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Gennaio 1999 / Lettere e Arti
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Ordine e disordine: elogio dell'umiltà

E' capitato a tutti di sentirsi chiamare disordinato, oppure confusionario, oppure arruffone almeno una volta nella vita. Molti, in realtà, se lo saranno sentiti ripetere anche una volta al giorno. Di solito l'anatema parte dalla bocca della mamma, della fidanzata, dell'amica che entra nella vostra stanza: insomma in ogni caso da una bocca femminile, giacché si sa, da che mondo è mondo, è sempre stata la donna a dettare i canoni dell'ordine dentro le pareti domestiche. In breve, volendo stilare una classifica impietosa dei difetti dell'uomo, il 'peccato' del disordine rientrerebbe senz'altro nei primissimi posti della hit parade delle lamentele.

Il disordine maschile è una pecca talmente diffusa da poter essere eretta a sistema, ovvero l'uomo è uomo in quanto gli pertiene la caratteristica del disordine; volendo problematizzare ulteriormente: "Tutti gli uomini sono disordinati, io sono un uomo, ergo mi pregio di essere disordinato". In realtà la faccenda non è così facilmente liquidabile in poche parole, poiché se è certo vero che l'ordine è una categoria i cui confini rigorosi spesso sfuggono alla nostra percezione, è altrettanto vero che l'universo del disordine è un campo oltremodo ardito, in cui solo pochissimi soggetti assai raffinati sanno muoversi con disinvoltura e sicurezza.

Non tutti si possono permettere di essere disordinati: la cosa richiede metodo, applicazione e lunghi anni di tentativi e sperimentazioni. Il disordine è una disciplina tra le più difficili da praticare e solo pochi fortunati possono vantarsi di fare parte della sua scuola. I più sono caotici, magari pasticcioni, al limite casinisti, pochissimi sono disordinati autentici. Essere disordinati significa infatti avere chiaro in testa il concetto di cosa sia l'ordine, conoscerne le mille sfumature, coglierne le pieghe più riposte, avvertire la seduzione del suo richiamo. Essere disordinati è innanzitutto un gesto di umiltà: il disordinato, ma il disordinato vero, non il vile abitatore del pianeta Caos, ha un concetto talmente alto dell'ordine e prova per esso una venerazione tale, da non permettersi neppure per un solo istante di pensare di poterlo attingere un giorno. Quindi si rifugia nella selva sconosciuta del disordine, antitesi dell'ordine e tuttavia pur sempre una sua emanazione. Il disordinato vero è facilmente riconoscibile e individuabile rispetto al volgare casinista puro e semplice: il primo sbaglia sapendo di sbagliare, il secondo sbaglia credendo di far bene. Il primo sa come andrebbe fatta una cosa, il secondo non si sogna neppure di farla. Il primo sa riconoscere una persona ordinata quando la vede (e magari se la sposa pure), il secondo cerca di convincere il mondo intero che i disordinati siano gli altri (e magari non si sposerà mai).

Vi sono tre grandi categorie entro le quali si potrebbe arginare quell'eterno divenire che è l'universo dei disordinati.

La prima è quella che potremmo definire dei 'disordinati senza rimedio'. Costoro, eternamente morsi dal tarlo dell'ordine che non sanno rispettare, vivono un profondo dissidio tra il volere fare le cose sommamente bene e l'ansia profonda di non riuscirci. Perciò, piuttosto freudianamente, non sentendosi all'altezza di osservare il massimo dell'ordine si catapultano anima e corpo nel creare il massimo del disordine. L'equilibrio e la misura non fanno parte del loro carattere: il mondo è tutto bianco o tutto nero e peste colga chi osa introdurre delle sfumature di colore diverse all'interno di questo spettro cromatico. In fondo all'anima del 'disordinato senza rimedio' alberga un profonda malinconia, la malinconia dell'anima che da sempre fa proponimenti di cambiamento, per poi dirottarli verso il compimento dei propositi opposti. Nei soggetti più incalliti il rimorso fa ormai fatica a farsi sentire, tuttavia un segnale di evidente disagio li coglie spesso a tradimento. Così, facendo attenzione, si potrebbe avvertire un lieve sospiro triste uscire dalle loro bocche, allorquando, entrando nella stanza da letto, saranno costretti a spostare i calzini da sopra il cuscino, girare lo stesso dalla parte opposta e infine addormentarsi in compagnia dei fantasmi dei loro odori corporei.

