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Monumento ai bersaglieri di Porta Pia
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Quest’anno si celebra il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia. Sono dell’opinione che si dovrebbe parlare del 150° anniversario del percorso che ha portato all’unità nazionale. L’evento, infatti, non è riconducibile ad una data precisa, ma è l’effetto di un lungo percorso di circa settanta anni (almeno dal 1848 alla Prima guerra mondiale). La data del 17 marzo 1861, pertanto, è puramente convenzionale ed indica che, da quella data, il nome ufficiale dello Stato italiano è “Il Regno d’Italia”. Quale è stato il contributo dei cattolici? Possiamo affermare serenamente che i cattolici non hanno fatto l’unità d’Italia. Con l’eccezione di una minoranza illuminata, i cattolici – nella migliore delle ipotesi – hanno “assistito” all’irrompere della storia. I più (in primis la Santa Sede) hanno addirittura cercato di ostacolare il processo d’unificazione. La ragione principale è riferibile alla convinzione che il potere temporale era una garanzia indispensabile per la funzione spirituale. Si riteneva quindi necessario che la Chiesa disponesse di uno Stato sovrano, per garantire la sua autonomia e quindi per poter esercitare pienamente la propria missione spirituale. La Chiesa, pertanto, perché l’unità nazionale avrebbe posto fine allo Stato pontificio, contrastò il progetto. D’altra parte, lo Stato pontificio era uno stato assoluto (il papa era il papa re) e, quindi, la chiesa si opponeva al liberismo, cioè a quella corrente di pensiero economico che propugnava la piena libertà d’azione degli individui nei rapporti economici e la non interferenza dello Stato. Prevalse il “non expedit”: espressione con cui la Santa Sede vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica dello Stato italiano, come protesta per la perdita del potere temporale. Soltanto nel 1904 la Santa Sede permise la parziale partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana, in occasione delle elezioni generali, e, via via, introdusse deroghe sempre maggiori: fino alla caduta, di fatto, del “non expedit” nel 1919, quando il Papa Benedetto XV permise ai cattolici di aderire al Partito Popolare, costituito nel gennaio dello stesso anno. I cattolici, pertanto, estranei alla costituzione dell’unità d’Italia, da quel momento hanno partecipato al progetto successivo: la formazione di una “identità nazionale”. A ben vedere, questo progetto è ancora in corso di attuazione, ed è singolare che oggi, dopo 150 anni, i cattolici si pongano la stessa domanda: “che cosa fare?”, a fronte del degrado istituzionale cui assistiamo in questi giorni, al profondo disfacimento della società fondata sui valori cristiani, al crescente individualismo, al processo di secolarizzazione e di laicismo in crescente penetrazione. “Che cosa fare?”, se la politica (nel suo complesso) è incapace di promuovere un “nuovo stile di vita” e se le forze di opposizione (vecchie e nuove) non sembrano in grado di proporre un’alternativa di governo credibile, capace di raccogliere consenso? I cattolici devono tornare a “rassegnarsi nell’irrilevanza, come cattolici?” o, piuttosto, non devono assumere in prima persona l’esigenza di concorrere al bene comune, testimoniando le proprie radici cristiane, rendendo concreto l’impegno dei credenti per una nuova, urgente stagione politica? I cattolici, uniti nei valori non negoziabili, devono assumere questo compito sociale, civile e politico, sapendo di avere basi solide e strumenti fecondi, rappresentati dalla dottrina sociale della Chiesa, dall’esistenza di una chiesa viva e diffusa che si interroga, da momenti importanti di analisi e di confronto (come quello della Settimana Sociale dei Cattolici Italiani) e, soprattutto, dalla guida illuminata di Papa Benedetto XVI, che ci invita a porre in essere una nuova riflessione culturale, per consentire che “società ed istituzioni pubbliche ritrovino la loro anima, le loro radici morali e spirituali”, affinché “le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili”.
Giorgio Baccheschi
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