguendo poi alla volta di Cosenza, durante il percorso si accorsero che il loro compagno Pietro Boccheciampe era sparito. Il traditore, infatti, si era recato a Crotone per denunciare i suoi compagni alla Sottointendenza. Fu così che il 19 giugno, alle 17.30 avvenne un primo scontro.
I fratelli Bandiera e i loro compagni proseguirono verso S. Giovanni in Fiore, ma il brigante Meluso fu riconosciuto dalle persone del posto che, credendo briganti anche i patrioti, fecero pervenire un biglietto d’allarme al capo delle guardie di S. Giovanni in Fiore. Quando la comitiva, ripreso il cammino, giunse alla “Stragola” avvenne uno scontro a fuoco in cui persero la vita Giuseppe Miller e Francesco Tesei (per altri invece Francesco Tesei fu ferito e sopravvisse e morì a Pesaro nel 1855). Domenico Moro fu ferito a un braccio, mentre Anacorsi Nardi a una coscia. In quell’occasione vennero catturati dodici patrioti che furono condotti a S. Giovanni in Fiore. Gli altri cinque, che durante lo scontro erano riusciti a fuggire, tra i quali Giuseppe Tesei, furono più tardi catturati presso Castelsilano. I caduti alla “Stragola” (Miller e Francesco Tesei) furono seppelliti nella chiesa della S. Annunziata a S. Giovanni in Fiore. Il 23 giugno i prigionieri vennero condotti per le vie della Sila a Cosenza, dove si svolse il processo. I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera e sette dei loro compagni, per volontà di re Ferdinando, furono condannati a morte e fucilati nel Vallone di Rovito il 25 luglio 1844. Durante il tragitto, che fu fatto compiere a piedi nudi per pubblico esempio, essi cantarono il coro di “Donna Caritea”: “Chi per la patria muor, vissuto è assai”; la gente, che dalle circostanti colline assisteva alla fucilazione, era molto commossa e non pochi singhiozzavano.
Dovendosi, secondo gli ordini del re, eseguire soltanto nove sentenze capitali, ebbero commutata la pena in quella del carcere a vita Giovanni Manessi, Carlo Osmani, Luigi Nonni, Pietro Piazzoli, Giuseppe Pacchioni, Tommaso Mazzoli, Giuseppe Tesei e Paolo Mariani. Le salme dei fratelli Bandiera furono trasferite a Venezia nel 1867. Le altre, tumulate inizialmente nella chiesa di S. Agostino a Cosenza e nel 1848 nel Duomo, furono nel corso degli anni inviate nelle rispettive città native.

Luciano Baffioni Venturi


 
 
 
 
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