La seconda categoria potrebbe essere etichettata come quella dei 'disordinati metodici'. In tali soggetti, il disordine è oramai talmente assimilato negli schemi abituali della vita, che si potrebbe riuscire a intravedere un ordine logico all'interno del loro disordine. Per farla breve: disordinati sì, ma con un certo criterio ed una certa coerenza. I disordinati metodici dimenticano sistematicamente le stesse cose (chiavi, portafoglio, patente, occhiali, fazzoletto da naso - nei casi peggiori la lampo dei pantaloni aperta dopo essere stati al bagno), sono precisi nella loro imprecisione, un po' come un orologio svizzero le cui lancette, anziché seguire il senso orario, seguissero quello antiorario senza tuttavia perdere un solo colpo. Ciò li rende oltremodo prevedibili e quindi neutralizzabili: uno sa già cosa non faranno, cosa dimenticheranno di prendere, dove perderanno gli oggetti e così via. Appare quindi del tutto evidente che di tutti i disordinati, tali soggetti sono assolutamente i più innocui e non di rado si potrebbe sfruttare il loro prevedibile disordine a proprio vantaggio.

La terza ed ultima categoria è quella dei 'disordinati tattici o strategici'. Sono questi gli individui che più ci colpiscono. Apparentemente schematici e rigorosi, sono in grado di sconvolgere l'osservatore con dettagli di disordine inattesi: una pantofola sopra la scrivania, una cravatta di seta appesa al gancio della cucina, il pacchetto delle sigarette infilato dentro una scarpa. Dettagli all'apparenza incomprensibili ed inspiegabili, inseriti nel contesto di una personalità quadrata e a tratti pignoleggiante. Sembrerebbe tutto oscuro e inspiegabile, senonché balza allo sguardo la sistematicità e la singolarità di tali strane pratiche. Quale motivo potrà mai nascondersi dietro alla pantofola sulla scrivania, se non il fatto che sotto quella pantofola si cela magari un bigliettino con sopra scritto: 'ricordarsi di andare a prendere la giacca in tintoria'? Come motivare altrimenti la cravatta appesa al gancio della cucina o il pacchetto di sigarette dentro le scarpe, se non come un: 'ricordati di fare riattaccare dalla sarta l'etichetta della cravatta e uscendo non dimenticarti di comperare le sigarette'? Insomma, i 'disordinati tattici' sono in ultima analisi dei grandissimi amanti dell'ordine e sfruttano il disordine per indursi un disagio: perché mai avrò lasciato questo affare qui sopra? La molla del disagio scatena a sua volta la leva della memoria, giacché non si spiegherebbe altrimenti ai loro occhi il motivo di quella plateale inosservanza dell'ordine delle cose. Come si potrà ben constatare, il confine tra ordine e disordine viene quasi ad annullarsi in tali soggetti, rendendo, se possibile, ancora più complesso il lavoro di discriminazione tra ciò che sia pertinente all'uno e cosa all'altro dominio.

Concludendo, occorre sfatare un grosso mito: da sempre si parla dell'universo complesso e inestricabile della psiche femminile. Forse, alla luce di queste considerazioni sul disordine maschile, varrebbe la pena di soffermarsi con una certa apprensione anche sui meandri perversi della psiche dell'uomo, rivelatori di una personalità angosciata, spesso insoddisfatta e oltremodo perturbata.

Da ultimo, per osservare con accortezza il dettame del 'politicamente corretto', invito i lettori a rileggere il racconto sostituendo la parola 'uomo' con 'donna', 'maschile' con 'femminile' e ad invertire tutte le concordanze dei participi passati, nonché i generi degli aggettivi. Troverete probabilmente che cambiando l'ordine dei fattori il prodotto non cambia.

Il dibattito è aperto ...

Michele Serafini


 
 
 
 
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